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venerdì 22 aprile 2011

Game of Thrones - Ep. 1 "Winter Is Coming"

E' la prima volta che recensisco qualcosa di diverso da un libro. Quando diedi nuova vita a questo blog con le recensioni, pensavo di dedicarmi anche a musica e film, ma poi non l'ho mai fatto.
La visione di ieri sera però, a seguito anche di un piccolo confronto, mi ha scatenato alcune riflessioni che mi piacerebbe condividere con voi che leggete (migliaia di persone, presumo!).
Dopo una trepidante attesa di mesi, è finalmente andato in onda il primo episodio di Game of Thrones (per chi non lo sapesse, la trasposizione televisiva delle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin).
Da giorni i fan inondavano Facebook di commenti entusiasti (dal 17 aprile per la precisione) e io non vedevo l'ora di ritagliarmi un'oretta per piazzarmi davanti alla TV e godermi la puntata incurante dell'inglese (e forte dei sottotitoli).
Il commento a caldo è stato "Beh, cavoli, è fatto proprio bene!". Ho provato un brivido di piacere nel vedere la Barriera, il Parco degli Dei, i personaggi descritti con tanta dovizia e, devo ammettere, presentati con le facce giuste.
Invece le altre persone presenti alla visione non mi sono sembrate molto partecipi. In effetti mia madre e mia suocera potrebbero non aver apprezzato molto le scene gratuite di violenza e di sesso, ma vedere mio marito annoiato (se non schifato) mi ha portata a ripensare all'episodio con gli occhi di chi i libri non li ha letti e che si è trovato di fronte una sequela di scene un po' sconnesse e con dialoghi a dir poco minimali.
Per cui stamattina sotto la doccia mi sono ritrovata a riflettere sul perché un prodotto tanto atteso e osannato potesse risultare non dico brutto ma, ancor peggio, di poco conto per un pubblico senza particolari aspettative.

Con la maggiore obiettività di cui sono capace, posso affermare che il 1° episodio:
  • è lento
  • manca di dettagli dell'ambientazione
  • contiene scene truci, crude e di sesso sfrenato in sovrabbondanza rispetto al  romanzo
  • risulta eccessivamente frammentato
Vediamo di sviscerare un po' questi punti (i primi due li ho trattati insieme).

Anche i romanzi accusano una certa lentezza, soprattutto andando avanti, sia per l'affollamento sempre maggiore di personaggi sia per la passione maniacale di Martin per i dettagli visivi e narrativi.
Eppure il primo libro me l'ero letto tutto d'un fiato, trovandolo appassionante e scorrevole, mentre questo primo episodio, della durata onesta di un'ora tonda, è sembrato infinito.
Come mai, visto che la trasposizione è stata alquanto fedele?
In realtà è proprio per questo motivo.
Martin è molto bravo nell'utilizzare lo show-don't-tell, però lo riserva soltanto alle scene d'azione o maggiormente drammatiche. Ci sono lunghi capitoli in cui il racconto prende il sopravvento sul mostrato, per rendere il lettore partecipe di un'ambientazione a lui estranea e nella quale i personaggi giustamente si muovono e vivono senza farsi domande idiote del tipo "Mamma, ma la Barriera chi l'ha costruita?" "Caro piccolo Bran, terzo dei miei figli, la Barriera è stata eretta da Tizio e Caio e bla bla bla".
La gente conosce il mondo in cui è nata, ma il lettore ha bisogno di alcune informazioni per sentirsi di più "a casa".
Ecco, se questo in un romanzo può essere fatto più o meno magistralmente, e comunque concedendo allo scrittore la possibilità di spostarsi di tanto in tanto dal punto di vista di un personaggio per abbracciare il mondo dall'alto e potercelo descrivere nei dettagli, in un film la voce fuori campo sarebbe un'oscenità.
Però, proprio per questo senso di fedeltà ai romanzi, gli ignari spettatori possono godersi azioni e dialoghi così com'erano in originale, ma rimangono a bocca asciutta sui particolari dell'ambientazione, proprio quelli che ai lettori appassionati avevano fatto venire i brividi, per il connubio intrigante di pseudo-storia medievale ed elementi fantasy centellinati fin dalle prime pagine e poi via via sempre più presenti.
Che significato ha un albero bianco con le foglie rosse? Sembra fare solo scena.
Chi è 'sto nanetto che compare in scena con una donna nuda addosso e un'erezione da competizione? Sarà mica un personaggio serio!
E via discorrendo.
Le scene si susseguono con dovizia di particolari ma senza un contesto che le giustifichi. I dialoghi sono frasi smozzicate con riferimenti continui a elementi che lo spettatore non ha in mano e, forse, non avrà ancora per molto tempo.

Ed eccoci quindi al terzo punto. Si è insistito così tanto sul mostrare e basta che si è addirittura accentuata la presenza di scene crude e spettacolari. Se posso perdonare l'amplesso tra Jaime e Cersei (molto più soft nel romanzo) e la buffonata di Tyrion nel bordello, mi ritengo molto delusa per la superficialità con cui è stata trattata la scena della prima notte di nozze tra Daenerys e Khal Drogo, a mio avviso uno dei momenti più toccanti di tutti i romanzi (ma come si dice, de gustibus...).
E' un peccato che abbiano ceduto alla tentazione di mancare di fedeltà ai romanzi proprio su questi argomenti, mostrando la chiara volontà di stupire e scandalizzare piuttosto che di mostrare un mondo già abbastanza crudo di suo.

Questo si lega in parte al quarto punto. E' vero che nei romanzi si passa dal punto di vista di un personaggio a quello di un altro a ogni capitolo, però la lettura di un libro concede tutto il tempo necessario per entrare nell'ottica di un personaggio, di percepire e annusare l'ambiente in cui si muove, mentre in video è tutto più rapido e il risultato finale è una sequela frammentaria di scene, in cui si perde spesso e volentieri il filo del discorso.
Anche se l'intreccio non è ancora così contorto, è difficile mettere insieme questi primi pezzi del puzzle. Non si capisce bene dove succede cosa e com'è organizzata la società, al di là del fatto che c'è un re e della gente che gli può rispondere solo sì.

Insomma, non sono delusa ma non sono neanche così impaziente di vedere i prossimi episodi. La mia curiosità sulla trasposizione è stata soddisfatta e ora come ora, se proprio sentissi la necessità di un riassunto in vista dei prossimi romanzi, penso che propenderei verso una rilettura dei libri.

lunedì 1 novembre 2010

Ester Manzini - L'abbraccio delle ombre

Ci risiamo. Abbiamo un autore (un'autrice in questo caso) alle prime armi, tanta buona volontà, la sensazione di aver tirato fuori qualcosa di nuovo dal cassetto, accenni di un'originalità che soffocano dopo poche righe sommersi da cliché che, a quanto pare, è impossibile spazzare via dal fantasy.
Abbiamo degli elfi (evviva...), elfi rinnegati per la precisione (wow...), che giustamente, vivendo sottoterra, hanno l'aspetto di essere albini (questo almeno ha un senso logico). Ma se ci siamo presi la briga di ridisegnare gli elfi del sottosuolo in una chiave diversa, perché mai andare a ripescare la società matriarcale in perfetto stile drow? Perché sprecare così questo piccolo sprazzo di novità?
E la situazione non cambia proseguendo nella lettura di un romanzo che ha continuamente la pretesa di ribaltare le tematiche classiche del fantasy, non solo non riuscendo a svincolarsene, ma accentuandole come in quasi tutti i romanzi che mi sono capitati tra le mani negli ultimi mesi.
Anche i protagonisti, antieroi dalla fedina penale macchiata, alla fine non si discostano dai mascalzoni intelligenti e simpatici a cui siamo ormai abituati da tempo. Come sa di già visto l'intreccio fra due fratelli che non sanno l'uno dell'esistenza dell'altro ma che il destino (sempre lui, questo guastafeste!) porrà sullo stesso percorso.
E allo stesso modo abbiamo per antagonista il solito cattivone folle e senza scrupoli che gode solamente della disgrazia altrui e cammina nel mondo solo per smania di potere e sofferenza. Non si pretendono personaggi dal profilo psicologico complesso, ma quanto meno mossi da interessi personali quali l'egoismo o l'arrivismo.
E poco conta se il romanzo è scritto in italiano corretto: lo stile è scorrevole ma non a sufficienza da rendere la narrazione fluida e piacevole, così come lo "show don't tell" piange sconsolato nell'angolo impolverato della qualità narrativa.
Ma al di là di tutto c'è una cosa che mi manca profondamente leggendo questa serie di romanzi fantasy: il sense of wonder. Non si viene colti di sorpresa da nessun colpo di scena, gli avvenimenti sono telefonati e una pagina dopo l'altra si arranca apaticamente attraverso una storia che non coinvolge e non cattura nel mondo (poco) fantastico in cui si snoda. E' un vero peccato, perché il fantasy (soprattutto quello italiano) sta perdendo una schiera di affamati lettori che si stanno rassegnando a mangiare le lasagne invece della torta. Non che le lasagne non siano buone, ma noi avevamo voglia di torta...

