martedì 7 settembre 2010

George Orwell - 1984

NB: Pericolo spoiler!

Recensire un grande classico è sempre difficoltoso. Si rischia di cadere nella banalità del già detto o, per contro, di sparare a zero cedendo alla tentazione del giudizio contro corrente.
Già accostarsi a un romanzo che viene presentato come un capolavoro mette in moto una serie di pregiudizi sulla sua qualità: ci si aspettano grandi cose ma allo stesso tempo si affronta la lettura con uno spirito critico acuito.
Ecco uno dei pochi casi in cui il testo non solo ha mantenuto ogni promessa, ma l'ha addirittura superata.
Non avevo mai letto nulla di Orwell e non so se gli altri suoi lavori siano scritti con altrettanta maestria, ma sono rimasta profondamente colpita dalla qualità non solo della storia (già preannunciata), ma anche dello stile e della cura del contesto.
Nessun scivolone, nessuna caduta di stile. Già questo dovrebbe essere sufficiente per convincersi a leggerlo.
La stessa cura concessa alla lingua è stata inoltre posta nel dipingere il mondo in cui si muove la vicenda. Angosciante, schiacciante, senza un barlume di speranza all'orizzonte.
Nei giorni seguenti mi sono concessa un altro bellissimo classico, "La freccia nera" di Stevenson (di cui scriverò presto una recensione), e mentre mi godevo questa lettura leggera e scorrevole ho realizzato di quanto siamo abituati a seguire personaggi che, una disavventura dopo l'altra, hanno sempre una porta aperta in cui infilarsi, fosse anche quella della morte.
Invece in "1984" ogni speranza viene disattesa, a ogni disillusione ne segue un'altra, fino allo spiazzante finale, dove, al posto di una fine per quanto orribile e ignominiosa, non rimane altro che una desolazione vuotata di tutto.
Credo non ci si renda conto fino in fondo di quanto sia dolorosamente infame il mondo ricostruito da Orwell finché non lo mettiamo a confronto con gli altri contesti letterari a cui siamo abituati.
Inoltre, da presunta scrittrice (diciamo che ci ho provato e nulla di più), so quanto sia impossibile resistere alla tentazione di lasciare sempre quella famigerata porta aperta ai propri protagonisti e posso solo lontanamente immaginare lo sforzo di dare vita a dei personaggi destinati all'annichilimento e all'umiliazione più profonda.
Quando un autore arriva a sacrificare la propria creatura (cosa che, come King ci insegna in "On writing", è decisamente la più difficile per uno scrittore) per raggiungere uno scopo che sia ben oltre la mera narrazione, allora quell'obiettivo ha ricevuto tutta l'attenzione e il tributo che merita.
Inutile aggiungere considerazioni sull'analisi estremamente acuta e spiazzante dell'influenza che una lingua può avere sulla società o sulle motivazioni puramente economiche alla base di molte delle guerre moderne. Sono sicura che su tali argomenti il web pulluli di discussioni ben più accurate della mia.
Di certo, se il contesto volutamente portato agli estremi può rassicurare in qualche modo il lettore, che si illuderà (e ringrazierà) a ogni pagina di non vivere in una siffatta società, ci sono frasi, apparentemente innocue, che spazzeranno via qualunque senso di sicurezza.
Un piccolo esempio?
Il lavoro pesante, la cura della casa e dei bambini, le futili beghe coi vicini, il cinema, il calcio, la birra e soprattutto le scommesse, limitavano il loro orizzonte. Tenerli sotto controllo non era difficile.
[...] un po' di patriottismo primitivo al quale poter fare appello tutte le volte in cui era necessario fargli accettare un prolungamento dell'orario di lavoro o diminuire le razioni di qualcosa.
 Ricorda qualcosa? Triste ma vero, come cantavano i Metallica.

mercoledì 25 agosto 2010

Neil Gaiman - Il cimitero senza lapidi e altre storie nere

Qualche piccolo brivido, una manciata di risate e tante evocazioni di immagini lontane ma radicate nell'inconscio nutrito da favole e leggende.
Ecco in breve che cosa aspettarsi da questa piccola antologia. Alcuni racconti passano quasi incolori e inconsistenti, ma altri racchiudono delle vere e proprie perle di divertimento e fantasia.
Commenterò in breve ciascuno di essi.

