Dopo avervi deliziati (non provate a negarlo!) con la magnifica recensione de "Il Re Nero", pubblico anche l'interista all'autore, anch'essa per il portale Dragons' Lair, ma ancora non pubblicata. Visto che non aggiorno il blog da eoni (martedì prossimo mi laureo, prometto di tornare a scriverci con una certa regolarità poi!), ho deciso di inserirla qua per allietare queste afose giornate estive.
Ora, un paio di premesse all'intervista.
Prima premessa: ho apprezzato molto il lavoro di Marco e ritengo “Il Re Nero” un buon esempio di come in Italia ci sia ancora speranza per la letteratura fantasy.
Seconda premessa: ho cercato di inserire in questa intervista domande più incentrate sul mondo di Valdar e sui giochi di ruolo, tralasciando domande più canoniche che di solito vengono poste agli autori emergenti e che i lettori di questo articolo potranno trovare ai seguenti link:
Arriva il Re Nero. Incontro con Mark Menozzi
Intervista con Mark Menozzi. The King. Il Re Nero
Iniziamo!
1) Intanto, perché Mark e non Marco? Una scelta editoriale oppure una tua preferenza? Vale la stessa motivazione per il titolo?
R: Diciamo che Mark è un tocco fantasy! Il titolo è nato spontaneamente mentre concepivo la storia. Non poteva esistere titolo più adatto.
2) I titoli dei capitoli coi nomi dei protagonisti mi hanno subito fatto pensare a “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” di Martin (e ho letto in una delle interviste di cui sopra che Martin stesso è fra i tuoi autori preferiti). Quanto hanno influito le tue letture sull'ideazione e la stesura de “Il Re Nero”?
R: Indubbiamente Martin è con Tolkien e Gemmel uno dei miei autori prediletti, e il suo modo di presentare i capitoli seguendo ogni volta un personaggio mi piaceva molto, anche se poi nel Re Nero è leggermente diverso, e la visione è meno soggettiva. Io sono un fanatico della lettura e sono proprio le mie letture ad avermi influenzato.
3) Dalla stessa intervista, emerge la tua amicizia e collaborazione con Pierdomenico Baccalario. Andando a curiosare sulla sua pagina su Wikipedia ho notato un'opera dal titolo “Il popolo di Tarkaan”. Si tratta di un racconto correlato?
R: Diciamo che è un piccolo omaggio che il mio carissimo amico Pierdominico mi ha voluto fare, ispirando uno dei protagonisti della sua opera a me.
4) L'elemento su cui più si è puntato nella presentazione del romanzo è la presenza di un protagonista di colore. In effetti ci sono ben pochi predecessori, come “Il mago di Earthsea” di Ursula Le Guin o “Il campione eterno” di Michael Moorcock. Hai tratto ispirazione da qualche romanzo o personaggio particolare, oppure Manatasi è stato “un parto spontaneo”?
R: Manatasi nacque durante una campagna di gioco di ruolo. Io avevo sviluppato la cultura dei Warantu, basandomi su sciamanesimo, leggende e culture africane (Zulu in particolare), e la cosa piacque. Quando mi chiesero di scrivere un romanzo di Valdar ho subito pensato che quelle idee potessero essere interessanti anche per i lettori.
5) Credo che, ancor di più di Manatasi in senso stresso, il bello dell'ambientazione sia dovuto alla giusta commistione di elementi classici del fantasy con altre atmosfere, come quella sciamanica e africana. Da dove è originata questa componente? E' stato difficile inserirla in un mondo fantasy di fatto abbastanza canonico?
R: Io sono un appassionato di mitologia e miti in generale. Quando concepii Valdar partì da una radice fantasy classica, norrena, ma innestandovi anche tradizioni del tutto diverse. Mi dissi che proprio come il nostro mondo aveva migliaia di miti diversissimi fra loro, anche Valdar, che è enorme, doveva essere così. Non ha molto senso che in una terra vasta come Valdar vi sia una cultura unitaria. Il Warantu e la sua tradizione segue questa mia decisione. Nel Re Nero non ho avuto molto “tempo” di far emergere le leggende e i miti di Valdar, spero di averne possibilità in futuro.
6) Del mondo di Valdar è stato scritto che è il luogo in cui avete ambientato la vostra campagna di lunga data. Anche se D&D non viene mai menzionato, posso supporre a ragione che si tratti di un'ambientazione personale per questo specifico gioco di ruolo? Se sì, e considerando il numero di anni da cui esiste, con quale edizione di D&D ha visto la sua genesi? Altrimenti qual'è stata la sua genesi ludica?
R: Valdar nacque come ambientazione per un gioco di ruolo realizzato da me e dai miei amici che si chiamava Estelmor. Nel corso degli anni fu adattata anche al Girsa, al RoleMaster, ad AD&D, Harp e poi anche a D&D d20 system.
7) Le vicende narrate nel romanzo corrispondo a quelle della campagna? Se sì, in che misura? Se no, che rapporti hanno con ciò che è stato giocato attorno al tavolo?
R: La campagna funge da base, e il dipanarsi della vicenda è piuttosto fedele, così come sono fedeli i personaggi che ne erano protagonisti. Ovviamente molte cose troppo da gioco sono state adattate, ma è stato inevitabile.
8) Mi permetto una critica (con domanda allegata): ho notato che sono sfuggiti parecchi refusi e anche qualche errore grossolano, e questo purtroppo è un riscontro frequente nel fantasy italiano. L'editing di un romanzo di un esordiente rischia di essere relegato all'amico volenteroso di turno? C'è una figura di editor competente ma soprattutto presente a livello di piccola editoria?
R: Io sinceramente ho visto di peggio in giro. In realtà l'editing è stato fatto da un professionista, ma personalmente non ho ancora la competenza per esprimere una critica.
9) Mentre molti si interrogano sul secondo episodio de “Il Re Nero” (che attendo con piacere), gira voce del progetto di un gioco di ruolo basato sul romanzo. Qualche notizia in più?
R: In effetti si sta lavorando su un'ambientazione di Valdar. Ma per ora non ho ancora elementi sufficienti per parlarne.
Ringrazio Marco per la sua disponibilità e gli rinnovo i complimenti per il romanzo, che ho letto con vero piacere!
In attesa di ulteriori sviluppi, gli faccio un grosso in bocca al lupo per i progetti in corso.
venerdì 23 luglio 2010
domenica 27 giugno 2010
Mark Menozzi – The King. Il Re Nero
In attesa che il portale Dragons' Lair pubblichi sia la recensione del romanzo che l'intervista all'autore, riporto entrambe sul mio blog, giusto per non dare l'idea che non stia facendo niente in questo periodo, con la scusa della tesi!
