Come preannunciato, eccomi a recensire un libro anch'esso emerso dalla polvere del tempo. Mi era stato consigliato come libro fantasy ad ambientazione sottomarina, ma in realtà, nonostante i richiami al mito atlantideo, non c'entra niente! Ma poco male. ;)
Siamo negli anni '50 e gli scrittori di fantascienza sono ormai a pieno regime. Si scrive di tutto e di più e la fantasia viene lasciata libera di scoprire scenari sempre più nuovi e sconvolgenti.
Ed ecco che uno dei più irriverenti autori di fantascienza decide di prendere in mano materiale eterogeneo legato al mito di Atlantide, alla mitologia greca e a chissà quale altro bacino di leggende, per dar vita a un romanzo che, perdonatemi il termine, è una perfetta presa per il culo sia delle tante teorie stravaganti su Atlantide che delle storie fantasy più tipiche (e spesso più banali).
In questo libro c'è veramente di tutto: dalla magia nera, alle amazzoni, alle divinità che mettono becco negli affari degli umani, alla maledetta profezia contro cui nessuno, nemmeno le divinità stesse, possono opporsi.
Il romanzo è cosparso di riferimenti letterari e mitologici, spesso coi nomi lasciati tal quali o leggermente storpiati.
Ci sono i canoni del fantasy più becero insieme a completi ribaltamenti dei più comuni cliché letterari del genere. I dialoghi a volte sono talmente beceri da far rabbrividire al pensiero che scrittori ben "più seri" abbiano prodotto risultati simili, in un contesto in cui l'ironia non era neanche accennata.
Non credo che leggerò altri libri di de Camp, a parte forse i saggi, in quanto il romanzo, anche se scritto bene, non è niente di particolarmente entusiasmante. E' però carino, scorrevole, divertente, e magari può dare spunti interessanti per chi volesse mettere in piedi una bella avventura per un gioco di ruolo in stile Conan (io non ho detto niente eh!).
venerdì 13 novembre 2009
giovedì 12 novembre 2009
L. Sprague de Camp - Il mito di Atlantide e i continenti scomparsi
Ci sono libri che rimangono dimenticati nelle librerie per anni, acquistati chissà quando in chissà quale mercatino dell'usato. Non so dove mio marito abbia recuperato questo libro, sta di fatto che quando il mio delirio su Atlantide è arrivato al culmine, me l'ha piazzato in mano e ha detto "Leggi questo e smetti di rompere i c******!".
Sto scherzando ovviamente, ma di sicuro si è trattato di un ottimo input. Fantasticavo sul mito di Atlantide da un paio d'anni, da quando venni a conoscenza del contest "Archetipi", edito da La Tela Nera, che ha dato origine a un'antologia intitolata appunto "Archetipi" (che magari acquisterò, visto il mio interesse per l'argomento).
Da lì è cominciata una serie di elucubrazioni sul mito di Atlantide, su come ricavarne un racconto originale e di stampo fantascientifico.
Problema: ho una cultura quasi nulla sulla fantascienza (cosa che si può notare dal racconto inviato per il contest di "Sancuary").
Ed ecco quindi la necessità di approfondire l'argomento, cominciando a documentarmi da un libro abbastanza generico, così come avevo fatto per i Vichinghi (altro progetto per ora accantonato).
Non vi dico il mio stupore nel trovarmi di fronte a un testo del genere, scritto da un perfetto cinico dell'argomento, ma assolutamente geniale e con una cultura smisurata, non solo sulla mitologia, ma anche su geologia, storia e quant'altro.
Una mirabile ridicolizzazione delle teorie esoteriche, dei castelli di sabbia degli storici, delle strumentali interpretazioni di testi antichi.
Insomma, un libro talmente irriverente e scorrevole da somigliare a un romanzo, col risultato finale di aver dato una scorsa approfondita alle teorie più importanti e/o astruse sul mito di Atlantide, con tanto di riflessioni scientifiche (o forse sarebbe meglio dire razionali) allegate.
Mi è piaciuto talmente tanto, che dietro consiglio di un utente del forum Dragons' Lair, mi sono connessa al sito delle biblioteche della zona per cercare uno dei romanzi di de Camp (dopo aver scoperto essere uno dei più ironici scrittori di fantascienza), "L'anello del tritone". Ma di questo vi parlerò nel prossimo post. ;-)
Sto scherzando ovviamente, ma di sicuro si è trattato di un ottimo input. Fantasticavo sul mito di Atlantide da un paio d'anni, da quando venni a conoscenza del contest "Archetipi", edito da La Tela Nera, che ha dato origine a un'antologia intitolata appunto "Archetipi" (che magari acquisterò, visto il mio interesse per l'argomento).
Da lì è cominciata una serie di elucubrazioni sul mito di Atlantide, su come ricavarne un racconto originale e di stampo fantascientifico.
Problema: ho una cultura quasi nulla sulla fantascienza (cosa che si può notare dal racconto inviato per il contest di "Sancuary").