domenica 27 giugno 2010

Mark Menozzi – The King. Il Re Nero

In attesa che il portale Dragons' Lair pubblichi sia la recensione del romanzo che l'intervista all'autore, riporto entrambe sul mio blog, giusto per non dare l'idea che non stia facendo niente in questo periodo, con la scusa della tesi!
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Pensate al tipico libro fantasy di un autore italiano emergente, alla copertina brossurata con il drago dallo sguardo truce o l'elfo in posa “die hard”. Ebbene, “Il Re Nero” si presenta diverso già dal packaging: copertina rigida con decoro astratto, sovracoperta con un bel ritratto del protagonista, bordi delle pagine colorati, e comunque lo giri, tutto si presenta nero (per ovvi motivi!). Anche se potrà sembrare un dettaglio secondario, la cura estetica del prodotto rappresenta, a mio avviso, un valore aggiunto. I libri costano tanto, si sa, se almeno la confezione è piacevole e invitante, si percepisce un'attenzione nei confronti del cliente/lettore.
Ma apriamolo questo libro e vediamo cosa ci racconta e in che modo (rimando alla scheda sul sito dell'editore per la scheda: http://www.fazieditore.it/scheda_Libro.aspx?l=1298).
Intanto tiro un sospiro di sollievo già dalle prime righe, quando mi rendo conto che è scritto bene, non come scriverebbe un Baricco o un Martin, sia chiaro, ma lo stile è scorrevole e le pagine si sfogliano senza intoppi. Storco il naso di fronte ai parecchi refusi (ad esempio soggetti errati o scambiati), alle virgole di troppo che spezzano il ritmo, ad alcune ripetizioni notevoli (la parola “celato” che compare ben quattro volte a pagina 36!), a frasi decisamente poco chiare o errate ("Sirasa si guardava terreo in viso", pag. 475) e mi chiedo se il mondo dei piccoli editori si trovi costretto a fare a meno di un buon editor, relegando la revisione a qualche volonteroso collaboratore.
Nonostante questo, come ho già accennato, il romanzo si lascia leggere ben volentieri e ci si addentra in un mondo che ricalca gli stilemi del fantasy classico (quello di Tolkien per intenderci), ma con quegli aggiustamenti e quelle aggiunte che rendono Valdar una realtà decisamente ricca e piena di sorprese.
Se da una parte abbiamo i sempre superlativi elfi divisi nelle sempre presenti tre sotto-razze (e comincio a chiedermi se sia ormai un cliché veramente inevitabile) e le etnie umane che ricalcano quelle del mondo reale (gli Ardanar a est somigliano ai nostri orientali, i Warantu del sud agli africani, ecc), dall'altra abbiamo un popolo goblin straordinariamente dipinto, con una dignità che ben raramente gli viene attribuita. Nota di merito: l'autore ci ha risparmiato l'ennesimo nano burbero piazzato apposta in mezzo al gruppo per rivestire il ruolo della macchietta.
A discolpa dei tanti archetipi classici, ormai venuti un po' a noia, c'è da dire che Valdar nasce come un mondo per un gioco di ruolo ed è quindi naturale che vi si trovino tanti elementi tipici del gioco stesso. Peraltro l'insieme risulta armonioso e per niente raffazzonato, a differenza di ambientazioni famose in cui ogni trovata viene data per buona fino a ottenere minestroni senza capo né coda.
Ho apprezzato tantissimo i piccoli dettagli, le note di colore e lo studio accurato degli equilibri del mondo narrato.
Per fare un esempio, viene citata a un certo punto la locanda “Covo dei Draghi”, quando fino a quel momento i draghi non sono mai stati menzionati. Si scopre poi che su Valdar gli Antichi Draghi sono ricordati come creature leggendarie proprie del folklore di quel mondo.
Il ritmo diviene poi più lento nell'ultima parte. Mi chiedo come mai si sia corso tanto nei primi capitoli, buttando così tanta carne al fuoco, per poi rallentare in tal modo verso la fine. Man mano che ci si avvicina alle ultime pagine, si avverte la fastidiosa sensazione di tante parentesi che non verranno chiuse (e che la presenza di un seguito non giustifica del tutto).
Vorrei dilungarmi ora su alcune osservazioni (soprattutto critiche) riguardanti lo stile.
Per prima cosa: troppi, troppi, troppi flashback. L'autore ne abusa, nonostante l'utilizzo comunque dignitoso. E' vero che questa tecnica permette di introdurre nuove scene in modo rapido e d'effetto, ma il suo utilizzo non deve mai essere indiscriminato o rischia di perdere la sua efficacia se non di risultare fastidiosa.
Una nota dolente sono poi i famigerati dialoghi in cui i personaggi si spiegano tra loro cose che sanno entrambi benissimo. E' una brutta pantomima che si ripete con triste cadenza nei romanzi degli esordienti (ma non solo!). Citando il blog Gamberi Fantasy (http://fantasy.gamberi.org/): «Personaggi che parlano al lettore invece di parlare tra di loro. Un errore classico: l’autore vuole informare il lettore su particolari che ritiene necessari per la storia e mette queste informazioni in bocca ai personaggi, che sia verosimile o no. È quello che i manuali inglesi chiamano: “As you know, Bob…”» (Manuali 2 – Dialoghi). A questo si aggiunge purtroppo l'immancabile spiegazione del cattivo di turno, che deve far comprendere a tutti i costi le proprie intenzioni ai malcapitati personaggi.
Per finire, ecco un paio di frasi (pescate a titolo d'esempio) che non dovrebbero mai comparire in un testo (quanto meno in un testo che sta leggendo la sottoscritta!) e che denotano, più dei piccoli refusi, la mancanza di un vero editor:
  • Il Varco squarciò il tessuto stesso della realtà (pag. 351) – frase abusata e ormai priva di qualunque effetto (fatevi un giretto su Google cercando “il tessuto stesso della realtà”)
  • Lo sciamano, Sirasa, era pallido come un cencio (pag. 374) – come può un uomo dalla pelle nera diventare pallido come un cencio? Al di là del significato della similitudine, come si può immaginare una scena del genere? L'autore c'è riuscito veramente o avrà scritto di getto senza stare a pensarci?
Se posso essere sembrata estremamente critica nei confronti dello stile, è perché in realtà il romanzo mi ha entusiasmata e l'ho ritenuto meritevole di una recensione accurata e completa.
Era da tanto tempo che non leggevo un fantasy capace di catturarmi e incantarmi in questo modo, portandomi a sfogliare gli ultimi capitoli in piena notte incapace di distaccarmi dallo svolgersi degli eventi. La trama è complessa e ben congegnata, i contenti studiati con cura e i personaggi, nonostante le osservazioni iniziali sui cliché, niente affatto banali. Ognuno di essi vive di una personalità chiara ma intrigante e gli stereotipi sfumano in personalità ben caratterizzate, capaci di sorprendere ed emozionare.
Faccio quindi i miei complimenti all'autore e concludo con una nota: ho apprezzato moltissimo il glossario in fondo al libro, l'ho trovato decisamente un'ottima idea, ma attenzione perché il rischio di spoiler durante la lettura è elevato!

lunedì 21 dicembre 2009

Uberto Ceretoli - Il sigillo del vento


Comincio subito col dire una cosa: questo libro non mi è piaciuto. Non mi ha annoiata e non ritengo una perdita di tempo le serate trascorse a leggerlo, se è questo che state pensando.
Cercherò di spiegarvi perché lo ritengo un brutto libro e perché, allo stesso tempo, sono contenta di averlo letto.

Per una volta avrò un approccio abbastanza sistemico, perché vorrei riuscire a dare un panorama abbastanza ampio di un testo che ho analizzato sotto più punti di vista.
Sia chiaro, non voglio lanciarmi in alcuna critica letteraria feroce in stile Gamberi Fantasy, anche perché non ne avrei le capacità ma soprattutto l'intenzione. Premetto che non ce l'ho con l'autore né tantomeno con la casa editrice. Questo lavoro di analisi è servito a me per comprendere alcuni concetti sulla scrittura (buona E cattiva) e riporto il tutto qui perché magari qualcuno potrà trarne qualcosa di utile.

Allora cominciamo. Il primo impatto è un prologo dalle immagini poetiche e costruito con una similitudine dietro l'altra. La proprietà linguistica mi pareva buona, per cui ho ritenuto si trattasse di una scelta stilistica. Prima di arrivare alla fine della prima pagina, mi sono invece resa conto che l'autore ha fatto della similitudine un passe-partout. Ogni volta che deve descrivere qualcosa, ricorre a tale figura retorica. Mi sembra una brutta scelta: la similitudine ha un grande potere e va usata per colpire il lettore, non per costringerlo a continui paragoni mentali. Mi rendo conto che la tentazione di imbastire immagini di forte impatto sia sempre in agguato, ma bisogna saper rinunciare a una bella frase se è di troppo (sigh).

E' seguita una breve (brevissima) fase entusiastica in cui i cliché tipici del fantasy sembravano essere stati reinterpretati in modo furbo e originale. Mi è bastato andare avanti di poche pagine per rendermi conto che non solo tutti gli archetipi erano presenti senza molte variazioni, ma che il libro stava prendendo una piega decisamente spiacevole.
Di fatto, mi sono trovata a leggere la narrazione di una campagna di Dungeons and Dragons, cosa che non sarebbe male di per sé (ero in cerca di "becero fantasy" e D&D è il becero fantasy che mi piace!), ma quanto meno vorrei che fosse coerente e scritta bene.
Invece, non solo ho trovato incoerenze e assurdità vere e proprie (se un uomo-giaguaro ritiene un'umana poco attraente per via della diversità, perché mai un nano dovrebbe ritenere un'elfa la creatura più bella dell'intero universo?), ma ogni cosa sembrava tratta pari pari da un manuale di gioco.
Frasi come "incantesimo della palla di fuoco" e "lanciò su entrambi un incantesimo di levitazione", nani che pensano solo a cibo, birra e a incazzarsi con tutto e tutti, elfi belli, bravi e potentissimi, donne tutte bellissime e sensuali, ragazzini che imparano a combattere in un solo giorno di addestramento (soltanto in un caso questo viene giustificato) e via dicendo, tutto questo è un'accozzaglia di cose già viste e ritrite messe assieme senza ragionamento.
Molte frasi sono pressapochiste, le descrizioni sono costruite con una similitudine dietro l'altra e il lessico è generalista e poco incisivo, fatta eccezione per i campi in cui l'autore è esperto. In questi casi sciorina elenchi di termini specifici su armature e sistemi difensivi, per poi utilizzare parole del tutto generiche per tutto il resto. Stona talmente tanto che sarebbe stato meglio, a mio avviso, non scendere nel dettaglio neanche in quei contesti.

Riguardo allo stile, ho trovato invece irritante il sentirmi spiegare ogni singola cosa. Ogni dialogo è composto da una battuta in discorso diretto e relativa spiegazione, come se io lettore fossi troppo stupido per capire lo stato d'animo del personaggio che sta parlando. Forse l'autore ha paura di non essere stato troppo chiaro? Ma si possono scrivere 600 pagine sempre col dubbio di non essere stati molto chiari?