Il cimitero senza lapidi. Un racconto che solo racconto non è. Ricco di spunti, lascia presagire sottotrame interessanti che qui non vengono sviluppate. Una favola col lieto fine solo a metà, che lascia il prurito sulle dita per la curiosità di leggere ancora.

Il ponte del troll. Una buona idea, dal sapore nostalgico di fiaba adulta, ma sviluppata mediocremente. Gaiman sa scrivere molto meglio di così.

Non chiedetelo a Jack. E' uno di quei racconti che chiamo "un quadro in lettere", di quelli che nascono da un'ispirazione, un'immagine, una sensazione, senza la pretesa di una trama che porti da qualche parte. A volte si ha solo voglia di scrivere ciò che si percepisce dando voce alla propria ispirazione. Inquietante al punto giusto.

Come vendere il Ponte di Ponti. Brillante e geniale. Chi può resistere in fondo al fascino di una truffa in grande stile?

Ottobre sulla sedia. Sempre carina l'immagine dei mesi personificati radunati in una locanda o attorno al fuoco, divertente l'idea di questi dodici individui raccolti a raccontarsi storie spaventose come a un campo scout. La storiella di per sé non è male, ma non mi è rimasta particolarmente impressa (ho dovuto riaprire il libro per rinfrescarmi la memoria).

Cavalleria. Una versione decisamente curiosa e innovativa della ricerca del Graal. Plauso per la fantasia di Gaiman!

Il prezzo. Una storia tenera con una buona dose (credo) di autobiografia, forse la più inquietante di tutte, proprio per il suo contesto reale.

Come parlare con le ragazze alle feste. Qui si sfocia nella fantascienza vera e propria. Il brano di suo non racconta quasi nulla, ma proprio l'ingenuità del protagonista, che fatica a cogliere il senso dei dialoghi allucinati che lo coinvolgono, lascia intravedere una realtà aliena discreta, che osserva il mondo con gli occhi del turista. Non mi ha entusiasmata, ma è un'altra prova discreta di originalità, che non guasta mai.

Avis Soleus. Divertente, scanzonato, assurdo. Forse il migliore della raccolta per quanto riguarda lo stile. Scorre veloce e quasi non ci si rende conto di stare leggendo una storia strampalata, che sembra senza capo né coda. Il bello è invece che un capo e una coda ce l'ha e Gaiman non ha avuto certo bisogno dei soliti manuali di istruzioni appioppati al lettore o finali farciti di spiegazioni esasperanti per dare un senso al suo racconto.

Il caso dei ventiquattro merli. Da uno spunto fantastico (il personaggio di Humpty Dumpty di "Alice nel paese delle meraviglie") un giallo coi fiocchi, in un'atmosfera surreale, da favola appunto. La narrazione in prima persona è semplicemente perfetta.

Istruzioni. Affascinante, ma non amo particolarmente questi esercizi di stile, se non all'interno di un contesto che vi dia un senso.