Ed ecco quindi la necessità di approfondire l'argomento, cominciando a documentarmi da un libro abbastanza generico, così come avevo fatto per i Vichinghi (altro progetto per ora accantonato).
Non vi dico il mio stupore nel trovarmi di fronte a un testo del genere, scritto da un perfetto cinico dell'argomento, ma assolutamente geniale e con una cultura smisurata, non solo sulla mitologia, ma anche su geologia, storia e quant'altro.
Una mirabile ridicolizzazione delle teorie esoteriche, dei castelli di sabbia degli storici, delle strumentali interpretazioni di testi antichi.
Insomma, un libro talmente irriverente e scorrevole da somigliare a un romanzo, col risultato finale di aver dato una scorsa approfondita alle teorie più importanti e/o astruse sul mito di Atlantide, con tanto di riflessioni scientifiche (o forse sarebbe meglio dire razionali) allegate.
Mi è piaciuto talmente tanto, che dietro consiglio di un utente del forum Dragons' Lair, mi sono connessa al sito delle biblioteche della zona per cercare uno dei romanzi di de Camp (dopo aver scoperto essere uno dei più ironici scrittori di fantascienza), "L'anello del tritone". Ma di questo vi parlerò nel prossimo post. ;-)
mercoledì 11 novembre 2009
Semplicemente... news
Volevo intitolare questo post "A volte ritornano", ma mi suonava talmente tanto di già sentito che ho optato per un titolo più generico. ^^Da tanti mesi non scrivo su questo blog e il motivo per cui torno a riempirlo proprio oggi è il post di gelostellato sul suo blog, nel quale mi nominava per un progetto che al momento occupa tutti i miei pensieri.
Partiamo dunque da qui!
Il progetto in questione si chiama NovAtlantis, è in corso di sviluppo in queste settimane e si spera di avere online la versione alpha (per i primi tester) entro la fine del mese.
NovAtlantis è un po' social network e un po' tool di scrittura collaborativa. Vuole essere una sintesi della comunicazione rapida dei primi con gli strumenti per la gestione di progetti fra più utenti.
Si occuperà dell'ambito del fantastico nel panorama italiano ed è indirizzato ai creativi, per fornire loro uno spazio adeguato in cui portare a termine i propri lavori, al pubblico interessato, che troverà materiale a tema in abbondanza organizzato in una rete di contenuti che ricalca le connessioni tra utenti dei più comuni SN, a editori e produttori, che avranno un comodo strumento per fare scouting.
Abbiamo trascorso 3 giorni della fiera di Lucca C&G a parlare con piccole case editrici e altri rappresentanti del mondo ludico e narrativo fantasy, e i feedback sono stati tutti entusiastici, molto più di quanto ci saremmo aspettati.
Per chi fosse interessato a seguire gli sviluppi da vicino, è on line un blog degli sviluppatori, con la possibilità di sottoscrivere i FEED e di iscriversi alla newsletter a cadenza settimanale.
E' inoltre presente una pagina su Facebook e un canale su Twitter.
Le altre due novità invece riguardano la produzione letteraria della sottoscritta, ormai ai minimi termini.
E' finalmente uscita l'antologia di autrici femminili dedicata ai Miti di Cthulhu, in cui è stato inserito anche un mio racconto.
La raccolta si chiama "Le figlie di Cthulhu" ed è edita dalla Dagon Press.
Sul blog di Studi Lovecraftiani potete leggere l'annuncio relativo al libro.
Infine, ma non meno importante, ho partecipato a un piccolo contest "fatto in casa" per scrivere l'ultima parte di un racconto a puntate finalizzato a pubblicizzare l'ultimo supplemento di Sine Requie.
Potete scaricare il file IV Reich: Il Gioco delle News dal sito della Serpentarium Game.
Insomma, sembra che non ho fatto nulla in questi mesi, invece ho trovato semplicemente altri modi per cazzeggiare! ;)
A ogni modo, ho una discreta intenzione di tornare su queste pagine, non tanto per pubblicare racconti che non sto scrivendo, ma per recensire (o meglio commentare) alcuni libri che mi sono capitati sotto mano in questo periodo. La novità più grande è infatti la ripresa della mia vita di lettrice, prima che quella di scrittrice. Mi sento profondamente ignorante nel campo letterario e sto assorbendo ogni pagina con avidità.
Mi piacerebbe riuscire a commentare alcuni di questi libri con qualche interessato, chissà se arriverà qualcuno a lurkare questo blog nei prossimi giorni. ;)
venerdì 10 aprile 2009
Erri De Luca - In nome della Madre
E' con ancora gli occhi lucidi dalla commozione che chiudo il libro e inizio a scrivere. Avevo iniziato a pensare come organizzare questa piccola recensione, ma voglio riversare le parole così come scaturiscono dai miei pensieri confusi ma lucidi.
Penso che i libri, certi libri, arrivino nella nostra vita al momento giusto, quando si crea dentro di noi uno spazio creato appositamente per accoglierli e farli nostri, assimilarli e rielaborarli. E così è per questo piccolo romanzo/omaggio a Maria, un regalo di Natale che è rimasto fino ad ora sul comodino, a pochi giorni da Pasqua.