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Pensate al tipico libro fantasy di un autore italiano emergente, alla copertina brossurata con il drago dallo sguardo truce o l'elfo in posa “die hard”. Ebbene, “Il Re Nero” si presenta diverso già dal packaging: copertina rigida con decoro astratto, sovracoperta con un bel ritratto del protagonista, bordi delle pagine colorati, e comunque lo giri, tutto si presenta nero (per ovvi motivi!). Anche se potrà sembrare un dettaglio secondario, la cura estetica del prodotto rappresenta, a mio avviso, un valore aggiunto. I libri costano tanto, si sa, se almeno la confezione è piacevole e invitante, si percepisce un'attenzione nei confronti del cliente/lettore.
Ma apriamolo questo libro e vediamo cosa ci racconta e in che modo (rimando alla scheda sul sito dell'editore per la scheda: http://www.fazieditore.it/scheda_Libro.aspx?l=1298).
Intanto tiro un sospiro di sollievo già dalle prime righe, quando mi rendo conto che è scritto bene, non come scriverebbe un Baricco o un Martin, sia chiaro, ma lo stile è scorrevole e le pagine si sfogliano senza intoppi. Storco il naso di fronte ai parecchi refusi (ad esempio soggetti errati o scambiati), alle virgole di troppo che spezzano il ritmo, ad alcune ripetizioni notevoli (la parola “celato” che compare ben quattro volte a pagina 36!), a frasi decisamente poco chiare o errate ("Sirasa si guardava terreo in viso", pag. 475) e mi chiedo se il mondo dei piccoli editori si trovi costretto a fare a meno di un buon editor, relegando la revisione a qualche volonteroso collaboratore.
Nonostante questo, come ho già accennato, il romanzo si lascia leggere ben volentieri e ci si addentra in un mondo che ricalca gli stilemi del fantasy classico (quello di Tolkien per intenderci), ma con quegli aggiustamenti e quelle aggiunte che rendono Valdar una realtà decisamente ricca e piena di sorprese.
Se da una parte abbiamo i sempre superlativi elfi divisi nelle sempre presenti tre sotto-razze (e comincio a chiedermi se sia ormai un cliché veramente inevitabile) e le etnie umane che ricalcano quelle del mondo reale (gli Ardanar a est somigliano ai nostri orientali, i Warantu del sud agli africani, ecc), dall'altra abbiamo un popolo goblin straordinariamente dipinto, con una dignità che ben raramente gli viene attribuita. Nota di merito: l'autore ci ha risparmiato l'ennesimo nano burbero piazzato apposta in mezzo al gruppo per rivestire il ruolo della macchietta.
A discolpa dei tanti archetipi classici, ormai venuti un po' a noia, c'è da dire che Valdar nasce come un mondo per un gioco di ruolo ed è quindi naturale che vi si trovino tanti elementi tipici del gioco stesso. Peraltro l'insieme risulta armonioso e per niente raffazzonato, a differenza di ambientazioni famose in cui ogni trovata viene data per buona fino a ottenere minestroni senza capo né coda.
Ho apprezzato tantissimo i piccoli dettagli, le note di colore e lo studio accurato degli equilibri del mondo narrato.
Per fare un esempio, viene citata a un certo punto la locanda “Covo dei Draghi”, quando fino a quel momento i draghi non sono mai stati menzionati. Si scopre poi che su Valdar gli Antichi Draghi sono ricordati come creature leggendarie proprie del folklore di quel mondo.
Il ritmo diviene poi più lento nell'ultima parte. Mi chiedo come mai si sia corso tanto nei primi capitoli, buttando così tanta carne al fuoco, per poi rallentare in tal modo verso la fine. Man mano che ci si avvicina alle ultime pagine, si avverte la fastidiosa sensazione di tante parentesi che non verranno chiuse (e che la presenza di un seguito non giustifica del tutto).
Vorrei dilungarmi ora su alcune osservazioni (soprattutto critiche) riguardanti lo stile.
Per prima cosa: troppi, troppi, troppi flashback. L'autore ne abusa, nonostante l'utilizzo comunque dignitoso. E' vero che questa tecnica permette di introdurre nuove scene in modo rapido e d'effetto, ma il suo utilizzo non deve mai essere indiscriminato o rischia di perdere la sua efficacia se non di risultare fastidiosa.
Una nota dolente sono poi i famigerati dialoghi in cui i personaggi si spiegano tra loro cose che sanno entrambi benissimo. E' una brutta pantomima che si ripete con triste cadenza nei romanzi degli esordienti (ma non solo!). Citando il blog Gamberi Fantasy (http://fantasy.gamberi.org/): «Personaggi che parlano al lettore invece di parlare tra di loro. Un errore classico: l’autore vuole informare il lettore su particolari che ritiene necessari per la storia e mette queste informazioni in bocca ai personaggi, che sia verosimile o no. È quello che i manuali inglesi chiamano: “As you know, Bob…”» (Manuali 2 – Dialoghi). A questo si aggiunge purtroppo l'immancabile spiegazione del cattivo di turno, che deve far comprendere a tutti i costi le proprie intenzioni ai malcapitati personaggi.
Per finire, ecco un paio di frasi (pescate a titolo d'esempio) che non dovrebbero mai comparire in un testo (quanto meno in un testo che sta leggendo la sottoscritta!) e che denotano, più dei piccoli refusi, la mancanza di un vero editor:
Era da tanto tempo che non leggevo un fantasy capace di catturarmi e incantarmi in questo modo, portandomi a sfogliare gli ultimi capitoli in piena notte incapace di distaccarmi dallo svolgersi degli eventi. La trama è complessa e ben congegnata, i contenti studiati con cura e i personaggi, nonostante le osservazioni iniziali sui cliché, niente affatto banali. Ognuno di essi vive di una personalità chiara ma intrigante e gli stereotipi sfumano in personalità ben caratterizzate, capaci di sorprendere ed emozionare.
Faccio quindi i miei complimenti all'autore e concludo con una nota: ho apprezzato moltissimo il glossario in fondo al libro, l'ho trovato decisamente un'ottima idea, ma attenzione perché il rischio di spoiler durante la lettura è elevato!
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Pensate al tipico libro fantasy di un autore italiano emergente, alla copertina brossurata con il drago dallo sguardo truce o l'elfo in posa “die hard”. Ebbene, “Il Re Nero” si presenta diverso già dal packaging: copertina rigida con decoro astratto, sovracoperta con un bel ritratto del protagonista, bordi delle pagine colorati, e comunque lo giri, tutto si presenta nero (per ovvi motivi!). Anche se potrà sembrare un dettaglio secondario, la cura estetica del prodotto rappresenta, a mio avviso, un valore aggiunto. I libri costano tanto, si sa, se almeno la confezione è piacevole e invitante, si percepisce un'attenzione nei confronti del cliente/lettore.
Ma apriamolo questo libro e vediamo cosa ci racconta e in che modo (rimando alla scheda sul sito dell'editore per la scheda: http://www.fazieditore.it/scheda_Libro.aspx?l=1298).