Quello che mi fa incazzare, perché se non fosse chiaro mi sono veramente incazzata a leggere "Il sigillo del vento", è che ogni tanto emergono dei brani belli, spontanei, con un ritmo piacevole, infilati in mezzo a pagine intere di narrazione fastidiosa. Sì, fastidioso è il termine corretto. Perché le parole e il ritmo non assecondano assolutamente ciò che viene narrato. L'autore utilizza termini troppo leggeri per sentimenti profondi e laceranti ("il dispiacere di perdere per sempre i suoi figli") oppure estremi (come "odio") per contesti invece passeggeri. Vengono spese intere pagine per momenti di passaggio e dialoghi a volte inutili, mentre l'intero climax di una situazione dominante viene bruciato in mezza pagina.

Allo stesso modo, ogni tanto sono presenti degli spunti veramente interessanti, elementi carini e divertenti, passaggi nella storia per niente banali, eppure l'originalità viene velocemente sacrificata sotto il macigno della banalità. Non mi lamento dell'eroe dal passato oscuro che sente di volersi riscattare (non c'è niente di male a utilizzare un archetipo come base del proprio lavoro), ma delle frasi scontate, dei passaggi obbligati affinché la storia prosegua in una certa direzione, dei dialoghi senza senso che servono soltanto a propinare al lettore il monologo del cattivone che deve raccontare la propria filosofia di vita.

Eppure, perché dopo tutto questo, dopo aver lanciato il libro sul pavimento arrivata all'ultima pagina, penso di non aver perso tempo a leggerlo?
Perché questo libro mi ha insegnato molto. Mi ha fatto vedere che cosa non va anche nel mio modo di scrivere, così simile a quello di Ceretoli se ripenso ai miei racconti di neanche tanto tempo fa.
Mi ha reso più vigile di fronte a facili scivolate di chi ancora non è un professionista e vorrebbe colmare le lacune con piccoli guizzi di bravura. Ma quanto la tecnica manca, bisogna solo mettersi a testa bassa e imparare, imparare, imparare (e per favore mandate a cagare la Strazzulla la prossima volta che si permette di fare certe affermazioni).
Per questo motivo mi voglio fidare dell'editore che mi ha garantito come il secondo libro della trilogia sia in effetti più maturo e curato.
Ribadisco, se mi sono incazzata leggendo il libro, non è stato nei confronti dell'autore (che tra l'altro ha appena accettato la mia amicizia su facebook e quindi ora può insultarmi direttamente!) né con l'editore, ma soltanto perché mi ha frustrata leggere un romanzo scritto in quel modo.
Non posso non considerare che "Il sigillo del vento" è il primo romanzo fantasy di Ceretoli come il primo romanzo della linea fantasy edita dalla Asengard. C'è sempre spazio per crescere e migliorarsi, per cui ho intenzione di leggere senza paranoia e pregiudizi il seguito.

Ecco, da tutto questo sento emergere una nuova esigenza, ovvero il confronto diretto. Mi farebbe piacere poter parlare con Ceretoli e con altri autori italiani di scrittura. Ma non nei salotti chiusi dei forum dove bazzicano solo gli interessati. Mi piacerebbe un bel confronto aperto su "campo neutro".
Chissà che NovAtlantis non servirà anche a questo. :)

venerdì 13 giugno 2008

Estinzione


Killon arrancava nei cunicoli in preda a uno stato di eccitazione e paura. I suoni della battaglia gli giungevano vivi e ben distinti, per quanto fosse certo di essersi allontanato a sufficienza. L'agitazione lo faceva cadere ogni pochi metri, ma si sforzò di proseguire. Doveva uscire a tutti i costi dalle caverne del clan o sarebbe stata la fine.

Quando l'armata degli orchi aveva superato l'ingresso alle caverne, si era scatenato il caos tra i nani e ognuno era corso a prepararsi come meglio poteva alla battaglia. Il clangore del metallo e le voci allarmate avevano riempito il complesso di caverne, mescolandosi alle grida degli invasori. La sorpresa di quell'attacco notturno era stata però presto dimenticata per lasciare posto alla violenza dello scontro, al boato del ferro portatore di morte. Gli orchi lanciavano grida selvagge, che riempivano l'animo di orrore, mentre le loro lame fendevano e straziavano con instancabile brutalità.

Killon cadde ancora una volta, graffiandosi le mani nel tentativo di appoggiarsi alla parete del cunicolo. Il sudore aveva impregnato ogni centimetro della sua pelle e ogni appiglio pareva sfuggirgli come se lo respingesse. Le gambe stanche e doloranti, più per la tensione che per la fatica, continuavano a farlo avanzare, un metro dopo l'altro finché i rumori del combattimento rimasero coperti dal suo ansimare e dal battito del suo cuore.

Finalmente era riuscito a lasciarsi veramente alle spalle lo scontro o forse semplicemente la battaglia stava volgendo al termine. Era quasi sicuro dell'esito, ma non così tanto da fidarsi a tornare indietro. Sarebbe stato sufficiente che soltanto uno fosse rimasto vivo, che per lui sarebbe stata la fine. Si sentiva un codardo, ma non se ne vergognava. L'aveva fatto per la straziante richiesta d'aiuto del suo istinto di sopravvivenza che, a suo parere, giustificava ogni cosa, anche l'aver abbandonato i propri compagni al loro destino.

Un refolo d'aria fresca lo spinse ad accelerare il passo e a proseguire verso l'uscita ormai vicinissima. Il vento notturno gli sferzò il viso come uno schiaffo quando si affacciò sul costone roccioso che scendeva verso la valle sottostante. Camminò in fretta, nonostante la stanchezza, e quasi corse quando giunse ai piedi della montagna. Il silenzio fu una consolazione di ben poca durata, spezzato dal rumore di zoccoli in avvicinamento. Individuò alcune rocce ammassate di fianco a una vecchia quercia e corse a rifugiarsi dietro quel riparo improvvisato. Il trotto divenne passo e infine i cavalli si fermarono sbruffando.

Il nuovo silenzio, molto meno rassicurante del precedente, lo angosciava. Imprecò mentalmente contro il suo cuore, che sembrava fare un rumore eccessivo, ma infine ogni illusione di passare inosservato venne meno e uno degli uomini appena giunti lo adocchiò da sopra le rocce.

- Vieni fuori di lì, idiota.

- Io... io...

Killon sgusciò dal suo nascondiglio come una lepre che sonda apprensiva il terreno circostante.

L'ufficiale lo squadrava dall'alto al basso, con una vena di disprezzo per quell'essere che aveva tradito il suo popolo. Killon, dal canto suo, continuava a giustificarsi, ripetendo nella mente le parole che l'uomo gli aveva detto: “Prima o poi conquisteremo la fortezza, è solo una questione di tempo. Sta a te decidere se morire nell'inutile e lungo assedio, o se aprire le porte e salvarti.”

- Hai fatto un ottimo lavoro nano.

- Vi... vi ringrazio - riuscì a malapena a balbettare, avvertendo uno strozzamento in gola quando una figura ammantata di nero avvicinò il suo cavallo per scrutarlo meglio.

Il mantello riportava piccole rune argentee lungo il bordo e sull'estremità anteriore del cappuccio si stagliava, bianco, il simbolo dell'oscuro Izrador, ormai tristemente conosciuto da ogni gente di Eredane.

Il legato scese da cavallo con movimenti lenti e controllati, mentre il suo sguardo, adombrato dal cappuccio, rimaneva fisso sul nano tremante.

Un'ombra si mosse alle sue spalle e una belva dal pelo fulvo apparve al suo fianco. Il legato accarezzò il pelo dell'animale, che lo guardò intensamente per poi posare a sua volta gli occhi scintillanti su Killon.

- Non saremmo mai riusciti a entrare senza il tuo aiuto - disse il legato con voce afona, quasi roca.

- Come?

Lo stupore che si dipinse sul volto del nano fece sorridere il legato.

- E dire che parlano dei nani come di una razza abile e sveglia.

Killon si sentiva troppo stupido per potersi in qualche modo offendere e il rossore che sentì sul viso non fece che aumentare la sua frustrazione. Fece di nuovo appello al suo spirito di sopravvivenza per mettere da parte l'imbarazzo:

- Il nostro patto può quindi considerarsi concluso?

- Non ancora. Gli accordi erano la completa estinzione del clan Anbek.

- Ma non è rimasto più nessuno...

Le parole gli morirono in gola, mentre a un gesto della mano dell'inquisitore uno dei soldati scattò verso di lui.



“Estinzione” - 22 marzo 2008



Partecipante al concorso Miglior racconto breve per 'Midnight' indetto da Il 5° Clone.


lunedì 14 aprile 2008

L'uomo della nebbia

I bambini di Sheldomville, come ogni sera, si infilarono sotto le coperte timorosi del buio, perché nelle ombre si nascondeva il temuto uomo della nebbia.

Ogni genitore ricorreva alla terribile minaccia dell'uomo della nebbia per convincere il proprio bambino ad andare a letto senza fare capricci, facendo leva sulla suggestione che la bruma serale provocava nelle giovani menti.

In effetti Sheldomville veniva avvolta da un morbido abbraccio vaporoso al calar del sole, per poi liberarsene solo dopo l'alba, e la nebbia sembrava custodire i sonni dei popolani della valle di Arten come una coperta premurosa. Se gli adulti riuscivano a godersi il lato romantico di una tale atmosfera raccolti nelle proprie case per la cena, i bambini si affacciavano con gli occhi spalancati alle piccole finestre delle casupole, guardando l'intreccio dei fili argentei che, piano piano, si fondeva a creare un manto compatto e impenetrabile allo sguardo. Era fin troppo facile per loro riuscire a immaginare un evanescente omino senza volto che si aggirava nella coltre grigia e misteriosa, per poi insinuarsi attraverso le assi di legno e giungere fino al letto del dormiente, per dischiudere ai suoi occhi mondi terrificanti e traboccante di orrori innominabili.

Ma Jordy non aveva paura dell'uomo della nebbia e dei luoghi misteriosi di cui era messaggero. Fremeva di curiosità per quei mondi leggendari, in cui si muovevano mostri e razze da incubo. Ogni sera sperava di intravedere una piccola voluta di nebbia infilarsi nello spiraglio che si apriva nell'infisso della finestra, ma si era sempre risvegliato al mattino deluso e impaziente di veder calare di nuovo la notte. La sua fiducia era però incrollabile, perché lui aveva la prova dell'esistenza dell'uomo della nebbia e della magia di cui era portatore.