giovedì 29 luglio 2010

Luca Tiraboschi - Faccia di cuore

Avrei voluto recensire questo libro appena letto, ma gli ultimi esami e la tesi mi hanno tenuta occupata la mente in modo incessante, mentre volevo sedermi tranquilla al pc e scrivere con calma. Alla fine il tempo trascorso mi ha permesso di riflettere sull'interpretazione immediatamente successiva alla lettura e sono contenta di poter mettere sul piatto un po' di riflessioni aggiuntive.
Intanto la classificazione canonica mi impone di inserirlo nella categoria "horror", ma di fatto è una storia d'amore.
Soltanto leggendo il romanzo si percepisce come l'orrore sia su un livello del tutto differente da quello che ci si aspetterebbe da una prima presentazione del libro.
L'orrore fisico è sì presente, ma talmente irreale da risultare grottesco e poco tangibile. E' invece l'orrore del contesto a creare un disagio profondo nel lettore, quella sensazione di "tutto sbagliato" a cui si vorrebbe porre rimedio prima che sia troppo tardi. Si avverte la necessità di voler rimettere tutto a posto, un senso di urgenza verso una situazione che prima o poi dovrà precipitare per forza nel caos. E' l'impotenza di fronte a una storia che si svolge davanti ai nostri occhi in una direzione che odora sempre più di disastro.
E il finale non ha nulla di liberatorio. Rimane l'amaro in bocca, la tristezza per qualcosa che non è andato per il verso giusto fin dall'inizio e che non ha avuto vere occasioni di cambiare il suo corso.
Rimangono solo le riflessioni, tante e contrastanti.
Ci sono due genitori e un figlio. Il motore di tutto è, nonostante gli evidenti abomini emotivi, l'amore. Chissà quante volte abbiamo avuto davanti agli occhi esempi di genitori che in nome dell'amore per i propri figli hanno agito in assoluta controtendenza a qualunque logica e a qualunque regola del buon senso. Chissà quante volte ci siamo trovati a deplorarli, a pensare a quelle povere creature destinate a scontrarsi con la dura realtà una volta che l'ala protettiva dei loro guardiani verrà, per forza di cose, a mancare.
Inevitabilmente ci si guarda allo specchio e ci si fa un esame di coscienza. Quanto è giusto fregarsene delle convenzioni per seguire le proprie idee e la propria morale? Quanto stiamo danneggiando i nostri figli costringendoli a uno stile di vita per noi giusto ma lontano da quello "normale"?
Ma soprattutto, se un bambino è felice, non potremmo osservarlo con occhio scevro da ogni stereotipo? Non potremmo godere del suo sorriso senza scandalizzarci di come questo obiettivo sia stato raggiunto?
Io una risposta non l'ho ancora trovata. E già solo per questo ritengo che "Faccia di cuore" meriti molto di più di un'etichetta di "romanzo horror".
Concludo con un commento sullo stile. L'autore tende a ribadire concetti espressi più volte lungo la narrazione, a volte con ripetizioni talmente evidenti e frasi così banali da risultare fastidioso. Da profana, posso immaginare si tratti di una scelta intenzionale, dando al romanzo quell'atmosfera da fiaba che rafforza ancor di più quel senso naturale di distacco che un adulto ha di fronte a una situazione del tutto surreale, ma dall'altro accentua il disagio di trovarsi di fronte a una delle tante fiabe moderne a cui la cronaca ci ha, purtroppo, abituati.

venerdì 23 luglio 2010

Intervista a Mark Menozzi

Dopo avervi deliziati (non provate a negarlo!) con la magnifica recensione de "Il Re Nero", pubblico anche l'interista all'autore, anch'essa per il portale Dragons' Lair, ma ancora non pubblicata. Visto che non aggiorno il blog da eoni (martedì prossimo mi laureo, prometto di tornare a scriverci con una certa regolarità poi!), ho deciso di inserirla qua per allietare queste afose giornate estive.