Intanto tiro un sospiro di sollievo già dalle prime righe, quando mi rendo conto che è scritto bene, non come scriverebbe un Baricco o un Martin, sia chiaro, ma lo stile è scorrevole e le pagine si sfogliano senza intoppi. Storco il naso di fronte ai parecchi refusi (ad esempio soggetti errati o scambiati), alle virgole di troppo che spezzano il ritmo, ad alcune ripetizioni notevoli (la parola “celato” che compare ben quattro volte a pagina 36!), a frasi decisamente poco chiare o errate ("Sirasa si guardava terreo in viso", pag. 475) e mi chiedo se il mondo dei piccoli editori si trovi costretto a fare a meno di un buon editor, relegando la revisione a qualche volonteroso collaboratore.
Nonostante questo, come ho già accennato, il romanzo si lascia leggere ben volentieri e ci si addentra in un mondo che ricalca gli stilemi del fantasy classico (quello di Tolkien per intenderci), ma con quegli aggiustamenti e quelle aggiunte che rendono Valdar una realtà decisamente ricca e piena di sorprese.
Se da una parte abbiamo i sempre superlativi elfi divisi nelle sempre presenti tre sotto-razze (e comincio a chiedermi se sia ormai un cliché veramente inevitabile) e le etnie umane che ricalcano quelle del mondo reale (gli Ardanar a est somigliano ai nostri orientali, i Warantu del sud agli africani, ecc), dall'altra abbiamo un popolo goblin straordinariamente dipinto, con una dignità che ben raramente gli viene attribuita. Nota di merito: l'autore ci ha risparmiato l'ennesimo nano burbero piazzato apposta in mezzo al gruppo per rivestire il ruolo della macchietta.
A discolpa dei tanti archetipi classici, ormai venuti un po' a noia, c'è da dire che Valdar nasce come un mondo per un gioco di ruolo ed è quindi naturale che vi si trovino tanti elementi tipici del gioco stesso. Peraltro l'insieme risulta armonioso e per niente raffazzonato, a differenza di ambientazioni famose in cui ogni trovata viene data per buona fino a ottenere minestroni senza capo né coda.
Ho apprezzato tantissimo i piccoli dettagli, le note di colore e lo studio accurato degli equilibri del mondo narrato.
Per fare un esempio, viene citata a un certo punto la locanda “Covo dei Draghi”, quando fino a quel momento i draghi non sono mai stati menzionati. Si scopre poi che su Valdar gli Antichi Draghi sono ricordati come creature leggendarie proprie del folklore di quel mondo.
Il ritmo diviene poi più lento nell'ultima parte. Mi chiedo come mai si sia corso tanto nei primi capitoli, buttando così tanta carne al fuoco, per poi rallentare in tal modo verso la fine. Man mano che ci si avvicina alle ultime pagine, si avverte la fastidiosa sensazione di tante parentesi che non verranno chiuse (e che la presenza di un seguito non giustifica del tutto).
Vorrei dilungarmi ora su alcune osservazioni (soprattutto critiche) riguardanti lo stile.
Per prima cosa: troppi, troppi, troppi flashback. L'autore ne abusa, nonostante l'utilizzo comunque dignitoso. E' vero che questa tecnica permette di introdurre nuove scene in modo rapido e d'effetto, ma il suo utilizzo non deve mai essere indiscriminato o rischia di perdere la sua efficacia se non di risultare fastidiosa.
Una nota dolente sono poi i famigerati dialoghi in cui i personaggi si spiegano tra loro cose che sanno entrambi benissimo. E' una brutta pantomima che si ripete con triste cadenza nei romanzi degli esordienti (ma non solo!). Citando il blog Gamberi Fantasy (http://fantasy.gamberi.org/): «Personaggi che parlano al lettore invece di parlare tra di loro. Un errore classico: l’autore vuole informare il lettore su particolari che ritiene necessari per la storia e mette queste informazioni in bocca ai personaggi, che sia verosimile o no. È quello che i manuali inglesi chiamano: “As you know, Bob…”» (Manuali 2 – Dialoghi). A questo si aggiunge purtroppo l'immancabile spiegazione del cattivo di turno, che deve far comprendere a tutti i costi le proprie intenzioni ai malcapitati personaggi.
Per finire, ecco un paio di frasi (pescate a titolo d'esempio) che non dovrebbero mai comparire in un testo (quanto meno in un testo che sta leggendo la sottoscritta!) e che denotano, più dei piccoli refusi, la mancanza di un vero editor:
- Il Varco squarciò il tessuto stesso della realtà (pag. 351) – frase abusata e ormai priva di qualunque effetto (fatevi un giretto su Google cercando “il tessuto stesso della realtà”)
- Lo sciamano, Sirasa, era pallido come un cencio (pag. 374) – come può un uomo dalla pelle nera diventare pallido come un cencio? Al di là del significato della similitudine, come si può immaginare una scena del genere? L'autore c'è riuscito veramente o avrà scritto di getto senza stare a pensarci?
Era da tanto tempo che non leggevo un fantasy capace di catturarmi e incantarmi in questo modo, portandomi a sfogliare gli ultimi capitoli in piena notte incapace di distaccarmi dallo svolgersi degli eventi. La trama è complessa e ben congegnata, i contenti studiati con cura e i personaggi, nonostante le osservazioni iniziali sui cliché, niente affatto banali. Ognuno di essi vive di una personalità chiara ma intrigante e gli stereotipi sfumano in personalità ben caratterizzate, capaci di sorprendere ed emozionare.
Faccio quindi i miei complimenti all'autore e concludo con una nota: ho apprezzato moltissimo il glossario in fondo al libro, l'ho trovato decisamente un'ottima idea, ma attenzione perché il rischio di spoiler durante la lettura è elevato!
mercoledì 24 marzo 2010
Roy Lewis - Il più grande uomo scimmia del Pleistocene
Questo libro è, a tutti gli effetti, "uno dei più divertenti degli ultimi centocinquantamila anni", come giustamente esordisce Terry Pratchett nella sua presentazione.
E' uno di quei romanzi che continuerò a consigliare a tutti, a costo di risultare insostenibile, ma è sul serio un esempio di ottima scrittura, umorismo inarrestabile e, come se non bastasse, una bella affrescata di quella che è stata l'evoluzione dell'uomo verso il suo ergersi a specie intelligente al di sopra degli altri animali.
Preparatevi a ridere e a rotolarvi nel letto con le lacrime agli occhi (sconsiglio vivamente la lettura a sedere, almeno a fidarsi dello stesso Pratchett!), ma anche a riflettere amaramente sui vantaggi del progresso, inevitabilmente associati ai compromessi più cinici.
Non è la solita patriarcale in stile "si stava meglio prima", ma è un'analisi spietatamente semplice e lucida di quei meccanismi che ci hanno portato a essere ciò che siamo: esemplari di Homo sapiens sapiens.
Lewis non si abbandona a nessuna morale di parte, ci lascia nero su bianco i suoi pro e contro sull'evoluzione dell'uomo. A noi rimane l'onore (e l'onere) del bilancio.