Difatti custodiva gelosamente da settimane una sfera di vetro, che aveva trovato una mattina in mezzo ai suoi giocattoli. Non aveva mai chiesto agli altri bambini di chi fosse, l'aveva semplicemente fatta sua. Aveva chiamato lo strano oggetto “palla magica” e il nome era decisamente appropriato. La sfera infatti era costituita da un rivestimento di vetro talmente sottile da sembrare quasi inesistente, mentre all'interno non si vedeva altro che un ammasso di nebbia grigia, che a volte sembrava vibrare di vita propria, lasciando intravedere il movimento di alcune volute che andavano a fondersi e morire nella massa circostante. Jordy si convinse subito che quell'oggetto meraviglioso doveva appartenere all'uomo della nebbia, un essere che viveva in mondi ammantati di magia. Non capiva la paura degli altri bambini e pensava che fossero semplicemente troppo codardi per esplorare quegli universi sconosciuti.

Quella sera si infilò nel letto con la stessa speranza di poter dare una sbirciata ai mondi fantastici di cui ormai riusciva a immaginare ogni elemento e dettaglio, ogni creatura e sfumatura di colore. Quando fu sotto le coperte, si accorse che la finestra era rimasta socchiusa ma sentiva troppo freddo per alzarsi e chiuderla. Stava per chiudere gli occhi vinto dalla stanchezza, quando un fruscio attirò la sua attenzione e vide la luce lunare filtrare dalla fessura rimasta aperta e riflettersi su una voluta di fumo argenteo.

Jordy trattenne il fiato e il cuore si mise a galoppargli nel petto, spinto dall'emozione improvvisa e inattesa. Il sottile filo nebuloso si ripiegò in forme sinuose e si espanse nella stanza, continuando ad assorbire il bagliore lunare come se la luce stessa desse forma e consistenza a quella sostanza impalpabile.

Infine, davanti agli occhi di Jordy si delineò la figura magra, quasi scheletrica, di un uomo dai tratti indefiniti. Sembrava indossare una sorta di tunica il cui orlo ondeggiava inquieto appena al di sopra del dorso dei piedi.

Jordy scattò a sedere sul letto, la bocca spalancata in un moto di stupore e meraviglia.

- Sapevo che saresti venuto da me!

L'uomo sorrise, silenzioso, e si avvicinò a Jordy.

- Mi porterai nel tuo mondo?

Lui annuì e il suo sorriso si allargò. Poi allungò una mano verso la sfera che Jordy custodiva sotto al cuscino e la accarezzò con tenerezza, come una madre amorevole farebbe col proprio bambino.

Invitò Jordy a guardare con un gesto della mano, mentre dentro la sfera si agitava qualcosa. Il piccolo rimase stupefatto, perché il movimento della materia evanescente che già aveva visto in altre occasioni era accompagnato da riflessi luminosi che si alternavano a ombre sinuose.

L'uomo avvicinò ancora di più la sfera verso il viso di Jordy e il bambino ne rimase come ipnotizzato. Il gioco di luci e ombre sembrava una danza esotica carica di promesse di meraviglie e per Jordy era come l'avverarsi di un sogno. Il desiderio divenne incontrastabile e Jordy allungò di scatto una mano per afferrare la sfera. Appena toccò la superficie, non avvertì il freddo contatto col vetro, ma le sue dita affondarono nella massa turbinante che ora aveva i riflessi dell'argento e dell'oro. Si lasciò attrarre e plasmare, mentre il suo corpo cominciava a farsi evanescente.

La sensazione fu esaltante e terrificante insieme. La massa nebbiosa avvolse Jordy fino a fondersi col suo corpo, accarezzandolo come una coperta ma allo stesso tempo penetrandolo come migliaia di aghi sottili. Jordy si ritrovò in un mondo senza linee e senza punti di riferimento. Era circondato da un nulla colmato soltato dalla nube argentea che gli volteggiava attorno, in un moto sempre più lento. Infine il turbinio si placò, lasciandolo nel silenzio e nell'immobilità. Provò a chiamare, ma nessun suono uscì dalla sua gola. Si mosse e avvertì semplicemente il suo corpo fluire nella materia fumosa, come una delle tante piccole volute che vi si agitano dentro. Il tempo perse ogni parvenza di regolarità e i secondi divennero anni e le ore semplici istanti tutti uguali.

L'uomo della nebbia accarezzò con amore la sua sfera e la ripose in una tasca nascosta della sua veste. Uscì dalla finestra, confondendosi con la bruma che circondava il piccolo paese. Si avvicinò alla casa dei Mothler e notò alcuni giocattoli abbandonati nel porticato antistante il piccolo edificio. Abbandonò la sfera tra una trottola e alcune corde colorate, poi sorrise e si allontanò leggero, come se non toccasse il terreno.

Ora doveva solo attendere un nuovo invito.



“L'uomo della nebbia” - 7-8 marzo 2008



Racconto partecipante alla prima fase della V edizione del concorso "La fossa" indetto sul forum di Scheletri.com; classificatosi per la seconda fase (ancora in corso).


Pubblicato anche su http://lnx.dittaferrara.it/epress


mercoledì 9 aprile 2008

La verità del silenzio

Reldan, l'uomo che si è occupato di me sin dall'infanzia, sta morendo in un letto davanti ai miei occhi. Il petto vecchio e stanco si solleva a fatica e gli occhi si aprono sempre più raramente. Ascolto i suoi rantoli agonici con tristezza e curiosità al tempo stesso, perché sono i primi e gli ultimi suoni che sento emettere da quest'uomo, che per tutta la sua vita non ha mai parlato. Mentre gli tengo la mano, prego perché il trapasso sia per lui il più possibile indolore, ma sento che il suo respiro affannato gli provoca una sofferenza che non potrà mai descrivere.

- La... la strada...

Sussulto, mentre il cuore sembra paralizzarsi. Reldan ha parlato veramente o è stata la mia immaginazione?

- La strada è ancora aperta...

Il tempo sembra cristallizzarsi attorno a me, mentre ascolto le parole che mai sarebbero dovute uscire da quella gola offesa. Ora sembro io il muto, mentre le labbra di Reldan si muovono tremanti, cercando di comporre suoni comprensibili. Lo guardo e riesco solo a pensare che non può essere vero, che forse mi sono appisolato al capezzale di colui che è stato come un padre silenzioso per tutti questi anni e che sto sognando ciò che ho desiderato per tutta la vita. Ma la bocca del vecchio si apre ancora una volta, sussurrando:

- La porta, la strada... puoi tornare a casa...

Inebetito dalle sue parole, mi rendo conto soltanto ora che sta parlando con me e di qualcosa di cui avevo smesso di pormi domande tanto tempo fa. Quante volte gli avevo chiesto da dove venissi, chi fossero i miei veri genitori o anche solo dove mi avesse trovato. Mi guardavo allo specchio, osservando i miei capelli neri e gli occhi grigi, così diverso nella fisionomia dalle persone che conoscevo, e desideravo sapere qualcosa, un qualunque dettaglio, sulle mie origini, ma lui non aveva mai potuto rispondere alle mie domande. Si limitava a sorridermi e a indicarmi i libri della grande biblioteca impolverata, come a dire che soltanto lì avrei trovato le mie risposte.

Ma fra i tanti tomi, alcuni talmente antichi da pensare che fossero stati creati col mondo stesso, non avevo trovato nulla che potesse indicarmi la mia origine. Se solo Reldan avesse saputo scrivere, forse avrebbe potuto dirmi di più. Invece non poté mai neanche scarabocchiare su un pezzo di carta qualcosa che potesse dirmi del mio passato e della mia origine. E né i servitori che mi sono stati sempre accanto, né il tutore che mi diede un'istruzione erano a conoscenza del mio passato o del luogo in cui Reldan mi aveva trovato. Sembrava che soltanto lui avesse le risposte e, per una beffa del destino, non poteva comunicarmele. E per questo, un giorno, smisi di porre domande.

Ora però quest'uomo che credevo muto sta parlando. E se fosse sempre stato in grado anche di leggere e scrivere? Come ha potuto ingannarmi per tutti questi anni? Nella mente si accavallano così tante domande che l'unica cosa di cui sono certo è il dubbio.

Reldan spalanca gli occhi e gira la testa di scatto verso di me. Il movimento è talmente repentino che salto sulla sedia spaventato, come se vedessi un fantasma. O meglio, è come se vedessi uno sconosciuto, una persona di cui credevo sapere tutto e che invece si presenta a me in una veste completamente nuova proprio ora che sta esalando il suo ultimo respiro.

- Credo di doverti chiedere scusa, ragazzo mio, per gli anni di silenzio a cui ti ho condannato. Ma soprattuto per non aver mai dato soddisfazione alle tue domande. Quanto vuoto devi sentire dentro per ciò che eri e non conosci.

Provo a parlare ma la lingua sembra paralizzata. I ruoli sembrano essersi invertiti e lo lascio continuare. Ora prego perché il suo trapasso sia il più lontano possibile, che il tempo fermi per qualche istante la sua corsa.

- Forse sarei dovuto arrivare alla tomba silenzioso così come mi hai sempre conosciuto, ma che gli Inferi mi accolgano se ti lascio in questo mondo senza dirti che hai una casa e che esiste ancora la strada per tornarci.

Prende un ampio respiro e l'aria sembra non voler uscire dai polmoni. Diventa cianotico in volto e temo che mi abbandoni proprio ora. Invaso da un senso di rabbia che non credevo potesse esistere nel mio animo, la voce mi esplode in gola:

- No! Non puoi morire ora! Devi parlare!

Reldan riprende a respirare, sempre più faticosamente.

- Capisco il tuo rancore, ma credimi se ti dico che l'ho fatto per proteggerti.

Il mio sguardo si sta infiammando, non so se per il furore o per le lacrime. Continuo a chiedermi come l'uomo che tanto mi ha amato sia stato anche in grado di farmi crescere in un'eterna menzogna.

- E se non ti ho mai rivolto la parola, è stato per non mentirti.