Ora, un paio di premesse all'intervista.
Prima premessa: ho apprezzato molto il lavoro di Marco e ritengo “Il Re Nero” un buon esempio di come in Italia ci sia ancora speranza per la letteratura fantasy.
Seconda premessa: ho cercato di inserire in questa intervista domande più incentrate sul mondo di Valdar e sui giochi di ruolo, tralasciando domande più canoniche che di solito vengono poste agli autori emergenti e che i lettori di questo articolo potranno trovare ai seguenti link:
Arriva il Re Nero. Incontro con Mark Menozzi
Intervista con Mark Menozzi. The King. Il Re Nero
Iniziamo!
1) Intanto, perché Mark e non Marco? Una scelta editoriale oppure una tua preferenza? Vale la stessa motivazione per il titolo?
R: Diciamo che Mark è un tocco fantasy! Il titolo è nato spontaneamente mentre concepivo la storia. Non poteva esistere titolo più adatto.
2) I titoli dei capitoli coi nomi dei protagonisti mi hanno subito fatto pensare a “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” di Martin (e ho letto in una delle interviste di cui sopra che Martin stesso è fra i tuoi autori preferiti). Quanto hanno influito le tue letture sull'ideazione e la stesura de “Il Re Nero”?
R: Indubbiamente Martin è con Tolkien e Gemmel uno dei miei autori prediletti, e il suo modo di presentare i capitoli seguendo ogni volta un personaggio mi piaceva molto, anche se poi nel Re Nero è leggermente diverso, e la visione è meno soggettiva. Io sono un fanatico della lettura e sono proprio le mie letture ad avermi influenzato.
3) Dalla stessa intervista, emerge la tua amicizia e collaborazione con Pierdomenico Baccalario. Andando a curiosare sulla sua pagina su Wikipedia ho notato un'opera dal titolo “Il popolo di Tarkaan”. Si tratta di un racconto correlato?
R: Diciamo che è un piccolo omaggio che il mio carissimo amico Pierdominico mi ha voluto fare, ispirando uno dei protagonisti della sua opera a me.
4) L'elemento su cui più si è puntato nella presentazione del romanzo è la presenza di un protagonista di colore. In effetti ci sono ben pochi predecessori, come “Il mago di Earthsea” di Ursula Le Guin o “Il campione eterno” di Michael Moorcock. Hai tratto ispirazione da qualche romanzo o personaggio particolare, oppure Manatasi è stato “un parto spontaneo”?
R: Manatasi nacque durante una campagna di gioco di ruolo. Io avevo sviluppato la cultura dei Warantu, basandomi su sciamanesimo, leggende e culture africane (Zulu in particolare), e la cosa piacque. Quando mi chiesero di scrivere un romanzo di Valdar ho subito pensato che quelle idee potessero essere interessanti anche per i lettori.
5) Credo che, ancor di più di Manatasi in senso stresso, il bello dell'ambientazione sia dovuto alla giusta commistione di elementi classici del fantasy con altre atmosfere, come quella sciamanica e africana. Da dove è originata questa componente? E' stato difficile inserirla in un mondo fantasy di fatto abbastanza canonico?
R: Io sono un appassionato di mitologia e miti in generale. Quando concepii Valdar partì da una radice fantasy classica, norrena, ma innestandovi anche tradizioni del tutto diverse. Mi dissi che proprio come il nostro mondo aveva migliaia di miti diversissimi fra loro, anche Valdar, che è enorme, doveva essere così. Non ha molto senso che in una terra vasta come Valdar vi sia una cultura unitaria. Il Warantu e la sua tradizione segue questa mia decisione. Nel Re Nero non ho avuto molto “tempo” di far emergere le leggende e i miti di Valdar, spero di averne possibilità in futuro.
6) Del mondo di Valdar è stato scritto che è il luogo in cui avete ambientato la vostra campagna di lunga data. Anche se D&D non viene mai menzionato, posso supporre a ragione che si tratti di un'ambientazione personale per questo specifico gioco di ruolo? Se sì, e considerando il numero di anni da cui esiste, con quale edizione di D&D ha visto la sua genesi? Altrimenti qual'è stata la sua genesi ludica?
R: Valdar nacque come ambientazione per un gioco di ruolo realizzato da me e dai miei amici che si chiamava Estelmor. Nel corso degli anni fu adattata anche al Girsa, al RoleMaster, ad AD&D, Harp e poi anche a D&D d20 system.
7) Le vicende narrate nel romanzo corrispondo a quelle della campagna? Se sì, in che misura? Se no, che rapporti hanno con ciò che è stato giocato attorno al tavolo?
R: La campagna funge da base, e il dipanarsi della vicenda è piuttosto fedele, così come sono fedeli i personaggi che ne erano protagonisti. Ovviamente molte cose troppo da gioco sono state adattate, ma è stato inevitabile.
8) Mi permetto una critica (con domanda allegata): ho notato che sono sfuggiti parecchi refusi e anche qualche errore grossolano, e questo purtroppo è un riscontro frequente nel fantasy italiano. L'editing di un romanzo di un esordiente rischia di essere relegato all'amico volenteroso di turno? C'è una figura di editor competente ma soprattutto presente a livello di piccola editoria?
R: Io sinceramente ho visto di peggio in giro. In realtà l'editing è stato fatto da un professionista, ma personalmente non ho ancora la competenza per esprimere una critica.
9) Mentre molti si interrogano sul secondo episodio de “Il Re Nero” (che attendo con piacere), gira voce del progetto di un gioco di ruolo basato sul romanzo. Qualche notizia in più?
R: In effetti si sta lavorando su un'ambientazione di Valdar. Ma per ora non ho ancora elementi sufficienti per parlarne.