Suona strano leggere il racconto di una gravidanza in prima persona scritto da un uomo, in effetti mi sono ritrovata più volte a pensare che una donna avrebbe descritto alcune emozioni in modo molto diverso. Ripensandoci, invece, credo che questa differenza di sentire appartenga a me nello specifico. Leggo di sensazioni riferite da tante donne, che sentono il rapporto col proprio figlio in modo elitario, un legame incondivisibile con chiunque altro, unico e privilegiato. Credo che non sarà così, non riesco a vivere questo pensiero come se fosse mio e mio soltanto, non mi appartiene e non è a mio uso e consumo. Non si può mascherare l'egoismo con la parola amore, non si può dire "mio" per qualcosa che non ci appartiene veramente, neanche la prima notte, neanche nel primo abbraccio, neanche prima quando si è un tutt'uno inscindibile. Forse il tempo e l'esperienza mi smentirà, non è una guerra d'opinione, è solo il mio sentire di "ora e qui".
E forse queste riflessioni sono veramente sbuffi di vapore di poco conto, se ogni parola di questo breve libro è riuscita a commuovermi e farmi sognare. E' una poesia lasciata scorrere in una prosa semplice, dalla punteggiatura imprecisa, così come i pensieri si susseguono senza ordine, nonostante i nostri sforzi. Il testo sembra caotico e trascurato, eppure si avverte che nulla è lasciato al caso, che parole, virgole e pause sono esattamente lì dove dovrebbero essere.
Ma al di là dei giudizi sulla forma, è un libro che non mi sentire di consigliare né sconsigliare a nessuno. Non lo si legge per passare il tempo o per farsi raccontare una bella storia. Quando l'ho aperto non mi aspettavo nulla, se non di guardarmi ancora una volta allo specchio, uno senza cornici e senza chiodi.
Penso che i libri, certi libri, arrivino nella nostra vita al momento giusto, quando si crea dentro di noi uno spazio creato appositamente per accoglierli e farli nostri, assimilarli e rielaborarli. E così è per questo piccolo romanzo/omaggio a Maria, un regalo di Natale che è rimasto fino ad ora sul comodino, a pochi giorni da Pasqua.
Suona strano leggere il racconto di una gravidanza in prima persona scritto da un uomo, in effetti mi sono ritrovata più volte a pensare che una donna avrebbe descritto alcune emozioni in modo molto diverso. Ripensandoci, invece, credo che questa differenza di sentire appartenga a me nello specifico. Leggo di sensazioni riferite da tante donne, che sentono il rapporto col proprio figlio in modo elitario, un legame incondivisibile con chiunque altro, unico e privilegiato. Credo che non sarà così, non riesco a vivere questo pensiero come se fosse mio e mio soltanto, non mi appartiene e non è a mio uso e consumo. Non si può mascherare l'egoismo con la parola amore, non si può dire "mio" per qualcosa che non ci appartiene veramente, neanche la prima notte, neanche nel primo abbraccio, neanche prima quando si è un tutt'uno inscindibile. Forse il tempo e l'esperienza mi smentirà, non è una guerra d'opinione, è solo il mio sentire di "ora e qui".
E forse queste riflessioni sono veramente sbuffi di vapore di poco conto, se ogni parola di questo breve libro è riuscita a commuovermi e farmi sognare. E' una poesia lasciata scorrere in una prosa semplice, dalla punteggiatura imprecisa, così come i pensieri si susseguono senza ordine, nonostante i nostri sforzi. Il testo sembra caotico e trascurato, eppure si avverte che nulla è lasciato al caso, che parole, virgole e pause sono esattamente lì dove dovrebbero essere.
Ma al di là dei giudizi sulla forma, è un libro che non mi sentire di consigliare né sconsigliare a nessuno. Non lo si legge per passare il tempo o per farsi raccontare una bella storia. Quando l'ho aperto non mi aspettavo nulla, se non di guardarmi ancora una volta allo specchio, uno senza cornici e senza chiodi.
giovedì 2 aprile 2009
Frédéric Durand - I Vichinghi
Seguendo il filone di interesse per una cultura così lontana e così affascinante, ho letto l'ennesimo libro "documentario" sui Vichinghi.
Nonostante abbia l'aspetto di un prontuario sintetico, si è prestato molto bene alla lettura, nonostante lo stile un po' troppo arzigogolato dell'autore.
Ma se la forma non mi ha convinta del tutto, i contenuti sono andati incontro alla perfezione alle mie aspettative.
Avevo bisogno di documentarmi in modo pratico su alcuni aspetti della cultura nordica, al di là del mito e delle leggende, e questo testo mi ha soddisfatta in pieno.
Nella prima parte viene trattato l'aspetto prettamente storico, che mi aspettavo noioso e colmo soltanto di sterili nozioni, invece mi sono trovata a elaborare idee e immagini grazie a descrizioni sintetiche ma efficaci di una cultura sempre in movimento e in mutazione.