La sua affermazione mi fulmina. E' vero, non ha mai proferito falsità. Ma il silenzio non è stato ugualmente una bugia perpetrata negli anni, più insidiosa di qualunque parola potesse mai dirmi?

Cerco di mantenere la calma, agognando infine la verità. So che non può mentire ancora.

- C'è però una cosa su cui non ti ho mai ingannato: i libri. In essi sono custodite le tracce che ti riporteranno a casa.

La mia voce esce roca, come se le mie corde vocali lottassero contro il groppo che mi ha annodato la gola:

- Non ho mai trovato nulla in quei libri. Sono solo trattati di storia e raccolte di novelle.

- E che altro sarebbe la storia se non il nostro passato e le novelle ciò che viene rivelato sulle nostre vite?

Ora penso che sia pazzo. Forse l'agonia lo sta facendo sragionare. Ma voglio lasciarlo parlare, voglio ascoltare la sua voce infame fino alla fine.

- Se ben ricordi, c'è stato un libro che hai amato sin da quando il signor Gorian ti ha insegnato a leggere. Lo portavi sempre con te e non ti stancavi mai di leggere le storie di fate e folletti.

- Erano solo favole.

- La tua vita è una favola. Il mondo da cui provieni è per i più soltanto un luogo esiliato nelle fantasie dei bambini. Ma a volte si aprono porte che portano in questa realtà cose che gli uomini non vogliono vedere e accettare. Quando richiusero il varco, cancellarono ogni segno potesse ricordare loro che esistevano altre realtà, fantastiche e spaventose allo stesso tempo. Ma non riuscirono a eliminare anche te. Lottai per portarti via dalle loro mani assassine e ti tenni con me, avvolgendo me stesso nel silenzio per non doverti mentire, consapevole che la verità avrebbe portato a conseguenze disastrose. Sapevo che se ti avessi detto tutto al momento sbagliato, quando era ancora troppo presto perché tu comprendessi, sarebbe stata la rovina. La tua è una razza romantica e sognatrice, ma anche capace di vendette violente e di gesti inconsulti. Ma ora sei grande, ragazzo mio, e puoi affrontare la conoscenza senza lasciartene possedere. So che sceglierai con giudizio, sia che tu decida di rimanere in questo esilio o di cercare la strada per tornare a casa.

Gli occhi di Reldan si richiudono lentamente, un rantolo è l'ultimo suono che sento, prima che il silenzio ricada tra noi, così com'era sempre stato. Il volto di Reldan diviene sfumato mentre le lacrime di rabbia e tristezza mi riempiono gli occhi. Come un automa mi alzo, gli accarezzo il volto e vado in cerca del libro.

Lo trovo in uno scaffale basso della biblioteca, con un angolo preso in prestito da un ragno per la sua casa. Sfratto l'inquilino e lo prendo con delicatezza, come se fosse un'antica reliquia. Avevo dimenticato il disegno del portale fiorito sulla copertina, che mi aveva affascinato per la sua somiglianza col portone del roseto, quello che dava sulla brughiera e che non veniva ormai utilizzato da nessuno. Non avevo mai attraversato quel portone, non più accessibile da anni a causa dei rovi che vi erano cresciuti attorno.

Mi ritrovai a ridere come uno sciocco, pervaso da una sensazione insieme di felicità e di smarrimento. Tornai al capezzale di Reldan e salutai un'ultima volta l'uomo che, nella sua prigione di silenzio, aveva sempre evitato di mentirmi, permettendomi ora di credere alle sue uniche parole, le sole mai pronunciate al mio cospetto.



“La verità del silenzio” - 21 gennaio 2008



Racconto partecipante al 10° Concorso di Narrativa e Poesia indetto dal Comune di Lagosanto (FE).


giovedì 27 marzo 2008

Il volo del drago

Nelle fredde caverne scavate nel ghiaccio antartico, gli ultimi draghi riposavano, nell'attesa di uscire di nuovo per la caccia.

Il giovane Tharios osservò le scaglie blu petrolio dei propri compagni e un'ondata di malinconia lo travolse. Nianerys, la vecchia draghessa che ora giaceva avvolta dal freddo della morte e del ghiaccio eterno, gli aveva narrato di un tempo lontano in cui i draghi splendevano dei colori del sole e potevano solcare i cieli alla luce del giorno, liberi di osservare il mondo, sicuri che nessun essere vivente avrebbe mai osato contrastarli. Ma quei tempi erano passati da così tanto tempo che anche lei, con la sua vita millenaria, ricordava a malapena le leggende narrate dai più anziani.

Tharios non aveva mai visto il sole. I lunghi, immensi corridoi che portavano verso l'esterno erano stati scavati dai primi draghi che si erano dovuti rifugiare nel ghiaccio e correvano appena al di sopra del terreno sormontato dall'ammasso incalcolabile di gelida materia. Il percorso, che richiedeva intere giornate di cammino, terminava in alcuni sbocchi sottomarini, attraverso i quali i draghi entravano e uscivano durante i giorni della caccia, senza mai emergere dalla superficie del mare. Ogni tanto i draghi sentivano il bisogno di tornare a guardare il cielo e attendevano la notte per sollevare il maestoso capo al di sopra dell'acqua. In quei rari momenti, i loro sguardi erano catturati dal manto stellato, che rievocava in loro una nostalgia profonda di quando potevano dispiegare le ali sotto di esso.

La prima volta in cui Tharios partecipò all'emersione, il cielo limpido sopra la sua testa lo impressionò quasi quanto la sensazione di leggerezza che aveva provato durante la sua prima uscita in mare. Tharios osservò a lungo la miriade di punti luminosi, che gli spiegarono essere stelle, frammenti di luce che i draghi più antichi avevano sparso nel cielo oscuro per indicare la via durante le antiche migrazioni. Poi però il giovane drago fu attratto da un ammasso di stelle particolarmente fitto, che creava una sorta di nube luminosa, con al centro una chiazza rossastra che sembrava una fiamma accesa tra le stelle stesse. Ma quando chiese spiegazioni, gli risposero che era semplicemente un ammasso più fitto di stelle, niente di più, e che il rosso era semplicemente ciò che restava dell'antico fuoco da cui i draghi avevano estratto la luce.

Tharios continuò a fissare quella nube celeste ammaliato, come se quella luce rossastra pretendesse la sua attenzione. Rimase affascinato a tal punto da indurlo a tentare di spiccare il volo, cosa per cui venne ripreso duramente e punito col divieto di uscire a caccia la volta successiva. Questo fu sufficiente per far sì che non tentasse più l'impresa, ma la punizione non fu in grado di cancellare dalla sua mente i racconti della vecchia Nianerys. Fu lei infatti a spiegargli che in realtà la nube non era affatto una semplice ammasso di stelle, ma era bensì una porta, da cui gli antichi draghi, i progenitori di tutta la loro razza, erano giunti. Per questo, prima che i draghi fossero costretti a nascondersi, veniva chiamata il Varco.

- Perché non hanno voluto dirmelo? - chiese il giovane Tharios.

- Perché il dolore del ricordo è troppo grande e così i draghi preferiscono dimenticare, mentendo persino a se stessi. Potresti vivere un'intera vita, piccolo mio, pensando a una via che non puoi più percorrere? Guardando un'esistenza trascorsa a nascondersi in queste caverne ghiacciate, mentre la mente torna a epoche in cui eravamo liberi di volare nel cielo? No, meglio dimenticare, meglio non pensare a...

- A cosa?

- Alla speranza.

- La speranza? Vuoi dire che il Varco è aperto?

- Io non l'ho detto - fu la risposta sussurrata di Nianerys.

Per Tharios quelle parole ebbero l'effetto di un uragano emotivo. La sua insofferenza crebbe a tal punto che non poté più trattenersi. Cominciò a fare domande sul Varco, ottenendo risposte prima indifferenti, poi sempre più infastidite, fino alla furia degli anziani, che minacciarono di tenerlo recluso fino all'età adulta. La prospettiva di altri cento anni rinchiuso in quella prigione di ghiaccio lo fece quasi impazzire, portandolo alla paranoia e all'ossessione.

La vecchia Nianerys fu ritenuta colpevole di avergli insinuato simili pensieri assurdi e fu emarginata dal gruppo. Morì in silenzio, sotto lo sguardo gelido dei suoi compagni. Tharios tentò più e più volte di farle visita, ma gli fu sempre impedito. Quando gli comunicarono la morte della vecchia draghessa, esplose nell'ira più incontrollabile. I suoi artigli scalfivano il ghiaccio al suo passaggio e mostrava i denti affilati a chiunque gli si parasse davanti. Voleva vedere Nianerys un'ultima volta, voleva prometterle che non avrebbe dimenticato le sue parole. Ma gli anziani lo osteggiarono e più cercavano di calmarlo, dicendogli di dimenticare, più la sua furia cresceva. Infine, Tharios si incamminò verso l'imboccatura del tunnel principale, gridando che se ne sarebbe andato da loro e dalla loro falsità. Cercarono di fermarlo, ma suo padre intimò agli altri draghi di lasciare che il figlio prendesse la via verso l'uscita.

- Lasciatelo passare. Quando sarà abbastanza stanco e spaventato, vedrete che tornerà indietro.

- Ma i cunicoli sono intricati... potrebbe perdersi! - obiettò un drago anziano.

- Peggio per lui, imparerà più in fretta l'obbedienza, ammesso che non sia troppo tardi...

Tharios sapeva che il drago anziano aveva ragione. I cunicoli percorrevano chilometri e chilometri nel ghiaccio, incrociandosi con quelli di vecchie dimore ormai abbandonate. Sapeva che il rischio di non vedere l'uscita era altissimo, come quello di non riuscire a tornare indietro.

Ma la morsa che sentiva attorno a sé era ormai intollerabile. Avrebbe preferito morire arrancando, piuttosto che spegnersi nel silenzio e nell'indifferenza come Nianerys.

Si incamminò frustando la coda, senza voltarsi indietro. I suoi passi furono affrettati, furiosi, finché la loro eco divenne l'unico suono attorno a Tharios. Ascoltava i rimbombi ritmici, cercando di riportare il cuore alla stessa regolarità, ma quando finalmente l'ira si dissipò, l'ansia era ad attenderlo dietro l'ennesima svolta del cunicolo.