Un'ultima nota. Per quanto si tratti a tutti gli effetti di un romanzo di fanta(prei)storia, con gli avvenimenti di migliaia di anni riassunti nel corso di un'unica generazione di individui, tutti gli elementi presentati non sono né campati per aria né inventati di sana pianta. Non si può certo considerare un testo divulgativo, ma tutto quello che leggerete è quanto più attinente possibile agli eventi ipotizzati dagli antropologi.
lunedì 15 marzo 2010
Jostein Gaarder - Il mondo di Sofia
Der Spiegel, come riporta la quarta di copertina de Il mondo di Sofia, asserisce che "Il mondo di Sofia di Jostein Gaarder è un successo letterario mai visto dopo quello del Nome della Rosa di Umberto Eco".
Se questo è vero mi devo essere perso gli ultimi vent'anni...
Questo genere di lanci pubblicitari da retrocopertina mi fanno sempre sbuffare, tanto più quando il contenuto del libro è meritevole di attenzione al di la del marketing e dell'ingiustificata altisonanza di recensioni inattente o di parte.
E' questo il caso de Il mondo di Sofia, un romanzo caldamente consigliatomi dalla mia dolce metà (fu una delle sue letture adolescenziali) che ieri sera ho tirato a finire facendo notte fonda. Il volume ha una dimensione consistente, forse intimidatoria per il giovane pubblico a cui è rivolto, ma scorre senza intoppi, grazie a uno stile semplice e chiaro, forse un po' troppo concettuale per un ragazzo e un po' troppo infantile per un adulto.
In effetti lo stile di Gaarder non è quello di un letterato; sembra invece che a scrivere sia un papà, o un bonario professore, che punta alla chiarezza prima che alla forma.
Il campo in cui questo romanzo brilla è evidentemente quello dei contenuti: nella forma di un quasi-psicogiallo, l'autore riesce a raccontare in pillole la storia dell'umano pensare. Per chi come me non ha frequentato il liceo (ho un diploma tecnico) è una specie di corso accelerato, ma non per questo frettoloso, di storia della filosofia. Ma ancor più, è un chiaro messaggio su cosa sia di fatto la filosofia. Gaarder ci insegna che siamo tutti potenziali filosofi: il filosofo è colui che si pone un certo genere di domande, non chi studia le risposte date dai grandi uomini nei secoli. Filosofo è spesso il contadino ignorante che non smette mai di chiedersi il perchè della fioritura o il bambino che non da nulla per scontato e indaga cause e motivi, senza fermarsi al mondo dei fenomeni registrabili dai sensi.
Da questo punto di vista il libro è una lettura autofiltrante: se siete il genere di persone che guardano la vita dipanarsi, magari godendone ogni istante, ma non vi siete mai posti domande dal sapore di perchè..., da dove..., verso dove..., a che scopo..., allora probabilmente il libro potrà anche non annoiarvi ma sarà pressochè inutile. Se invece qualcosa non vi da pace e una sorta di fastidioso senso critico nei confronti di voi stessi e del mondo vi costringe a frullare di continuo i pensieri fino a farne poltiglia, allora Il mondo di Sofia vi permetterà di scoprire che non siete soli.
Ma ho detto che questo libro è anche un quasi-psicogiallo: sì, Gaarder ha voluto immergere le lezioni di filosofia che il buon Albero Knox propina alla neoquindicenne Sofia Amundsen, in un'atmosfera onirica e particolare. Attorno ai due personaggi principali orbita un fitto mistero: chi è Hilde Møeller Knag? Sembrerebbe una coetanea di Sofia... sembrerebbe addirittura compiere gli anni lo stesso giorno, il 15 giugno. Ma perchè gli auguri di compleanno per Hilde arrivano fin dal mese di aprile Sofia, pur se le due non si conoscono?
Il legame tra i protagonisti e Hilde diventa sempre più evidente e, nel contempo, più misterioso, finchè Gaarder non decide di farne il movente effettivo di tutto il libro.
Dire di più sarebbe inutile e dannoso, ma sebbene la risoluzione di questo mistero sia ottimamente ritmata ed interessante, ieri notte ho chiuso la copertina chiedendomi se ce n'era davvero bisogno.
Il libro non è così magistrale da imporsi davvero come un must o un classico, pur se merita un posto nella libreria di ogni adolescente per l'ottimo contenuto sulla storia della filosofia. Almeno non più di libri come La chioma di Berenice, di Denis Guedj, romanzo di altissima qualità.
Forse Gaarder ha voluto appoggiare le sue lezioni su uno scheletro avventuroso proprio per renderle appetibili ed assimilabili ad un giovane. In questo caso temo che ad un certo punto l'azione prenda il sopravvento in modo troppo prepotente e che tenda a coprire l'importanza data alle lezioni di filosofia. L'istruzione di Sofia diventa un tema secondario e la concitazione degli eventi impone ad Alberto di tagliare corto, sintetizzando il pensiero dei grandi contemporanei in pastiglie difficili da digerire, pur se spiegate con estrema chiarezza.
Ma il vero problema è che ho immaginato me stesso a quindici anni scorrere rapidamente le sempre più asettiche pagine sui sistemi di Kirkegaard o Hegel per capire il segreto di Hilde, di fatto ignorando l'importante messaggio istruttivo del libro.
Un peccato. Un vero peccato.
Per questo motivo, pur senza assolutamente bocciare questa piccola perla della divulgazione per ragazzi (e non solo) ritengo che le parole dello Spiegel siano assolutamente fuorvianti. La letteratura contemporanea, e con essa i lettori, trarrebbe grande giovamento da un po' di obiettività editoriale.
Consigliatissimo quindi come regalo per un ragazzo un po' cerebrale o sensibile; ma se siete interessati a infarinarvi sulla storia della filosofia e trovare spunti di indagine per le vostre elucubrazioni sull'uomo e sull'universo, Il mondo di Sofia è un ottimo trampolino anche per chi tra gli adulti non ha avuto modo di approcciare questa materia fondamentale.
Se questo è vero mi devo essere perso gli ultimi vent'anni...
Questo genere di lanci pubblicitari da retrocopertina mi fanno sempre sbuffare, tanto più quando il contenuto del libro è meritevole di attenzione al di la del marketing e dell'ingiustificata altisonanza di recensioni inattente o di parte.
E' questo il caso de Il mondo di Sofia, un romanzo caldamente consigliatomi dalla mia dolce metà (fu una delle sue letture adolescenziali) che ieri sera ho tirato a finire facendo notte fonda. Il volume ha una dimensione consistente, forse intimidatoria per il giovane pubblico a cui è rivolto, ma scorre senza intoppi, grazie a uno stile semplice e chiaro, forse un po' troppo concettuale per un ragazzo e un po' troppo infantile per un adulto.
In effetti lo stile di Gaarder non è quello di un letterato; sembra invece che a scrivere sia un papà, o un bonario professore, che punta alla chiarezza prima che alla forma.