Ringrazio Marco per la sua disponibilità e gli rinnovo i complimenti per il romanzo, che ho letto con vero piacere!
In attesa di ulteriori sviluppi, gli faccio un grosso in bocca al lupo per i progetti in corso.

domenica 27 giugno 2010

Mark Menozzi – The King. Il Re Nero

In attesa che il portale Dragons' Lair pubblichi sia la recensione del romanzo che l'intervista all'autore, riporto entrambe sul mio blog, giusto per non dare l'idea che non stia facendo niente in questo periodo, con la scusa della tesi!
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Pensate al tipico libro fantasy di un autore italiano emergente, alla copertina brossurata con il drago dallo sguardo truce o l'elfo in posa “die hard”. Ebbene, “Il Re Nero” si presenta diverso già dal packaging: copertina rigida con decoro astratto, sovracoperta con un bel ritratto del protagonista, bordi delle pagine colorati, e comunque lo giri, tutto si presenta nero (per ovvi motivi!). Anche se potrà sembrare un dettaglio secondario, la cura estetica del prodotto rappresenta, a mio avviso, un valore aggiunto. I libri costano tanto, si sa, se almeno la confezione è piacevole e invitante, si percepisce un'attenzione nei confronti del cliente/lettore.
Ma apriamolo questo libro e vediamo cosa ci racconta e in che modo (rimando alla scheda sul sito dell'editore per la scheda: http://www.fazieditore.it/scheda_Libro.aspx?l=1298).
Intanto tiro un sospiro di sollievo già dalle prime righe, quando mi rendo conto che è scritto bene, non come scriverebbe un Baricco o un Martin, sia chiaro, ma lo stile è scorrevole e le pagine si sfogliano senza intoppi. Storco il naso di fronte ai parecchi refusi (ad esempio soggetti errati o scambiati), alle virgole di troppo che spezzano il ritmo, ad alcune ripetizioni notevoli (la parola “celato” che compare ben quattro volte a pagina 36!), a frasi decisamente poco chiare o errate ("Sirasa si guardava terreo in viso", pag. 475) e mi chiedo se il mondo dei piccoli editori si trovi costretto a fare a meno di un buon editor, relegando la revisione a qualche volonteroso collaboratore.
Nonostante questo, come ho già accennato, il romanzo si lascia leggere ben volentieri e ci si addentra in un mondo che ricalca gli stilemi del fantasy classico (quello di Tolkien per intenderci), ma con quegli aggiustamenti e quelle aggiunte che rendono Valdar una realtà decisamente ricca e piena di sorprese.
Se da una parte abbiamo i sempre superlativi elfi divisi nelle sempre presenti tre sotto-razze (e comincio a chiedermi se sia ormai un cliché veramente inevitabile) e le etnie umane che ricalcano quelle del mondo reale (gli Ardanar a est somigliano ai nostri orientali, i Warantu del sud agli africani, ecc), dall'altra abbiamo un popolo goblin straordinariamente dipinto, con una dignità che ben raramente gli viene attribuita. Nota di merito: l'autore ci ha risparmiato l'ennesimo nano burbero piazzato apposta in mezzo al gruppo per rivestire il ruolo della macchietta.
A discolpa dei tanti archetipi classici, ormai venuti un po' a noia, c'è da dire che Valdar nasce come un mondo per un gioco di ruolo ed è quindi naturale che vi si trovino tanti elementi tipici del gioco stesso. Peraltro l'insieme risulta armonioso e per niente raffazzonato, a differenza di ambientazioni famose in cui ogni trovata viene data per buona fino a ottenere minestroni senza capo né coda.
Ho apprezzato tantissimo i piccoli dettagli, le note di colore e lo studio accurato degli equilibri del mondo narrato.