Ancora più entusiasmante il resto del libro, riguardante prettamente lo stile di vita e la cultura. Ho scoperto dettagli che non mi sarei mai aspettata e mentre scorrevo le ultime pagine, sono riuscita finalmente a mettere ordine ad alcune idee.
Insomma, consigliato a chi voglia una panoramica sintetica ma completa sull'argomento.
Nonostante abbia l'aspetto di un prontuario sintetico, si è prestato molto bene alla lettura, nonostante lo stile un po' troppo arzigogolato dell'autore.
Ma se la forma non mi ha convinta del tutto, i contenuti sono andati incontro alla perfezione alle mie aspettative.
Avevo bisogno di documentarmi in modo pratico su alcuni aspetti della cultura nordica, al di là del mito e delle leggende, e questo testo mi ha soddisfatta in pieno.
Nella prima parte viene trattato l'aspetto prettamente storico, che mi aspettavo noioso e colmo soltanto di sterili nozioni, invece mi sono trovata a elaborare idee e immagini grazie a descrizioni sintetiche ma efficaci di una cultura sempre in movimento e in mutazione.
Ancora più entusiasmante il resto del libro, riguardante prettamente lo stile di vita e la cultura. Ho scoperto dettagli che non mi sarei mai aspettata e mentre scorrevo le ultime pagine, sono riuscita finalmente a mettere ordine ad alcune idee.
Insomma, consigliato a chi voglia una panoramica sintetica ma completa sull'argomento.
venerdì 6 marzo 2009
Rysern – L'inverno di giada
Passando di fronte all'anta di vetro unto del mobiletto perennemente vuoto che avrebbe dovuto fungere da dispensa, si soffermò qualche secondo a osservare il riflesso del suo viso, stanco e privo di energia. Le borse sotto agli occhi sembravano sempre più pesanti e i capelli bianchi parevano moltiplicarsi di giorno in giorno. Era ormai convinto che allo scoccare del quarantesimo anno non gli sarebbe rimasto in testa un solo capello castano.
Si rigettò sulla poltrona, cercando di focalizzarsi sullo stupido programma televisivo che, a giudicare dalla scenografia, doveva essere costato un bel po' di soldi. Sorrise osservando i draghi di vetroresina, le fiammate di luce multicolore, l'abito argenteo della presentatrice ricamato a piccole scaglie, che dava l'impressione di un manto draconico lavorato dalla più pregiata industria conciaria gnomica. Peccato che le industrie gnomiche non potessero permettersi il lusso di lavorare al di fuori delle loro tane infognate nei cunicoli sottostanti la città.
Una smorfia di disgusto si sostituì all'espressione di insofferenza che il caldo aveva dipinto sul volto di Jorbel. Si ritrovò a riflettere ancora una volta sulle assurde limitazioni imposte a tutti, umani compresi, dalla cosiddetta civiltà di cui faceva parte. Le altre razze erano in possesso di conoscenze che avrebbero fatto compiere alla tecnologia aerospaziale un tale balzo in avanti da far impallidire i primi tentativi di viaggi interplanetari, ancora troppo difficoltosi e costosi. Se solo avesse potuto attingere direttamente alle risorse tecnologiche di nani, token, gnomi, sirdeni, ma soprattutto degli elfi, avrebbe potuto indirizzare la sua ricerca verso lidi un po' meno incerti delle azzardate ipotesi su cui si stava basando.
Un lampo lacerò la quiete della stanza ormai buia, costringendo Jorbel a ripararsi gli occhi con le mani. Non provò nemmeno l'impulso di allontanarsi; rimase semplicemente seduto, inchiodato alla poltrona come una grottesca e scomposta scultura. Riaprì le palpebre a fatica. Le dita ancora tremanti davanti al viso non gli permettevano di mettere a fuoco la scena che gli si era parata d'innanzi.
Quattro elfi, tutti vestiti con un lungo cappotto grigio dal colletto rigido, quasi a farsi beffe della canicola, erano in piedi di fronte a lui, con gli occhi verdi come gelida acqua di laguna fissi sul suo viso contratto in una smorfia di stupore e spavento. Uno degli elfi si distingueva per una ciocca argentea che spiccava sulla lunga capigliatura corvina, incorniciando il lato sinistro del viso. Un particolare quasi insignificante ma che lo investiva in qualche modo di un'autorità intrinseca. Fu però un altro a rapire completamente l'attenzione di Jorbel, per l'oggetto sconosciuto che impugnava come fosse un'arma, puntata proprio contro di lui.
Provò a balbettare qualche parola, mentre una calca inestricabile di sensazioni si faceva strada attraverso il suo corpo, strattonandolo tra lo stupore, la paura, fremiti di impazienza e l'atavico istinto di fuggire.
Fu l'elfo dalla ciocca color argento a prendere la parola, intonando le sillabe una dietro l'altra come una meccanica cantilena. Pareva stesse recitando una filastrocca imparata a memoria in una lingua evidentemente diversa dalla propria, forse addirittura sconosciuta.
- Il Dottor Jorbel Gullen?
- Sì, sono... - deglutì - sono io.