Il campo in cui questo romanzo brilla è evidentemente quello dei contenuti: nella forma di un quasi-psicogiallo, l'autore riesce a raccontare in pillole la storia dell'umano pensare. Per chi come me non ha frequentato il liceo (ho un diploma tecnico) è una specie di corso accelerato, ma non per questo frettoloso, di storia della filosofia. Ma ancor più, è un chiaro messaggio su cosa sia di fatto la filosofia. Gaarder ci insegna che siamo tutti potenziali filosofi: il filosofo è colui che si pone un certo genere di domande, non chi studia le risposte date dai grandi uomini nei secoli. Filosofo è spesso il contadino ignorante che non smette mai di chiedersi il perchè della fioritura o il bambino che non da nulla per scontato e indaga cause e motivi, senza fermarsi al mondo dei fenomeni registrabili dai sensi.
Da questo punto di vista il libro è una lettura autofiltrante: se siete il genere di persone che guardano la vita dipanarsi, magari godendone ogni istante, ma non vi siete mai posti domande dal sapore di perchè..., da dove..., verso dove..., a che scopo..., allora probabilmente il libro potrà anche non annoiarvi ma sarà pressochè inutile. Se invece qualcosa non vi da pace e una sorta di fastidioso senso critico nei confronti di voi stessi e del mondo vi costringe a frullare di continuo i pensieri fino a farne poltiglia, allora Il mondo di Sofia vi permetterà di scoprire che non siete soli.
Ma ho detto che questo libro è anche un quasi-psicogiallo: sì, Gaarder ha voluto immergere le lezioni di filosofia che il buon Albero Knox propina alla neoquindicenne Sofia Amundsen, in un'atmosfera onirica e particolare. Attorno ai due personaggi principali orbita un fitto mistero: chi è Hilde Møeller Knag? Sembrerebbe una coetanea di Sofia... sembrerebbe addirittura compiere gli anni lo stesso giorno, il 15 giugno. Ma perchè gli auguri di compleanno per Hilde arrivano fin dal mese di aprile Sofia, pur se le due non si conoscono?
Il legame tra i protagonisti e Hilde diventa sempre più evidente e, nel contempo, più misterioso, finchè Gaarder non decide di farne il movente effettivo di tutto il libro.
Dire di più sarebbe inutile e dannoso, ma sebbene la risoluzione di questo mistero sia ottimamente ritmata ed interessante, ieri notte ho chiuso la copertina chiedendomi se ce n'era davvero bisogno.
Il libro non è così magistrale da imporsi davvero come un must o un classico, pur se merita un posto nella libreria di ogni adolescente per l'ottimo contenuto sulla storia della filosofia. Almeno non più di libri come La chioma di Berenice, di Denis Guedj, romanzo di altissima qualità.
Forse Gaarder ha voluto appoggiare le sue lezioni su uno scheletro avventuroso proprio per renderle appetibili ed assimilabili ad un giovane. In questo caso temo che ad un certo punto l'azione prenda il sopravvento in modo troppo prepotente e che tenda a coprire l'importanza data alle lezioni di filosofia. L'istruzione di Sofia diventa un tema secondario e la concitazione degli eventi impone ad Alberto di tagliare corto, sintetizzando il pensiero dei grandi contemporanei in pastiglie difficili da digerire, pur se spiegate con estrema chiarezza.
Ma il vero problema è che ho immaginato me stesso a quindici anni scorrere rapidamente le sempre più asettiche pagine sui sistemi di Kirkegaard o Hegel per capire il segreto di Hilde, di fatto ignorando l'importante messaggio istruttivo del libro.
Un peccato. Un vero peccato.
Per questo motivo, pur senza assolutamente bocciare questa piccola perla della divulgazione per ragazzi (e non solo) ritengo che le parole dello Spiegel siano assolutamente fuorvianti. La letteratura contemporanea, e con essa i lettori, trarrebbe grande giovamento da un po' di obiettività editoriale.
Consigliatissimo quindi come regalo per un ragazzo un po' cerebrale o sensibile; ma se siete interessati a infarinarvi sulla storia della filosofia e trovare spunti di indagine per le vostre elucubrazioni sull'uomo e sull'universo, Il mondo di Sofia è un ottimo trampolino anche per chi tra gli adulti non ha avuto modo di approcciare questa materia fondamentale.
sabato 27 febbraio 2010
Christian Antonini - Legame doppio
Per maggiori dettagli sul libro, questa è la pagina sul sito Asengard.it.
Ritengo doverose due premesse a questa recensione:
Non voglio però analizzare questi due aspetti separatamente, perché ritengo che siano strettamente correlati.
Prima di tutto la storia non è una sola ma, come suggerisce il titolo, ben due. Si tratta di due vicende che presentano punti di contatto e che si sviluppano in due periodi storici differenti.
Al di là dei legami narrativi però, si percepiscono due modi di raccontare che sembrano partoriti da due autori differenti.
La parte moderna è lenta, didascalica, spesso noiosa. Il lettore stenta a sentirsi coinvolto, tanto da attendere con ansia uno sviluppo tragico della vicenda per potersi addentrare nella storia vera e propria.
Le vicende del passato invece hanno tutto un altro sapore. Le descrizioni sono sì dettagliate ma funzionali alla comprensione del contesto, i personaggi sono più mobili, attivi ed emozionanti.
Ma questa percezione non è dovuta a uno stile differente tra le diverse parti, quanto più al fatto che ritengo del tutto superfluo descrivere con minuzie di particolari oggetti e attività del giorno d'oggi.
Se mi è utile (e gradito) venire a conoscenza di come vivevano negli anni '40 perché non ho memoria di quegli anni, dall'altra non mi serve sapere come si accende un PC e come viene visualizzata la finestra di una chat. Se non ho mai visto un monitor acceso e un PC funzionante, di sicuro non saranno delle descrizioni di questo tipo a darmi una mano a comprendere. Mia madre non ha mai imparato a usare il videoregistratore: credo sarebbe più felice di leggere una frase del tipo "inserì la videocassetta e fece partire il film" invece che sorbirsi un elenco di azioni tecniche che di fatto per lei non hanno alcun significato e che non aggiungono nulla alla narrazione.
Allo stesso modo, il romanzo è ricco di frasi ridondanti, che non fanno altro che rimarcare ciò che è stato espresso appena una riga prima. A volte ci si trova di fronte a ben tre frasi diverse finalizzate a esprimere lo stesso concetto.
Anche i dialoghi sono affetti da questa sovrabbondanza di parole. La considero però una pecca minore, perché l'effetto di un dialogo realistico (al di là di quello che possono dire tanti puristi della scrittura) ha comunque il suo perché. Questo non toglie che una sfoltita non avrebbe fatto male all'insieme.
Ecco un esempio per chiarire il concetto.
Pag. 69: "[...]Suono il citofono. Con un'occhiata nell'angolo in basso a destra del monitor, la ragazza colse l'ora: era in ritardo. Non avrebbe fatto in tempo a fare null'altro se non prepararsi. Corse con passo leggero fino alla porta di casa e sollevò la cornetta.