Non sapeva di quanto si fosse allontanato, come non aveva idea di quale direzione avesse effettivamente preso. Si fermò, nell'insulsa speranza di riuscire a orientarsi, e solo allora si accorse che c'era un altro suono cadenzato, fino a quel momento coperto dai suoi passi. Tharios capì immediatamente di essere stato seguito.

Probabilmente non era suo padre, troppo orgoglioso per inseguirlo e per pregarlo di tornare indietro. Poteva essere un anziano del branco o qualche draghessa preoccupata, ma rimase stupefatto quando, da dietro l'angolo, vide spuntare il muso delicato di Lyarna, la figlia di Goranar. Poco più di un cucciolo, la piccola draghessa si fece avanti timidamente, abbassando il capo in segno di saluto.

- Lyarna, ma cosa fai?

- Vengo con te.

- Ma sei impazzita?

- Forse quanto lo sei tu.

- Io... la strada che sto percorrendo è lunga, ci vorranno giorni prima di raggiungere il mare.

- Se continui per questo percorso, al mare non ci arriverai mai - replicò Lyarna, con un sorrisetto malizioso.

- Come? - Tharios scosse la testa, cercando di nascondere l'imbarazzo per essersi perso. - Cosa ti fa pensare che io mi sia smarrito?

- Ricordo esattamente la strada che abbiamo percorso per andare a caccia. Le ultime due volte c'ero anch'io, in caso tu non te ne fossi accorto.

Tharios si sentì avvampare. In effetti, non aveva badato alla piccola draghessa, troppo eccitato alla prospettiva di tornare a nuotare nel mare... e di rivedere il cielo.

- Ho sentito quello che hai detto e non credo affatto che le parole di Nianerys fossero i vaneggiamenti di una vecchia draghessa morente. Voglio venire con te, Tharios, e voglio passare il Varco.


L'uscita era alle loro spalle, a decine di metri di profondità sotto la superficie del mare. Avevano atteso la notte per emergere, tormentandosi minuto dopo minuto, impazienti di dare inizio al nuovo viaggio dopo i giorni trascorsi nei cunicoli ghiacciati. Lyarna non si era mai sbagliata, ma spesso agli incroci si erano dovuti fermare perché lei ricordasse con esattezza la direzione da prendere.

Ma ora erano fuori e il cielo li dominava, cosparso di migliaia di scintille ammalianti. I due giovani draghi rimasero per un tempo indefinito a osservare la volta celeste, avvertendo un richiamo atavico che si risvegliava dentro di loro. Le membrane delle ali vibrarono, disseminando gocce gelide nell'aria circostante mentre si sollevavano al di sopra della superficie. I loro corpi fremettero di eccitazione, mentre avvertivano il calore sprigionato dai muscoli in movimento.

Le ali sbatterono, prima timidamente, poi con maggior decisione. Uno, due colpi, che frustarono l'aria della notte. Infine le masse scure si sollevarono dall'acqua, innalzando onde irregolari che si infransero tutt'attorno, in due anelli di frammenti diamantini.

Erano sospesi a un paio di metri dal mare scuro, con le ali che si muovevano sempre più sicure, e l'ebrezza li avvolse improvvisa e violenta. Si sentirono come eterei, privi di peso, e si lanciarono verso l'alto gridando e ridendo, felici di essere semplicemente liberi. Fu come liberarsi di un peso, un macigno che premeva loro addosso da quando erano nati, fatto di buio e di silenzio. Ora potevano lasciare che i loro corpi si muovessero in ogni direzione, non più costretti ai percorsi obbligati dei cunicoli e alle nicchie nel ghiaccio, che, per quanto ampie, impedivano comunque di aprire le ali e di librarsi.

La felicità si mutò in stupore, quando videro la distesa bianca sotto di loro. Un immenso territorio coperto di ghiaccio si estendeva oltre il limite dell'orizzonte e i viaggi di giorni per andare a caccia sembrarono loro un niente, rispetto a quanto ci sarebbe voluto per percorrere tutta quella pianura. Ma compresero anche che volando avrebbero potuto sorvolarla in pochissimo tempo. Il solo pensiero diede nuova spinta alle loro ali e i draghi volarono sempre più in alto, verso quelle luci affascinanti e misteriose, che sembravano divenire sempre più nitide man mano che si allontanavano dal livello del mare.

La macchia rossa ora era più brillante. Aveva l'aspetto di uno sbuffo di gas colorato, dentro cui brillavano altre piccole luci bianche, stelle che non si distinguevano da terra.

Volarono ancora più in alto, ridacchiando e azzardando progetti sempre più ambiziosi su quello che avrebbero fatto una volta attraversato il Varco. Poi, però, le loro voci andarono spegnendosi a poco a poco, mentre le luci si facevano sempre più splendenti. Si resero conto di essere stanchi. Le loro ali non erano mai state abituate al movimento, se non per qualche fremito al risveglio, e ora che l'eccitazione iniziale si stava affievolendo, la fatica del volo cominciava a farsi sentire.

- Tharios, pensi che ci vorrà molto per giungere al Varco?

- A dire il vero, non lo so, ma se altri draghi prima di noi hanno fatto questo viaggio, di sicuro non potrà essere così lontano.

- Ma forse quei draghi erano abituati a volare.

Tharios si sentì improvvisamente stupido. Era stata tale la foga, tanta la speranza, che non aveva mai pensato alle difficoltà di una simile impresa. Non sapeva quanto fossero forti o preparati i draghi che avevano riempito quella distanza millenni prima, ma di sicuro non doveva trattarsi di giovani draghi inesperti, come erano loro. Ma ormai erano partiti, tornare indietro significava rientrare nella tana con la coda tra le gambe e supplicare il perdono per la loro colossale marachella. Dopodiché, ogni altro tentativo sarebbe rimasto un semplice vaneggiamento.

- Su, vedrai che non sarà poi così lontano. Non siamo abituati al volo, ma le nostre ali sono forti.

Le sue parole non furono sufficienti a risollevare Lyarna, che pareva sempre più dubbiosa e, soprattutto, stanca.

Quando fu passata circa un'altra ora, la draghessa non ne poté più e sbottò:

- Basta Tharios! Io non ce la faccio più!

- E cosa vorresti fare? - ansimò il suo giovane amico - Tornare indietro?

- Sì, esattamente.

- Ma sei pazza? Dopo non avresti più l'occasione di andartene. Rinunceresti così alla libertà?

- Ma quale libertà? Siamo stati degli sciocchi. Dovevamo dar retta agli anziani. Evidentemente i draghi che passarono il Varco erano molto più potenti di noi. O forse, più semplicemente, non esiste nessun Varco...

- No, non puoi credere a questo! Non puoi farti tormentare dai dubbi proprio ora!

- Dubbi o non dubbi, le mie ali ormai si muovono a stento. Voglio tornare giù, prima che sia troppo tardi.

- No, Lyarna, ti prego...

Ma le parole di Tharios furono rivolte al nulla. Lyarna ripiegò e cominciò la lunga discesa verso il basso, con le ali tese nel tentativo di sfruttare le correnti, troppo stremata per continuare a muoverle. Ben presto il suo corpo blu petrolio fu inghiottito dall'oscurità della notte che ancora ricopriva le terre e i mari, ma da oriente una sottile lama di luce cominciava a farsi strada nel mondo addormentato.

Tharios non poté fare a meno di distogliere i suoi pensieri da Lyarna, catturato dalla luce. Aveva sempre cercato di immaginarla, ma ora che stava comparendo di fronte ai suoi occhi, essa si mostrava ben più splendida di quanto lui avesse mai potuto credere. Strinse le palpebre, mentre la linea rosata si allargava, espandendo il suo chiarore verso l'alto. Tharios pensò che quello dovesse essere il giorno, ma si sentì miseramente stupido quando cominciò a comprendere che quello era solo l'annuncio, l'araldo dorato di uno splendore sconosciuto.

I battiti delle ali erano lenti e regolari, sufficienti a tenerlo librato in volo, mentre i suoi sensi erano totalmente rapiti da quello spettacolo divino. Tharios pensò che soltanto gli antichi draghi avessero potuto dare origine a un miracolo di tale bellezza e si convinse che la luce stessa fosse stata portata nel mondo dai suoi antichi predecessori.

A un certo punto, non poté attendere oltre. Diede una sferzata decisa con le ali e ricominciò a salire, incurante della stanchezza e dell'indolenzimento. Più saliva e più la luce diveniva sfolgorante. Guardò in su e si rese conto che il Varco, come le altre stelle, erano ormai svaniti, a parte le luci più lontane a occidente. Ma non importava, perché ora aveva una guida ancora più sicura. Sapeva che doveva soltanto salire, sempre più in alto, in modo da vedere il sole per intero.

La sfera infuocata era ormai del tutto visibile e il cielo stava assumendo una sfumatura azzurra che affascinò Tharios. Osservò le sue scaglie, del colore della notte, e provò pena per Lyarna e per tutti gli altri draghi rimasti giù, perché non avrebbero mai visto altro se non l'oscurità.

Poi arrivò il dolore. Intenso, bruciante, come se lo stessero scorticando vivo. Tharios non aveva mai conosciuto il fuoco, ma ne aveva sentito parlare dalla vecchia Nianerys, quando le narrava degli antichi draghi capaci di emettere fiamme dalle fauci, e comprese in quell'istante di cosa doveva trattarsi. Sentì un rumore sfrigolante provenire dal suo stesso corpo e si osservò incredulo. Le scaglie che lo ricoprivano stavano fumando, rilasciando sbuffi di vapore caldo che si disperdevano nell'aria del mattino. Tharios fu colto dal panico ma riuscì a rimanere in fluttuazione, dopo un movimento convulso in cui rischiò di precipitare. Il bruciore era sempre più forte e sicuramente sarebbe stato ben presto intollerabile. Gridò di dolore e di paura, incapace di comprendere come il sole, dono e meraviglia, potesse essere così terrificante.

Avrebbe continuato a urlare, se l'aria non gli avesse irritato la gola, costringendolo a tossire. Tharios fu messo di fronte alla propria disperazione e l'esistenza del Varco divenne solo un pensiero lontano, un qualcosa che in quel momento non aveva più significato.