L'elfo parve soppesare la sua risposta, evidentemente cercando di capire il significato delle sue smozzicate parole. D'istinto, Jorbel mosse la testa su e giù, per rafforzare il concetto. L'elfo parve soddisfatto e diede un lieve colpetto sulla spalla del suo collega, che alzò leggermente il tiro dell'inquietante pistola.
- N-no, no! Aspettate un attimo! Che significa? Che volete?
Scosse le mani in un gesto tremante e sconnesso, mostrando i palmi in segno di resa. Balbettò qualche parola, poi trattenne il fiato quando i due elfi si guardarono esitanti negli occhi. Gli altri due erano rimasti immobili in silenzio e per Jorbel era come se non fossero mai esistiti, ma ecco che uno di loro fece un passo avanti. Il suo sguardo era quello di chi aveva afferrato la situazione e si accingeva a sbrogliare una matassa. Jorbel annuì fiducioso nella sua direzione, colmo di una speranza che non immaginava nemmeno lontanamente di possedere.
Li sentì parlare sommessamente nel loro linguaggio fluido e musicale. Poteva solo intuire la severità dell'argomento, ma avrebbe potuto benissimo essere un poema che narrava di eventi favolosi e romantici, tanto le parole scivolavano leggere come veli di seta nell'aria. Quando l'elfo che pareva averlo graziato si rivolse a lui, Jorbel percepì lo sforzo e il disgusto che quell'essere stava sopportando pur di farsi comprendere. Si sentì profondamente in imbarazzo tanto gli sembrò rozza la propria lingua rispetto a quella elfica.
- Dottor Gullen, forse c'è stato un malinteso.
- Che genere di malinteso? - chiese con diffidente sottomissione.
- Cosa sa lei del progetto “Rysern”?
- Progetto “Rysern”? Non credo di averne mai sentito parlare...
Jorbel rimase pensieroso, sinceramente concentrato su quella parola che non riusciva a evocargli nulla di significativo.
- Dottor Gullen, ne è sicuro?
Lo sguardo dell'elfo assunse un'espressione dubbiosa e la domanda suonò tremendamente retorica. Jorbel era certo che se avesse mentito, non solo se ne sarebbe accorto, ma probabilmente avrebbe revocato la grazia appena concessa.
- Non ho veramente idea di che cosa stiate parlando - rispose col tono più arrendevole di cui era capace.
- Allora forse ci siamo veramente sbagliati. In effetti, - aggiunse sornione - lei non ha l'espressione di chi sta lavorando a un progetto a danno della nostra razza.
- Assolutamente no! Non potrei neanche lontanamente pensare a un tale progetto.
Sollevato e fiducioso, tentò quindi di giocarsi la sua carta migliore:
- Non avete idea di quanto ammiri voi elfi, sul serio! Ho sempre portato avanti i miei studi ispirandomi alla vostra tecnologia, così elegante e funzionale, e soprattutto...
L'elfo lo bloccò con un gesto della mano:
- Non importa dottor Gullen, abbiamo compreso, non serve che ci aduliate in questo modo.
- No, no, mi state fraintendendo! Sul serio, ho sempre pensato a voi come gli unici ad aver raggiunto la sintesi armonica di scienza e arte, creando una forma di tecnologia che noi non ci sogniamo neanche lontanamente.
L'elfo si mostrò sinceramente sorpreso e parve ammorbidirsi, sorridendo a Jorbel e rivolgendosi a lui con una nota di dolcezza nella voce. Per un istante Jorbel ebbe l'impressione che gli stesse parlando in elfico. Si avvicinò alla poltrona vuota di fianco a quella di Jorbel, si sedette e gli sorrise.
- A questo punto, dottor Gullen, sono curioso. Su cosa sta lavorando?
Jorbel non aspettava altro dal primo giorno in cui aveva messo piede nei laboratori della facoltà di ingegneria aerospaziale, ma mai avrebbe osato sperarlo veramente. Con la coda dell'occhio notò gli altri elfi che si accomodavano sulle sedie attorno al tavolo da pranzo e si vergognò dello squallore della sua abitazione. Dissimulando l'imbarazzo, si costrinse a fissare gli occhi verde giada dell'elfo che si era seduto accanto a lui.
- A dire il vero sto studiando una nuova teoria per i viaggi interstellari.
- Davvero? La vostra tecnologia è ancora indietro, arrivate a malapena ai pianeti più vicini e non con poche difficoltà. E ormai gran parte delle vostre teorie sono state accantonate o ritenute impraticabili allo stato attuale delle cose.
- Ho elaborato un'ipotesi che a quanto pare ci permetterebbe di sorvolare sulla gran parte dei dilemmi teorici e degli impedimenti tecnici.
- Dev'essere qualcosa di assolutamente nuovo allora. Su cosa si basa la vostra teoria dunque?
- Sul semplice fatto che voi elfi viaggiate senza problemi nello spazio e, sospetto, nel tempo.