- Sì?
- Sono Bea, mi apri?
- Sì, vieni.
Premette il pulsante e si morse il labbro. Era realmente in ritardo. Ricapitolò rapidamente le cose che si era proposta di fare prima di uscire. Quindi scelse solo quelle davvero importanti. Per prima cosa, non sapendo fino a che ora sarebbe rimasta fuori, era opportuno sfamare il suo coinquilino. [...]"
Seguono altre 3 righe abbondanti esclusivamente dedicate al riempimento della ciotola del gatto.
Insomma, servono davvero tutte queste parole per descrivere una situazione in cui ognuno di noi si è trovato almeno una volta in vita sua? Chi non è mai stato così in ritardo da dover ancora fare tutto prima di uscire di casa? Il dialogo serve veramente?
Eppure, nonostante questo, il romanzo ha un suo ritmo, anche se non costante e a volte veramente mortificato dallo stile.
Per tornare alle premesse iniziali, ho affermato di aver pianto e anche parecchio. Perché la storia è realmente buona, l'idea di fondo originale sviluppata bene e con coerenza. Si intravede il disegno ordinato di chi ha pensato alla struttura generale prima di cominciare a scrivere, non ci sono elementi fuori posto. E tutto questo contribuisce all'immersione del lettore e il suo coinvolgimento emotivo.
C'è da dire una cosa a discolpa di Christian. Sono più o meno le stesse critiche che mi sono trovata a fare al grande maestro Lovecraft. Certo, erano altri tempi e nel frattempo la narrativa ha avuto la sua evoluzione. Ma quando uno scrittore ha una buona storia da raccontare, il resto richiede solo un aggiustamento. Uno stile imperfetto è un difetto migliorabile, la mancanza di fantasia no.
Ritengo doverose due premesse a questa recensione:
- considero "Legame doppio" un romanzo scritto mediocremente
- erano anni che non piangevo tanto leggendo un libro.
Non voglio però analizzare questi due aspetti separatamente, perché ritengo che siano strettamente correlati.
Prima di tutto la storia non è una sola ma, come suggerisce il titolo, ben due. Si tratta di due vicende che presentano punti di contatto e che si sviluppano in due periodi storici differenti.
Al di là dei legami narrativi però, si percepiscono due modi di raccontare che sembrano partoriti da due autori differenti.
La parte moderna è lenta, didascalica, spesso noiosa. Il lettore stenta a sentirsi coinvolto, tanto da attendere con ansia uno sviluppo tragico della vicenda per potersi addentrare nella storia vera e propria.
Le vicende del passato invece hanno tutto un altro sapore. Le descrizioni sono sì dettagliate ma funzionali alla comprensione del contesto, i personaggi sono più mobili, attivi ed emozionanti.
Ma questa percezione non è dovuta a uno stile differente tra le diverse parti, quanto più al fatto che ritengo del tutto superfluo descrivere con minuzie di particolari oggetti e attività del giorno d'oggi.
Se mi è utile (e gradito) venire a conoscenza di come vivevano negli anni '40 perché non ho memoria di quegli anni, dall'altra non mi serve sapere come si accende un PC e come viene visualizzata la finestra di una chat. Se non ho mai visto un monitor acceso e un PC funzionante, di sicuro non saranno delle descrizioni di questo tipo a darmi una mano a comprendere. Mia madre non ha mai imparato a usare il videoregistratore: credo sarebbe più felice di leggere una frase del tipo "inserì la videocassetta e fece partire il film" invece che sorbirsi un elenco di azioni tecniche che di fatto per lei non hanno alcun significato e che non aggiungono nulla alla narrazione.
Allo stesso modo, il romanzo è ricco di frasi ridondanti, che non fanno altro che rimarcare ciò che è stato espresso appena una riga prima. A volte ci si trova di fronte a ben tre frasi diverse finalizzate a esprimere lo stesso concetto.
Anche i dialoghi sono affetti da questa sovrabbondanza di parole. La considero però una pecca minore, perché l'effetto di un dialogo realistico (al di là di quello che possono dire tanti puristi della scrittura) ha comunque il suo perché. Questo non toglie che una sfoltita non avrebbe fatto male all'insieme.
Ecco un esempio per chiarire il concetto.
Pag. 69: "[...]Suono il citofono. Con un'occhiata nell'angolo in basso a destra del monitor, la ragazza colse l'ora: era in ritardo. Non avrebbe fatto in tempo a fare null'altro se non prepararsi. Corse con passo leggero fino alla porta di casa e sollevò la cornetta.
- Sì?
- Sono Bea, mi apri?
- Sì, vieni.
Premette il pulsante e si morse il labbro. Era realmente in ritardo. Ricapitolò rapidamente le cose che si era proposta di fare prima di uscire. Quindi scelse solo quelle davvero importanti. Per prima cosa, non sapendo fino a che ora sarebbe rimasta fuori, era opportuno sfamare il suo coinquilino. [...]"
Seguono altre 3 righe abbondanti esclusivamente dedicate al riempimento della ciotola del gatto.
Insomma, servono davvero tutte queste parole per descrivere una situazione in cui ognuno di noi si è trovato almeno una volta in vita sua? Chi non è mai stato così in ritardo da dover ancora fare tutto prima di uscire di casa? Il dialogo serve veramente?
Eppure, nonostante questo, il romanzo ha un suo ritmo, anche se non costante e a volte veramente mortificato dallo stile.
Per tornare alle premesse iniziali, ho affermato di aver pianto e anche parecchio. Perché la storia è realmente buona, l'idea di fondo originale sviluppata bene e con coerenza. Si intravede il disegno ordinato di chi ha pensato alla struttura generale prima di cominciare a scrivere, non ci sono elementi fuori posto. E tutto questo contribuisce all'immersione del lettore e il suo coinvolgimento emotivo.
C'è da dire una cosa a discolpa di Christian. Sono più o meno le stesse critiche che mi sono trovata a fare al grande maestro Lovecraft. Certo, erano altri tempi e nel frattempo la narrativa ha avuto la sua evoluzione. Ma quando uno scrittore ha una buona storia da raccontare, il resto richiede solo un aggiustamento. Uno stile imperfetto è un difetto migliorabile, la mancanza di fantasia no.
martedì 16 febbraio 2010
Erri De Luca - In nome della Madre
Nota: questo libro è già stato recensito da Noemi qui.
Di ritorno da un fine settimana di trasferta, eccomi a recensire questo libercolo (di fatto un racconto nemmeno tanto lungo pubblicato in solitaria) la cui lettura mi ha impegnato ieri sera, lasciandomi in bilico tra la commozione e la nausea.
Sarò io o sarà la luna ma in questo periodo leggo libri sui quali non riesco a prendere una posizione precisa. In nome della madre è un libro realmente commovente. Parla della gravidanza di Miriàm (Maria) di Nazareth senza parlare dell'avvento del Cristo. Raccontando la vicenda di colei che, almeno nella nostra cultura occidentale, è la madre per antonomasia, percorre il miracolo di ogni madre, di ogni nascita.