Non lo avrebbe mai raggiunto, in fondo. Perché stava morendo, ed era la rovente luce del giorno che lo stava uccidendo.


L'aria era satura di un odore sconosciuto. Aprì gli occhi a fatica, accecato dalla luce diffusa che lo circondava.

- Si sta svegliando - bisbigliò una voce poco distante.

Tharios si sforzò di tenere gli occhi aperti, sbattendo le palpebre per mettere a fuoco ciò che lo circondava. Distinse delle sagome di fianco a lui, dalla forma nota e allo stesso tempo sconosciuta. La luce si riflesse sui loro corpi, dando vita a riflessi dorati e rossastri. Il suo cuore accelerò all'improvviso, quando si rese conto che si trattava di draghi. Cercò di alzarsi, ma cadde rovinosamente a terra, ma non così velocemente da non notare il colore delle sue scaglie. Erano nelle tonalità più calde dei rossi e degli arancioni, con screziature dorate che le rendevano ancora più brillanti.

- Cosa mi è successo? Dove mi trovo?

- Quante domande, figliolo. Non pensavo che foste diventati così irrequieti, a stare laggiù.

La voce che aveva parlato era fiera e profonda, e Tharios identificò il drago come un anziano, sicuramente più vecchio di suo padre.

- Laggiù?

- Sì, sulla Terra. Il luogo dove un tempo alcuni dei draghi presero dimora. Ma poi divenne talmente complicato convivere con quelle creature.

A Tharios girò la testa. Non aveva idea di cosa il vecchio drago stesse parlando, né quali fossero le creature a cui si stava riferendo. Si limitò quindi a fissarlo sbalordito.

- Non dirmi... non dirmi che non sai niente di niente?

Tharios scosse la testa, con uno sguardo che rifletteva tutto il suo smarrimento.

- Accidenti. Ma cosa siete diventati? Bestie ignoranti?

- Kraef, non essere così duro col giovane. Non vedi com'è spaventato?

Una voce femminile si intromise nel discorso e una draghessa dal portamento maestoso si avvicinò al vecchio drago. Anche lei doveva avere centinaia, se non migliaia di anni. Solo in quel momento Tharios si guardò attorno e vide decine di altri draghi, degli stessi colori sgargianti. Alcuni lo stavano osservando, ma tanti altri si libravano in un cielo chiaro, di pura luce.

- Piccolo mio - continuò la draghessa - qui siamo a Pentar, sede della Fiamma, origine della luce e del fuoco. Qui siamo stati generati e da qui siamo partiti per visitare gli altri mondi, attraverso i Varchi che si aprono al limitare di Pentar. I tuoi progenitori si allontanarono da qui millenni or sono, come tanti altri draghi antichi che varcarono le soglie dei cieli per poter giungere in altri luoghi, per conoscerli e abitarli. In alcuni di essi i draghi hanno prosperato, in altri trovarono solo terre morte, in alcuni si insediarono per poi venirne cacciati da altre creature più forti... o più furbe. Come sulla Terra, da dove provieni tu.

- Io non ho mai visto altre creature.

- Perché vi siete rifugiati nei ghiacci eterni che coprono alcune terre circondate dall'oceano. Alcuni si rifiutarono di vivere un'esistenza priva del calore del sole e tornarono a Pentar, ma altri si intestardirono e decisero di rimanere laggiù. Quello che doveva essere un rifugio momentaneo, divenne una dimora permanente e la paura che i draghi della Terra provavano nei confronti delle creature a due zampe divenne infine un terrore leggendario. Gli uomini, così si chiamano quelle creature tra loro, sono piccoli e deboli, ma il loro intelletto permette loro di affrontare e spesso uccidere un essere maestoso come un drago.

- Com'è possibile?

- Chiedilo a chi si trovò costretto a fuggire nel ghiaccio - si intromise Kraef brusco.

- Kraef, è troppo piccolo per ricordare. Sono passati millenni da quando alcuni uomini divennero un pericolo per i draghi.

- Bah, pericolo. Potevano ben combatterli col fuoco!

Lo sguardo della draghessa lo fulminò e Kraef si trovò a giustificarsi:

- No, hai ragione, non potevano, non più...

- Che significa? - chiese Tharios sempre più impaziente.

- I draghi hanno il potere del fuoco, piccolo mio, ma soltanto finché restano a contatto con la Fiamma. Coloro che scelsero di allontanarsi da Pentar persero col tempo la capacità di generare il fuoco dai propri corpi. Gli uomini capirono infine che un drago senza fuoco non era più un nemico temibile e cercarono in ogni occasione di ucciderci, terrorizzati dalle nostre dimensioni. Certo, avremmo potuto contrastarli, ma che senso aveva continuare a combattere e a versare sangue? Così molti di noi decisero di tornare indietro, ma non così alcuni dei draghi più orgogliosi. Siccome erano rimasti in pochi, decisero di rifugiarsi temporaneamente nel continente ghiacciato, per poi tornare alla carica quando i tempi fossero stati migliori. Inutile dire che questi non sono mai giunti...

Tharios rimase in silenzio, poi gli cadde nuovamente lo sguardo sulle sue nuove scaglie.

- Perché le mie scaglie sono diventate come le vostre? Erano scure, di un blu nero come la notte...

La draghessa si mostrò sorpresa e fu Kraef a prendere la parola.

- Noi siamo figli della Fiamma. Lontani da essa ci spegniamo, come fuochi non più alimentati.

Tharios comprese infine. L'oscurità a cui si erano condannati aveva affievolito la luce di cui i draghi vivevano. E, inesorabile, l'avrebbe infine spenta. Questo pensiero lo angosciò.

- Devo tornare. Devo avvertire gli altri di lasciare subito la Terra. Oh... - la consapevolezza gli piombò addosso come un'onda gelida dell'oceano. Se gli altri draghi erano tornati indietro poche centinaia di anni prima, i più anziani del gruppo, come anche suo padre, dovevano per forza conoscere la verità. Continuavano a negare non perché non gli credessero, ma perché ormai, anche se mangiavano e respiravano ancora, erano già spenti.

La voce di Kraef si eresse autoritaria, ma carica di dolore:

- E' il loro orgoglio a frenarli. Non ammetteranno mai di essersi sbagliati e non accetteranno mai di lasciare da perdenti quel mondo.

Tharios ripensò a Lyarna e a tutti gli altri che erano rimasti nel gelo e nell'oscurità. Il suo cuore si riempì di pena per loro, ma un calore piacevole lavò via la sua tristezza.

- Vieni piccolo - lo invitò la draghessa. - Per loro non puoi fare più nulla, ma hai salvato te stesso. Ora la Fiamma può espandersi anche in te e, se lo vorrai, potrai essere un portatore di luce.

- Un portatore di luce?

- Sì, per tutti coloro che non ricordano più la via per tornare.

La draghessa guardò in alto e Tharios distinse nel cielo migliaia di nubi rosse come il fuoco.


“Il volo del drago” - 9 gennaio 2008


Partecipante alla prima edizione dello Zampaconcorso indetto da Zampanera Editore (http://www.zampaneraeditore.it/index.htm)


domenica 23 marzo 2008

Neil Gaiman - Nessun dove


Sono passati alcuni giorni da quando ho terminato di leggere questo libro divertente e scorrevole come un torrente di acqua fresca montana, eppure straordinariamente profondo e delicato nell'affrontare temi difficili come la morte e l'amicizia.
La quotidianità si affianca alla straordinarietà, dando origine a una miscela che confonde e che porta a chiedersi quale delle due realtà sia quella giusta, quella più vera.
Di sicuro l'inventiva di Gaiman è incredibile, riuscendo a rievocare in una Londra banale e grigia un mondo fantastico, letale ma meraviglioso.
La favola del protagonista è bella e condivisa, finché non giunge al termine. Ed ecco che lui chiede di poter tornare indietro, a quella Londra dove "la cosa più pericolosa a cui devi fare attenzione è un taxi che va di fretta".
Ora, immagino che quel passaggio fosse stato messo apposta per far sentire il lettore come una sorta di grillo parlante, di quello che sa che in breve tempo la Londra di Sotto avrebbe fatto sentire la propria nostalgia incontrastabile.
Invece, quando ho letto quella frase, la prima cosa che ho pensato è che sì, è tutto bello, tutto fantastico, ma quanto ci piace alla fine la nostra vita tranquilla, dove ti basta prendere un antibiotico se stai male o aprire un rubinetto per avere tutta l'acqua calda del mondo.
A tutti piace fantasticare su una realtà diversa, ricca di stupore, capace di farci dimenticare la monotonia che a volte piomba inesorabile nelle nostre esistenze, ma quanto saremmo veramente disposti a sacrificare per vivere la favola? Quanto saremmo disposti a rischiare per il brivido del fantastico?
Un libro leggero, carino, ma che ancora mi gira per la testa dopo giorni dalla lettura.
Un ottimo esempio di come anche uno stile ironico e poco ricercato possa plasmare contenuti degni di essere ricordati.

venerdì 11 gennaio 2008

La lanterna

La strada saliva simile a un grande serpente di vecchio asfalto tra le colline coltivate a viti e peschi. Era una via secondaria, percorsa soltanto da poche auto, ed era frequente incontrare qualcuno a passeggio, soprattutto nella bella stagione.

La giovane coppia stava camminando a ritmo blando, godendosi il fresco della serata estiva e compiacendosi del paesaggio rurale reso incantevole dalle lucciole che danzavano lungo i fossi.

In fondo a quel tratto di strada, prima che questa svoltasse a sinistra, inerpicandosi tra case coloniche e villette immerse nel verde dei loro giardini, si stagliava maestosa un'antica quercia. Poteva avere cento, duecento o forse anche più anni, ma a loro non era dato saperlo. I suoi maestosi rami erano stati potati da pochi mesi, troncati a una lunghezza decisamente imbarazzante per l'imponenza del grande albero. Ma la quercia non aveva ceduto il passo e i tozzi monconi erano tornati a vivere, disseminati di quelle piccole foglie, quasi sproporzionate alle dimensioni dei rami.