L'elfo si irrigidì. Parve soppesare l'ultima frase in cui Jorbel pareva aver riversato tutta la sua soddisfazione per il risultato intellettuale a cui era giunto. Tornò a sorridere, rilassandosi appena sulla poltrona.
- Ma dottor Gullen, noi abbiamo la magia.
- Esattamente! Io voglio utilizzare la magia, esattamente come fate voi.
Il sorriso che gli si stampò in faccia lasciava trasparire una determinazione che lasciò l'elfo senza parole. Vedendo che questi rimaneva con lo sguardo fisso su di lui, Jorbel pensò di aver detto una parola di troppo. Cercò quindi di giustificarsi:
- In realtà, non intendevo dire esattamente come voi, ma piuttosto ispirarmi al modo in cui voi utilizzate la magia per ampliare le potenzialità della tecnologia, facendo, per così dire, chiudere un occhio alla natura e alle leggi della fisica.
L'elfo non perse l'espressione interdetta, ma si mostrò comunque interessato al discorso del ricercatore.
- Perdoni la mia domanda forse irrispettosa nei suoi confronti, ma in che modo pensa di poter attingere alla magia? Lei non è certo uno studioso di arti magiche, tanto meno mi sembra dotato di potere innato, cosa non frequente, ma nemmeno impossibile.
- E' qui che viene il bello! - Jorbel sobbalzò sulla poltrona, quasi a voler spiccare un salto verso il cielo tanto agognato. - Credo di aver trovato un modo per utilizzare la magia senza conoscerla o possederla intrinsecamente. Vedete, ogni qualvolta si attinge a una fonte di potere, che sia esterna o congenita, soltanto una parte dell'energia viene sprigionata come effetto magico, mentre una quantità indefinita viene dispersa. Anche la magia, in sostanza, è sottoposta alla dura legge del rendimento, e per quanto si possa aver affinato la propria arte, sarà comunque impossibile sfruttare l'energia nella sua totalità. Se il calore non può però essere recuperato, se non in minima parte, è invece possibile farlo con l'energia magica. Ora, io credo di sapere come effettuare questo procedimento e i primi risultati sono senz'altro incoraggianti.
Nella stanza calò un silenzio imbarazzato. L'elfo osservava Jorbel con uno sguardo gelido, nonostante il sorriso non fosse scomparso dal suo volto. Sembrava che stesse cercando di leggergli la mente, alla ricerca di una parvenza di veridicità nelle sue parole.
- Io, ecco... mi rendo conto che possa suonare assurdo, ma vi posso assicurare che ci sono ampi margini di successo.
- Mi perdoni dottor Gullen, ma non vedo proprio come sia possibile. Lei è convinto che noi elfi integriamo le conoscenze tecnologiche con quelle magiche, ma le assicuro che è in grave errore. Ciò che noi rendiamo possibile evadendo le leggi naturali è dovuto soltanto a un uso accurato e sapiente dell'arte magica. La nostra tecnologia non c'entra nulla. Sarà forse differente da quella di uso comune, ma non basterebbe di certo a raggiungere risultati tanto eclatanti.
Jorbel parve disorientato. Erano mesi che lavorava a quel progetto, anni interi che vi ragionava sopra, e tutti i conti sembravano tornare, come anche i risultati dei primi esperimenti. Tentò qualche balbettante parola di riscossa, ma gli uscì dalla gola soltanto un verso soffocato, mentre il volto era ormai immerso in un torrido bagno di sudore.
L'elfo venne in suo aiuto:
- Per carità, non mi fraintenda, non sto dicendo che il suo lavoro è del tutto inutile, probabilmente parte della teoria potrebbe essere riciclabile, ma così com'è parrebbe posta su un presupposto del tutto errato. Mi piacerebbe molto rimanere qui per approfondire l'argomento, sono molto attratto dal metodo di lavoro che adottate nei vostri laboratori, ma suppongo che i miei compagni di viaggio stiano esaurendo la pazienza.
Si voltò indietro, come a voler controllare di persona se fossero effettivamente contrariati per la lunga attesa. I loro volti glaciali e senza espressione sembravano il ritratto dell'inverno più spietato e forse durante le ere glaciali l'intero pianeta aveva assunto gli stessi riflessi freddi e scintillanti di quegli occhi, che risplendevano sulla loro pelle evanescente come gocce di giada incastonate su cammei d'avorio.
Qualche breve parola risuonò tra loro e Jorbel ne carpì ancora una volta soltanto il suono, brevi stralci di un salmodiare dal sapore ancestrale.
L'elfo si voltò nuovamente verso di lui, sempre sorridendo:
- A quanto pare non avevo torto. Ma la discussione mi interessa oltremodo, per cui, se non le dispiace, rimarrei qui per portarla avanti, mentre i miei colleghi torneranno ai loro impegni.