Per fare un esempio, viene citata a un certo punto la locanda “Covo dei Draghi”, quando fino a quel momento i draghi non sono mai stati menzionati. Si scopre poi che su Valdar gli Antichi Draghi sono ricordati come creature leggendarie proprie del folklore di quel mondo.
Il ritmo diviene poi più lento nell'ultima parte. Mi chiedo come mai si sia corso tanto nei primi capitoli, buttando così tanta carne al fuoco, per poi rallentare in tal modo verso la fine. Man mano che ci si avvicina alle ultime pagine, si avverte la fastidiosa sensazione di tante parentesi che non verranno chiuse (e che la presenza di un seguito non giustifica del tutto).
Vorrei dilungarmi ora su alcune osservazioni (soprattutto critiche) riguardanti lo stile.
Per prima cosa: troppi, troppi, troppi flashback. L'autore ne abusa, nonostante l'utilizzo comunque dignitoso. E' vero che questa tecnica permette di introdurre nuove scene in modo rapido e d'effetto, ma il suo utilizzo non deve mai essere indiscriminato o rischia di perdere la sua efficacia se non di risultare fastidiosa.
Una nota dolente sono poi i famigerati dialoghi in cui i personaggi si spiegano tra loro cose che sanno entrambi benissimo. E' una brutta pantomima che si ripete con triste cadenza nei romanzi degli esordienti (ma non solo!). Citando il blog Gamberi Fantasy (http://fantasy.gamberi.org/): «Personaggi che parlano al lettore invece di parlare tra di loro. Un errore classico: l’autore vuole informare il lettore su particolari che ritiene necessari per la storia e mette queste informazioni in bocca ai personaggi, che sia verosimile o no. È quello che i manuali inglesi chiamano: “As you know, Bob…”» (Manuali 2 – Dialoghi). A questo si aggiunge purtroppo l'immancabile spiegazione del cattivo di turno, che deve far comprendere a tutti i costi le proprie intenzioni ai malcapitati personaggi.
Per finire, ecco un paio di frasi (pescate a titolo d'esempio) che non dovrebbero mai comparire in un testo (quanto meno in un testo che sta leggendo la sottoscritta!) e che denotano, più dei piccoli refusi, la mancanza di un vero editor:
  • Il Varco squarciò il tessuto stesso della realtà (pag. 351) – frase abusata e ormai priva di qualunque effetto (fatevi un giretto su Google cercando “il tessuto stesso della realtà”)
  • Lo sciamano, Sirasa, era pallido come un cencio (pag. 374) – come può un uomo dalla pelle nera diventare pallido come un cencio? Al di là del significato della similitudine, come si può immaginare una scena del genere? L'autore c'è riuscito veramente o avrà scritto di getto senza stare a pensarci?
Se posso essere sembrata estremamente critica nei confronti dello stile, è perché in realtà il romanzo mi ha entusiasmata e l'ho ritenuto meritevole di una recensione accurata e completa.
Era da tanto tempo che non leggevo un fantasy capace di catturarmi e incantarmi in questo modo, portandomi a sfogliare gli ultimi capitoli in piena notte incapace di distaccarmi dallo svolgersi degli eventi. La trama è complessa e ben congegnata, i contenti studiati con cura e i personaggi, nonostante le osservazioni iniziali sui cliché, niente affatto banali. Ognuno di essi vive di una personalità chiara ma intrigante e gli stereotipi sfumano in personalità ben caratterizzate, capaci di sorprendere ed emozionare.
Faccio quindi i miei complimenti all'autore e concludo con una nota: ho apprezzato moltissimo il glossario in fondo al libro, l'ho trovato decisamente un'ottima idea, ma attenzione perché il rischio di spoiler durante la lettura è elevato!