Poco invogliati a proseguire il cammino sempre più in salita, si sedettero sull'erba che cresceva a ciuffi tra le radici della vecchia quercia. Un lanterna, vecchia ed arrugginita, penzolava da un perno infisso nel legno del tronco chissà quanto tempo prima. La piante era cresciuta, inglobando parte del metallo, abbracciandolo e chiudendolo dentro di sé.

Una piccola luce dentro la lanterna dai vetri opacati dal tempo illuminava debolmente attorno a sé, creando ombre intricate nel largo tronco della quercia.

La ragazza guardò in su, chiedendosi per l'ennesima volta chi fosse la misteriosa mano che ogni sera passava ad accendere la pallida luce. Il ragazzo l'abbracciò a sé e lei dimenticò in fretta quella domanda ricorrente che non trovava mai risposta.

Una lieve brezza si alzò in una carezza che fece frusciare le giovani foglie sui rami antichi, come la mano amorevole di una madre arruffa gentilmente i capelli della propria bambina. Una lucciola girò attorno al perno di metallo che reggeva la lanterna, mandando bagliori intermittenti al suo passaggio, per poi posarsi sulla copertura arrugginita. Mosse le sue zampette rapide, scendendo lungo l'incrinatura di uno dei vetri.

Una piccola mano si posò sul lato interno del vetro, facendo volare via la lucciola. Il piccolo gnomo dentro la lanterna osservò melanconico l'insetto allontanarsi, col suo insistente lampeggiare monotono e regolare. Si sedette sul minuscolo scranno nell'angolo e osservò la campagna circostante con lo sguardo velato dalla tristezza. I due giovani sotto di lui si stavano allontanando a loro volta, diretti verso casa o, forse, verso un altro luogo.

Non lo sapeva, non l'avrebbe mai saputo. Ma il suo compito non era quello di conoscere le cose, lui doveva soltanto svegliarsi ogni tramonto e accendere la piccola lampada sferica che si trovava al centro della sua altrettanto piccola dimora. Un gesto delle sua mani, un lieve sfioramento sul vetro, e la luce, con un singhiozzo, cominciava ad emanare al di fuori dei vetri.

All'arrivo dell'alba, con un altro agonizzante singhiozzo, si spegneva, mentre il piccolo gnomo eterno chiudeva gli occhi in un sonno monotono, sempre uguale, come il ritmico lampeggiare di una lucciola.


"La lanterna" - 11 luglio 2007


giovedì 10 gennaio 2008

Il sogno originario

Il mercato era affollato, la bella giornata di sole invitava a uscire di casa e a bighellonare tra i banchi sovraccarichi di abiti multicolori. C’erano talmente tante cose da osservare, da percepire, che la mente poteva perdersi e confondersi, godendo dell’indefinitezza dei particolari, piacevoli quanto insignificanti. Le suonerie dei cellulari si facevano strada tra il vociare, come tentando di dare un ritmo al rumore assordante e continuo.

Andrea borbottò stizzito contro tutta quella folla e contro la sua sbadataggine, per aver dimenticato che giorno fosse. La fiera era attesa da tutta la città con trepidazione, ma lui non amava la confusione, tanto meno doversi fare strada a forza in quel fiume di individui dal moto disordinato. Si chiedeva per quale strano scherzo della statistica si trovasse davanti sempre persone che si bloccavano all’improvviso, sbarrandogli la strada e costringendolo a deviare continuamente dal suo percorso.

Finalmente, dopo aver scartato un’anziana signora, deliziata dai centrini a uncinetto esposti nell’ultimo banchetto, tornò a respirare liberamente. L’aria era calda, ma comunque sempre più gradevole della scarsa ventilazione a cui era stato costretto.

Cercò velocemente l’ombra di un vicolo, imprigionata dagli alti palazzi che lo delimitavano. Si alzò gli occhiali da sole sulla testa e sorrise soddisfatto. Era comunque una giornata da festeggiare, perché finalmente avrebbe ricevuto la ricompensa per tutti i suoi sforzi.


Il vicolo terminava in una via più larga, ma Andrea si fermò poco prima e sostò pensieroso di fronte a una piccola porta di legno. Bussò, prima titubante, poi con decisione. Improvvisamente fu assalito dal dubbio di essersi completamente sbagliato, di aver inseguito un sogno talmente assurdo da non potersi realizzare in alcun modo. Eppure nelle parole del signor Ghizelli non c’era la possibilità di fraintendimento: era stato chiaro, preciso, senza nessun doppio senso. Ma sembrava ancora così impossibile...

Quando il signor Ghizelli gli aprì finalmente la porta, l’ansia lasciò il posto all’eccitazione. L’anziano uomo gli sorrise lievemente e gli occhi di Andrea brillarono di desiderio ed impazienza.

- Allora? Che fai lì impalato sulla porta? Entra!

I modo gentili e scherzosi di quell’uomo dal viso ricamato da sottili rughe riuscivano sempre a metterlo a suo agio. Entrò nell’anticamera, con gli occhi ancora adattati alla luce esterna. Gli ci vollero alcuni minuti per abituarsi alla semioscurità della casa. Intanto il signor Ghizelli lo aveva fatto accomodare in salotto.

- Lo so che sei impaziente, - esordì -ma sarebbe il caso di discutere in maniera più accurata di alcuni particolari, non credi?

Andrea annuì, assolutamente intontito dal battito frenetico del cuore e disponibile a concedere qualsiasi cosa, purché potesse infine avere ciò che desiderava. Non capì molto delle parole che uscirono a fiume dalla bocca del signor Ghizelli, sembravano più che altro raccomandazioni, ma non aveva alcuna importanza. La sua mente era già proiettata verso scenari futuri, per ora solo immaginabili, ma che si sarebbero presto concretizzati.

- Allora, mi hai seguito bene? Devo ripetere qualcosa?

- No, no, è tutto chiaro - rispose Andrea con voce tremolante, facendo intendere, col suo sussulto, di non aver ascoltato nulla.

Il signor Ghizelli non si lasciò scoraggiare, aveva ben previsto questa evenienza, e gli mise fra le mani un quaderno. Andrea lo aprì incuriosito e vide che era scritto a mano, con una calligrafia minuta e regolare. Rivolse uno sguardo interrogativo al suo interlocutore.

- Diciamo che si tratta di cose che ti potranno essere utili - gli disse in risposta alla muta domanda.

Si alzò dalla poltrona ed invitò il ragazzo a seguirlo. Scesero in cantina, una stanza grande, umida e stipata di ogni cosa. Si fecero strada in mezzo a scatoloni e pezzi di vecchie biciclette arrugginite e Andrea sorrise, pensando a come il raggiungimento del suo obiettivo lo costringesse a sgombrarsi la strada da ogni cosa, che fossero persone od oggetti.

Arrivarono infine ad uno degli angoli della stanza, sgombro e pulito, dove giaceva uno zaino e, sopra di esso, una tunica nera ripiegata con cura. Andrea era esterrefatto. Sapeva cosa avrebbe trovato, ma ora, vedere quegli oggetti davanti ai propri occhi, lo lasciava senza fiato. Spostò con delicatezza la tunica ed aprì lo zaino con mani tremanti. Dentro c’era tutto, non mancava niente. Accarezzò il pesante libro con le lacrime agli occhi e lo aprì con tutta la reverenza di cui era capace. Non comprendeva il significato di quelle parole, ma sfiorò le pagine, emozionato dalle sottili increspature della pergamena.

Guardò risoluto il signor Ghizelli:

- Lei mi deve insegnare tutto, tutto quanto!


I giorni passarono convulsi. Era ormai la fine dell’estate, quando finalmente cominciarono ad apparire i primi risultati del lungo e faticoso lavoro. Il piccolo lampo di luce non era forse una magia di alto livello, ma era pur sempre un traguardo raggiunto con costanza e dedizione. Il signor Ghizelli era soddisfatto del suo allievo e quel giorno lo osservava mentre prendeva dimestichezza con il potere arcano conservato nella pagine del libro. Era pronto, ora avrebbe dovuto guidarlo per l’ultima volta.

Si avvicinò ad Andrea con la tunica in mano e lo invitò ad indossarla. Andrea accarezzò il morbido velluto, emozionato come quando aveva tenuto in mano il libro la prima volta. Sapeva che quella veste era appartenuta al suo maestro e si sentiva onorato di un tale lascito.

- Prendi lo zaino, mettilo sulle spalle.

Quelle parole risuonarono come un tuono nella mente del ragazzo. Aveva desiderato quel momento per anni, ma ora che era così vicino al suo obiettivo aveva paura. Strinse forte le spalline dello zaino, facendosi forte delle poche conoscenze che aveva acquisito. Non poteva tornare indietro, rinunciare proprio ora.

- Maestro, sono pronto a partire.

Moretram Erareron volse uno sguardo fiero al suo allievo, poi si avvicinò ad un tavolino, su cui era appoggiata una piccola sfera multicolore. Quando la afferrò, essa cominciò ad emanare un lieve bagliore. Il vecchio mago protese la sfera verso Andrea, pronunciando sottovoce parole che il giovane apprendista non poteva comprendere. La luce della sfera divenne sempre più intensa, finché avvolse ogni oggetto, facendo perdere ad Andrea il senso dell’orientamento. Sentì una parola in mezzo a quel mare di luce, una parola pronunciata con affetto: “Addio”.

Dovette chiudere gli occhi per non rimanere accecato, ma li riaprì rapidamente quando sentì una fresca brezza sollevare il bordo della sua tunica. Era sulla sommità di una collina, all’ombra di una grande quercia. Non riconosceva quei luoghi, ma in qualche modo avevano qualcosa di familiare.

- Posso forse aiutarti in qualche modo?

Si girò di scatto verso la voce femminile che aveva udito alle sue spalle. Dovette trattenersi per non urlare dallo stupore. Non fu il bellissimo viso dalla pelle diafana, né tanto meno la veste dei colori del bosco, a fargli venir meno il fiato, ma le sottili e delicate orecchie a punta che si intravedevano tra i lunghi capelli neri.

Il suo sguardo percorse velocemente il paesaggio circostante, per poi tornare a fissare la creatura che aveva di fronte. Un sorriso di enorme soddisfazione si dipinse sul suo volto:

- Sì, in effetti avrei bisogno di alcune informazioni.


"Il sogno originario" - 16 giugno 2006