Gli occhi di Jorbel brillarono di soddisfazione, mentre gli altri tre elfi si alzavano lentamente e si avvicinavano al centro della stanza. Uno di loro, quello col ciuffo di capelli argentati, intonò un salmo dal tono decisamente più incisivo e un disco luminoso apparve di fronte a loro, simile a un fluttuante specchio di energia lattiginosa. Le creature accennarono un saluto, più diretto al loro compagno che a Jorbel, rimasto imbambolato, lo sguardo adorante, davanti a quel prodigio della razza elfica. Uno dopo l'altro entrarono nel disco, sparendo dalla stanza e chiudendo il portale dopo il passaggio del terzo viaggiatore.
- E' spettacolare - sibilò Jorbel con un raschio in gola per l'emozione.
- No, dottor Gullen, è semplicemente magia, proprio ciò di cui stavamo parlando prima. Mi vorrebbe veramente far credere di essere in grado di riprodurre un effetto simile soltanto incanalando l'energia magica in qualche astruso macchinario?
La domanda dell'elfo, benché dal tono retorico, non era affatto beffarda o supponente. Sembrava sinceramente colpito dalle affermazioni di Jorbel, curioso e scettico allo stesso tempo.
- A dire il vero, ora mi sento un po' confuso. Eppure sono convinto che se mi lasciasse spiegare, potrebbe vedere coi suoi occhi quanto la teoria non sia campata in aria.
- Guardi, per quanto possa suonare poco ortodosso alle orecchie dei puristi, devo confessarle che se la struttura del progetto è veramente valida come sostiene, potrei indirizzarla meglio nelle sue ricerche, in modo da raddrizzare la rotta e giungere a un risultato concreto.
Jorbel gongolava, non avrebbe mai potuto sperare in un tale aiuto. Si alzò di scatto, scusandosi per l'agitazione, recuperò alcuni fogli di malacopia e una matita da sopra il tavolo e tornò a sedersi al suo posto. Avvicinò il tavolino e si appoggiò sul ripiano di vetro ricoperto di impronte e polvere. Cominciò a vergare schemi con tratti brevi e nervosi, mentre la spiegazione fluiva sciolta e ordinata.
Man mano che l'uomo esponeva la sua teoria l'elfo, sempre più ricettivo, si sporse sugli schemi, tanto che le teste dei due vennero a trovarsi a pochi centimetri l'una dall'altra. Quando Jorbel alzò lo sguardo per sincerarsi che il suo interlocutore lo stesse seguendo adeguatamente, si ritrovò a fissare il verde dei suoi occhi. Ne rimase talmente intimidito da riabbassare subito lo sguardo e continuare l'esposizione del progetto. Impiegò quasi un'ora per terminare la lunga discussione comprensiva di premesse e note aggiuntive, ma infine si sentì decisamente soddisfatto per il risultato. Anche l'elfo sembrava dello stesso parere, tanto i suoi occhi brillavano.
- E' stupefacente dottor Gullen, veramente un ottimo lavoro. Voglio sperare che i disegni originali siano ben custoditi e lontani da sguardi indiscreti.
- Non si preoccupi per questo, ho preso tutte le precauzioni del caso. Nessuno vi può accedere tranne il sottoscritto.
L'elfo sorrise con slancio e disse qualche parola nella sua lingua, forse un apprezzamento sovrappensiero, ma quando i suoi tre compagni comparvero improvvisamente al centro della stanza, nel punto esatto dove Jorbel li aveva visti imboccare il portale, gli fu chiaro che non se ne erano mai andati.
L'elfo di fianco a lui fece un lieve cenno del capo a quello armato, che alzò lo strumento sconosciuto in direzione dell'umano.
La ricerca fu lunga e infruttuosa. I quattro elfi avevano frugato ogni angolo della casa, tirandone fuori ogni sorta di appunti, libercoli e notazioni sul teletrasporto elfico e relative ipotesi di funzionamento. Erano arrivati al dottor Gullen durante la loro incessante indagine alla ricerca della scia di una fuga di notizie riguardo al progetto “Rysern” e si erano trovati di fronte un ricercatore che era riuscito a intuire il segreto della loro tecnologia. Gli elfi avevano sempre agito in modo da lasciar intendere che fosse soltanto la magia a permettere loro di utilizzare forme di teletrasporto anche su distanze enormi e mai si sarebbero aspettati che un umano avrebbe compreso la complessa integrazione con conoscenze scientifiche avanzate. Sapevano però che gli umani sarebbero giunti prima o poi a comprendere le dinamiche del viaggio interstellare e per questo avevano dato inizio a “Rysern”, l'Inverno di Giada, un progetto finalizzato a mantenere il livello tecnologico degli uomini sempre a un passo di distanza dalla scoperta definitiva o dalla realizzazione di un'ipotesi funzionante.
Individuavano le piste da seguire grazie a elaborate divinazioni in cui emergevano i nomi di coloro che potevano compromettere la sicurezza delle comunità elfiche dislocate in luoghi troppo lontani perché le semplici astronavi umane potessero giungervi. Una volta che una pista era verificata, non rimaneva altro da fare che eliminare ogni possibilità di sviluppo. Fino a quel momento però si erano scontrati soltanto con teorie campate per aria o troppo complesse per vederle realizzate entro periodi ragionevolmente brevi. Inoltre la minaccia di morte era più che sufficiente per ricavare facili confessioni.