mercoledì 24 marzo 2010

Roy Lewis - Il più grande uomo scimmia del Pleistocene


Questo libro è, a tutti gli effetti, "uno dei più divertenti degli ultimi centocinquantamila anni", come giustamente esordisce Terry Pratchett nella sua presentazione.
E' uno di quei romanzi che continuerò a consigliare a tutti, a costo di risultare insostenibile, ma è sul serio un esempio di ottima scrittura, umorismo inarrestabile e, come se non bastasse, una bella affrescata di quella che è stata l'evoluzione dell'uomo verso il suo ergersi a specie intelligente al di sopra degli altri animali.
Preparatevi a ridere e a rotolarvi nel letto con le lacrime agli occhi (sconsiglio vivamente la lettura a sedere, almeno a fidarsi dello stesso Pratchett!), ma anche a riflettere amaramente sui vantaggi del progresso, inevitabilmente associati ai compromessi più cinici.
Non è la solita patriarcale in stile "si stava meglio prima", ma è un'analisi spietatamente semplice e lucida di quei meccanismi che ci hanno portato a essere ciò che siamo: esemplari di Homo sapiens sapiens.
Lewis non si abbandona a nessuna morale di parte, ci lascia nero su bianco i suoi pro e contro sull'evoluzione dell'uomo. A noi rimane l'onore (e l'onere) del bilancio.

Un'ultima nota. Per quanto si tratti a tutti gli effetti di un romanzo di fanta(prei)storia, con gli avvenimenti di migliaia di anni riassunti nel corso di un'unica generazione di individui, tutti gli elementi presentati non sono né campati per aria né inventati di sana pianta. Non si può certo considerare un testo divulgativo, ma tutto quello che leggerete è quanto più attinente possibile agli eventi ipotizzati dagli antropologi.

lunedì 15 marzo 2010

Jostein Gaarder - Il mondo di Sofia

Der Spiegel, come riporta la quarta di copertina de Il mondo di Sofia, asserisce che "Il mondo di Sofia di Jostein Gaarder è un successo letterario mai visto dopo quello del Nome della Rosa di Umberto Eco".
Se questo è vero mi devo essere perso gli ultimi vent'anni...
Questo genere di lanci pubblicitari da retrocopertina mi fanno sempre sbuffare, tanto più quando il contenuto del libro è meritevole di attenzione al di la del marketing e dell'ingiustificata altisonanza di recensioni inattente o di parte.

E' questo il caso de Il mondo di Sofia, un romanzo caldamente consigliatomi dalla mia dolce metà (fu una delle sue letture adolescenziali) che ieri sera ho tirato a finire facendo notte fonda. Il volume ha una dimensione consistente, forse intimidatoria per il giovane pubblico a cui è rivolto, ma scorre senza intoppi, grazie a uno stile semplice e chiaro, forse un po' troppo concettuale per un ragazzo e un po' troppo infantile per un adulto.
In effetti lo stile di Gaarder non è quello di un letterato; sembra invece che a scrivere sia un papà, o un bonario professore, che punta alla chiarezza prima che alla forma.
Il campo in cui questo romanzo brilla è evidentemente quello dei contenuti: nella forma di un quasi-psicogiallo, l'autore riesce a raccontare in pillole la storia dell'umano pensare. Per chi come me non ha frequentato il liceo (ho un diploma tecnico) è una specie di corso accelerato, ma non per questo frettoloso, di storia della filosofia. Ma ancor più, è un chiaro messaggio su cosa sia di fatto la filosofia. Gaarder ci insegna che siamo tutti potenziali filosofi: il filosofo è colui che si pone un certo genere di domande, non chi studia le risposte date dai grandi uomini nei secoli. Filosofo è spesso il contadino ignorante che non smette mai di chiedersi il perchè della fioritura o il bambino che non da nulla per scontato e indaga cause e motivi, senza fermarsi al mondo dei fenomeni registrabili dai sensi.