Devo ammettere che, aspettando un figlio da poco, questo libro mi ha colpito allo stomaco. Il pregio più grande è quello di saper camminare a passi leggeri sui carboni ardenti della natività sacra - argomento sul quale s'è detto e scritto ormai tutto e il contrario di tutto - prendendosene quasi gioco in favore del più profondo mistero della natività umana, un mistero a cui tutti, prima o poi, ci troviamo di fronte.
Un pregio eccezionale, davvero. Ma forse anche un grande difetto. Sarà per la mia refrattarietà al dogma cattolico, sarà per l'atteggiamento ipercritico e la prevenzione ormai cronica, ma la prima cosa che mi sono chiesto leggendo era se c'era davvero bisogno di scomodare la Madonna per dare a questo libro una ragione d'esistere.
Forse non è così e io m'inganno. E poi ce ne vorrebbero di più di persone in grado di vivere e raccontare la fede come De Luca, con immanenza e semplicità. Il dubbio però mi rimane ed è questo che nausea: perchè, tanto per cambiare, raccontare la storia di quella donna così speciale, il cui figlio è venuto apposta per svelarci che tutti noi siamo ugualmente speciali?
Non so. La figura di questa Mariàm spavalda, quasi arrogante nella sua ragione e nella sua fede, incosciente e forte di questa incoscienza è un tale cliché che ormai mi stomaca. Eppure De Luca ha saputo dare un senso anche a questo, dando una splendida definizione di "grazia"; la grazia della quale Mariàm (come tutti i bravi bambini sanno) è piena.
L'altra cosa che mi lascia interdetto e un po' indispettito, per quanto ammirato, è scoprire di aver dovuto attendere che un uomo, non una donna, scrivesse qualcosa di simile. Prima di essere tacciato di sessismo o peggio: mia moglie è rimasta commossa ed incantata da quest'opera, decisamente più di quanto non lo sia stato io. Quindi non sto elogiando a spada tratta la sagacia dello scrittore masculo.
Invece, mi sono chiesto come mai non ho mai letto o ascoltato nulla di simile nell'opera di una donna. E forse proprio nelle ultime pagine, De Luca mi ha voluto dare una spiegazione tra le righe. Quante volte sentiamo dire che un uomo non può capire il mistero di una nuova vita? Certo, non può viverlo, come non può vivere nel petto, nella testa di un altro uomo, femmina o maschio che sia. Questa menomazione ce la portiamo dentro; a chi importa di più, a chi importa di meno.
Ieri per la prima volta mi sono scoperto a pensare che in parte vi sia una sorta di gelosia intima e sprezzante in questo luogo comune tutto femminile; la stessa gelosia con la quale certe mogli si fanno beffe degli uomini incapaci di cucinare un piatto di pasta col pomodoro. Si lamentano di tutto il genere maschile, portando i loro viziati mariti ad esempio, facendo di tutta l'erba un fascio e dimenticando gli stuoli di grandi chef (uomini) che popolano le cucine di ogni dove. Atteggiamento identicamente maschile peraltro (solo su altri argomenti).
Ieri io e mia moglie siamo rimasti abbracciati a leggere e condividere in silenzio questo mistero; ognuno a modo suo ma vicini e partecipi l'un dell'altra e -assieme- di nostro figlio. Ecco, mi duole un po' che questa splendida emozione ci sia stata regalata da un uomo... sa si esperienza posticcia, di ottima fiction.
In ogni caso, meglio che un libro ti lasci interdetto che indifferente. Quindi, complimenti a De Luca per questa piccola perla che ogni coppia dovrebbe leggere durante la prima attesa.
Di ritorno da un fine settimana di trasferta, eccomi a recensire questo libercolo (di fatto un racconto nemmeno tanto lungo pubblicato in solitaria) la cui lettura mi ha impegnato ieri sera, lasciandomi in bilico tra la commozione e la nausea.
Sarò io o sarà la luna ma in questo periodo leggo libri sui quali non riesco a prendere una posizione precisa. In nome della madre è un libro realmente commovente. Parla della gravidanza di Miriàm (Maria) di Nazareth senza parlare dell'avvento del Cristo. Raccontando la vicenda di colei che, almeno nella nostra cultura occidentale, è la madre per antonomasia, percorre il miracolo di ogni madre, di ogni nascita.
Devo ammettere che, aspettando un figlio da poco, questo libro mi ha colpito allo stomaco. Il pregio più grande è quello di saper camminare a passi leggeri sui carboni ardenti della natività sacra - argomento sul quale s'è detto e scritto ormai tutto e il contrario di tutto - prendendosene quasi gioco in favore del più profondo mistero della natività umana, un mistero a cui tutti, prima o poi, ci troviamo di fronte.
Un pregio eccezionale, davvero. Ma forse anche un grande difetto. Sarà per la mia refrattarietà al dogma cattolico, sarà per l'atteggiamento ipercritico e la prevenzione ormai cronica, ma la prima cosa che mi sono chiesto leggendo era se c'era davvero bisogno di scomodare la Madonna per dare a questo libro una ragione d'esistere.
Forse non è così e io m'inganno. E poi ce ne vorrebbero di più di persone in grado di vivere e raccontare la fede come De Luca, con immanenza e semplicità. Il dubbio però mi rimane ed è questo che nausea: perchè, tanto per cambiare, raccontare la storia di quella donna così speciale, il cui figlio è venuto apposta per svelarci che tutti noi siamo ugualmente speciali?
Non so. La figura di questa Mariàm spavalda, quasi arrogante nella sua ragione e nella sua fede, incosciente e forte di questa incoscienza è un tale cliché che ormai mi stomaca. Eppure De Luca ha saputo dare un senso anche a questo, dando una splendida definizione di "grazia"; la grazia della quale Mariàm (come tutti i bravi bambini sanno) è piena.
L'altra cosa che mi lascia interdetto e un po' indispettito, per quanto ammirato, è scoprire di aver dovuto attendere che un uomo, non una donna, scrivesse qualcosa di simile. Prima di essere tacciato di sessismo o peggio: mia moglie è rimasta commossa ed incantata da quest'opera, decisamente più di quanto non lo sia stato io. Quindi non sto elogiando a spada tratta la sagacia dello scrittore masculo.
Invece, mi sono chiesto come mai non ho mai letto o ascoltato nulla di simile nell'opera di una donna. E forse proprio nelle ultime pagine, De Luca mi ha voluto dare una spiegazione tra le righe. Quante volte sentiamo dire che un uomo non può capire il mistero di una nuova vita? Certo, non può viverlo, come non può vivere nel petto, nella testa di un altro uomo, femmina o maschio che sia. Questa menomazione ce la portiamo dentro; a chi importa di più, a chi importa di meno.