Il dottor Gullen era stato una sorpresa. Stavano per lasciarlo nel suo salotto squallido, con ancora la bocca spalancata per lo stupore, quando si erano trovati di fronte a una delle teorie più azzardate ma più concrete che avessero mai ascoltato. Il rischio che i suoi studi andassero in porto era decisamente troppo elevato.
Si avvicinarono al cadavere seduto sulla poltrona con la testa piegata da un lato e lo sguardo vitreo perso nel vuoto. L'elfo dal ciuffo argenteo gli posò una mano sulla fronte coperta di fredde perle di sudore e lasciò la vagare propria mente nei ricordi del morto. Non trovò alcun riferimento a disegni o scritti lasciati dal dottor Gullen e sollevò la mano dalla sua fronte con una smorfia di disappunto. Uno dei suoi compagni si caricò in spalla il cadavere e seguì gli altri nel portale luminoso che era stato aperto al centro della stanza. Uno dopo l'altro attraversarono la soglia di luce eburnea, lasciando dietro di sé un mucchio di fogli bianchi e una matita dalla punta consumata.
Partecipante al concorso "Sanctuary" per la Asengard Edizioni.
giovedì 20 novembre 2008
Paulo Coelho - Manuale del guerriero della luce
Ecco un altro libro che ha richiesto mesi di brevi letture e lunghe riflessioni per essere digerito.
Ho cominciato a leggerlo durante le vacanze estive e l'ho terminato ieri sera, a volte andando indietro a rileggere alcune pagine.
Devo dire che non ho una smisurata simpatia per Coelho, nonostante a suo tempo mi piacque tantissimo "L'Alchimista", perché trovo che il suo modo di scrivere sia finalizzato a complicare i concetti più semplici, portando il lettore in una condizione di inferiorità, facendolo quasi sentire stupido di fronte a rivelazioni tanto importanti ma altrettanto incomprensibili. Ma suppongo che il suo successo sia stato determinato anche da questo, senza nulla togliere al suo stile e alla sua bravura, che comunque non metto assolutamente in discussione.
Ma di cosa parla in sostanza questo libretto di 150 pagine?
E' una raccolta di cosiddette perle di saggezza, in cui l'autore definisce, tramite immagini più o meno evocative, che cos'è un guerriero della luce, ovvero un individuo come tanti, come tutti in fondo, che porta avanti il suo cammino di scoperta personale con costanza e fiducia.
La soggettività con cui ciascuno di noi può recepire i messaggi riportati in questo libro porta crea uno stato emotivo particolare, perché si ha veramente l'impressione che quelle parole siano state scritte per noi.
Credo sia un po' come gli oroscopi, dove ognuno rivede qualcosa di sé e della propria vita, rielaborando i dettagli sulle proprie esperienze e aspettative.
Pagina dopo pagina, si vanno a percuotere le corde personali del lettore tramite l'utilizzo di immagini appositamente specifiche ma lasciate indefinite nei particolari, permettendo un'immedesimazione quasi totale.
Devo dire che mi piacerebbe avere dei feed-back a riguardo, se altri si sono riconosciuti appieno nel libro (confermando la mia ipotesi) oppure se è stata una pura casualità.
Attendo commenti.
Ho cominciato a leggerlo durante le vacanze estive e l'ho terminato ieri sera, a volte andando indietro a rileggere alcune pagine.
Devo dire che non ho una smisurata simpatia per Coelho, nonostante a suo tempo mi piacque tantissimo "L'Alchimista", perché trovo che il suo modo di scrivere sia finalizzato a complicare i concetti più semplici, portando il lettore in una condizione di inferiorità, facendolo quasi sentire stupido di fronte a rivelazioni tanto importanti ma altrettanto incomprensibili. Ma suppongo che il suo successo sia stato determinato anche da questo, senza nulla togliere al suo stile e alla sua bravura, che comunque non metto assolutamente in discussione.
Ma di cosa parla in sostanza questo libretto di 150 pagine?
E' una raccolta di cosiddette perle di saggezza, in cui l'autore definisce, tramite immagini più o meno evocative, che cos'è un guerriero della luce, ovvero un individuo come tanti, come tutti in fondo, che porta avanti il suo cammino di scoperta personale con costanza e fiducia.
La soggettività con cui ciascuno di noi può recepire i messaggi riportati in questo libro porta crea uno stato emotivo particolare, perché si ha veramente l'impressione che quelle parole siano state scritte per noi.
Credo sia un po' come gli oroscopi, dove ognuno rivede qualcosa di sé e della propria vita, rielaborando i dettagli sulle proprie esperienze e aspettative.
Pagina dopo pagina, si vanno a percuotere le corde personali del lettore tramite l'utilizzo di immagini appositamente specifiche ma lasciate indefinite nei particolari, permettendo un'immedesimazione quasi totale.
Devo dire che mi piacerebbe avere dei feed-back a riguardo, se altri si sono riconosciuti appieno nel libro (confermando la mia ipotesi) oppure se è stata una pura casualità.
Attendo commenti.
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