Da questo punto di vista il libro è una lettura autofiltrante: se siete il genere di persone che guardano la vita dipanarsi, magari godendone ogni istante, ma non vi siete mai posti domande dal sapore di perchè..., da dove..., verso dove..., a che scopo..., allora probabilmente il libro potrà anche non annoiarvi ma sarà pressochè inutile. Se invece qualcosa non vi da pace e una sorta di fastidioso senso critico nei confronti di voi stessi e del mondo vi costringe a frullare di continuo i pensieri fino a farne poltiglia, allora Il mondo di Sofia vi permetterà di scoprire che non siete soli.

Ma ho detto che questo libro è anche un quasi-psicogiallo: sì, Gaarder ha voluto immergere le lezioni di filosofia che il buon Albero Knox propina alla neoquindicenne Sofia Amundsen, in un'atmosfera onirica e particolare. Attorno ai due personaggi principali orbita un fitto mistero: chi è Hilde Møeller Knag? Sembrerebbe una coetanea di Sofia... sembrerebbe addirittura compiere gli anni lo stesso giorno, il 15 giugno. Ma perchè gli auguri di compleanno per Hilde arrivano fin dal mese di aprile Sofia, pur se le due non si conoscono?
Il legame tra i protagonisti e Hilde diventa sempre più evidente e, nel contempo, più misterioso, finchè Gaarder non decide di farne il movente effettivo di tutto il libro.
Dire di più sarebbe inutile e dannoso, ma sebbene la risoluzione di questo mistero sia ottimamente ritmata ed interessante, ieri notte ho chiuso la copertina chiedendomi se ce n'era davvero bisogno.

Il libro non è così magistrale da imporsi davvero come un must o un classico, pur se merita un posto nella libreria di ogni adolescente per l'ottimo contenuto sulla storia della filosofia. Almeno non più di libri come La chioma di Berenice, di Denis Guedj, romanzo di altissima qualità.
Forse Gaarder ha voluto appoggiare le sue lezioni su uno scheletro avventuroso proprio per renderle appetibili ed assimilabili ad un giovane. In questo caso temo che ad un certo punto l'azione prenda il sopravvento in modo troppo prepotente e che tenda a coprire l'importanza data alle lezioni di filosofia. L'istruzione di Sofia diventa un tema secondario e la concitazione degli eventi impone ad Alberto di tagliare corto, sintetizzando il pensiero dei grandi contemporanei in pastiglie difficili da digerire, pur se spiegate con estrema chiarezza.
Ma il vero problema è che ho immaginato me stesso a quindici anni scorrere rapidamente le sempre più asettiche pagine sui sistemi di Kirkegaard o Hegel per capire il segreto di Hilde, di fatto ignorando l'importante messaggio istruttivo del libro.

Un peccato. Un vero peccato.
Per questo motivo, pur senza assolutamente bocciare questa piccola perla della divulgazione per ragazzi (e non solo) ritengo che le parole dello Spiegel siano assolutamente fuorvianti. La letteratura contemporanea, e con essa i lettori, trarrebbe grande giovamento da un po' di obiettività editoriale.

Consigliatissimo quindi come regalo per un ragazzo un po' cerebrale o sensibile; ma se siete interessati a infarinarvi sulla storia della filosofia e trovare spunti di indagine per le vostre elucubrazioni sull'uomo e sull'universo, Il mondo di Sofia è un ottimo trampolino anche per chi tra gli adulti non ha avuto modo di approcciare questa materia fondamentale.