Ieri per la prima volta mi sono scoperto a pensare che in parte vi sia una sorta di gelosia intima e sprezzante in questo luogo comune tutto femminile; la stessa gelosia con la quale certe mogli si fanno beffe degli uomini incapaci di cucinare un piatto di pasta col pomodoro. Si lamentano di tutto il genere maschile, portando i loro viziati mariti ad esempio, facendo di tutta l'erba un fascio e dimenticando gli stuoli di grandi chef (uomini) che popolano le cucine di ogni dove. Atteggiamento identicamente maschile peraltro (solo su altri argomenti).
Ieri io e mia moglie siamo rimasti abbracciati a leggere e condividere in silenzio questo mistero; ognuno a modo suo ma vicini e partecipi l'un dell'altra e -assieme- di nostro figlio. Ecco, mi duole un po' che questa splendida emozione ci sia stata regalata da un uomo... sa si esperienza posticcia, di ottima fiction.
In ogni caso, meglio che un libro ti lasci interdetto che indifferente. Quindi, complimenti a De Luca per questa piccola perla che ogni coppia dovrebbe leggere durante la prima attesa.
domenica 14 febbraio 2010
Frank Schätzing - Il mondo d'acqua
Innanzitutto grazie a Samirah per avermi invitato a scrivere in questo suo angolo di web, pur conscia della mia grafomania palesemente dolosa.
Partiamo in quarta con quello che a prima vista viene spacciato per il sequel di uno dei più interessanti best-seller dell'ultima decade: Il quinto giorno, romanzo di raro equilibrio, steso a valle di una massiccia documentazione.
In realtà Il mondo d'acqua è un saggio (quasi) di divulgazione scientifica (quasi) che cerca di raccontare ciò che l'autore ha scoperto nel corso delle sue ricerche, nella forma di un viaggio nel tempo a braccetto con l'evoluzione .
Innanzitutto è doverosa una premessa:
Il risultato purtroppo è di dubbia qualità. La lettura de Il mondo d'acqua mi ha lasciato talmente stranito da rendermi difficile trovare un bandolo dal quale dipanare questa recensione. Di fatto si tratta di un libro disordinato.
Ecco forse il più grave difetto di quest'opera: nonostante la scelta di dividere il libro in tre macrosezioni (Ieri, Oggi, Domani) per dare una parvenza di ordine cronologico alla stesura, l'intento si perde ben presto nel nulla e ci si trova di fronte una serie di capitoli la cui successione pare sempre meno sensata con il procedere della lettura.
Nemmeno i titoli aiutano a raccapezzarsi: la scelta di un approccio morbido alla divulgazione (per essere eufemistici) doveva risultare palesemente fallimentare all'autore con una rapida scorsa all'indice: cosa ci si dovrebbe aspettare dalla successione dei capitoli di apertura?
Credo fosse nelle migliori intenzioni dell'autore rendere il libro comprensibile anche ai lettori più refrattari alle scienze, ma gli espedienti utilizzati per raggiungere lo scopo sono stati decisamente infruttuosi.
In primis al rigore scientifico necessario ad una sana divulgazione, viene anteposta una sorta di ironia che sfocia spesso nella commedia di cattivo gusto (o forse solo di gusto teutonico, il che potrebbe essere la stessa cosa). La ricerca di figure umanizzate come quella di Miss Evoluzione - dipinta come una vezzosa biondina tutto pepe intenta a tirare fuori gli espedienti di adattamento dalla sua borsetta - o come Mr. Anfibius - uno degli anelli mancanti tra i mammiferi terrestri e quelli marini, più volte ripreso come fosse una figura propria e peculiare del processo evolutivo - lasciano decisamente il tempo che trovano.
Idem si può dire di passaggi che sembrano scenette per bambini come quella in cui il Signor Pesce Pigiama e sua moglie (cito) vanno a fare shopping nei negozi di plancton, [mentre] il predatore li segue barcollando e nascondendosi nella scia della signora, così si avvicina a entrambi senza essere visto. [i predatori] "Sono vermente disonesti!", avremmo voglia di commentare [...]".
A volte interi capitoli sono stesi in questo modo, come quello sulle barriere coralline. Carpire qualche informazione realmente utile in questi casi è veramente impossibile. Tanto più che con un'innocenza disarmante Schätzing farcisce le scene con nomi scientifici di organismi che poco dicono sulla loro natura. Sapere che il predatore di cui sopra è un Phycorodus eques o un carangide ci serve a poco, salvo non aver voglia (e possibilità) di tenersi un terminale a portata di mano e consultare il web in cerca di informazioni ad ogni riga. Ma in questi casi, vi assicuro, l'unico desiderio è quello di finire in fretta il capitolo e saltare al successivo, nella speranza sia più interessante.
Già, perchè di fatto alcuni passi sono davvero appassionanti e chiari: quando si parla di geologia, di sismologia e dei fenomeni di onde anomale e tsunami, oppure nei capitoli sui cetacei, o ancora ove sia presente una disamina sugli effetti antropici, sul commercio e lo sfruttamento delle risorse alimentari e idrogeologiche, allora il libro si fa interessantissimo ed appassionante.
Purtroppo anche solo consultare l'indice in cerca dei capitoli interessanti è una roulette russa per i motivi già esposti.
Quindi, libro bocciato? No, non del tutto. Ammetto d'aver tratto un'infinità di informazioni e di spunti di indagine durante la lettura. Ne sono uscito arricchito e sensibilizzato su alcuni temi che il buon Frank, con una partecipe preoccupazione ecologista ma anche con un maturo distacco e senza aperte ed infervorte accuse a destra e a manca, è riuscito a farmi prendere a cuore.
Purtroppo sono stati troppi i momenti in cui ho soltanto desiderato che il libro finisse per potermi dedicare ad altro. La mole non incoraggia: oltre 500 pagine di altalenante seppur competente pseudodivulgazione sono dure da digerire in questa forma.
Se c'è da riconoscere un merito a Schätzing, è certamente quello di aver saputo mantenere una distanza ed una lucidità eccezionale su scottanti temi di ecologia e sviluppo sostenibile, nonchè di aver saputo tracciare senza teatrali allarmismi ma con poca pietà disastrosi scenari di catastrfi geologiche su ampia scala.
Non è facile capire come i dinosauri possano essersi estinti a causa di un meteorite (se si esclude una qualche forma allergica, come proponeva il buon Guzzanti), finchè qualcuno non riesce a mostrarti una vivida immagine delle conseguenze di un simile schianto. Allora tutto diventa chiaro e si comincia davvero a tremare.
In definitiva, un libro per nulla carente nella sostanza ma decisamente poco riuscito nella forma. Consigliato solo a coloro che adorano il mare sopra ogni altra cosa e cercano un punto di partenza per le proprie indagini personali.
Partiamo in quarta con quello che a prima vista viene spacciato per il sequel di uno dei più interessanti best-seller dell'ultima decade: Il quinto giorno, romanzo di raro equilibrio, steso a valle di una massiccia documentazione.
In realtà Il mondo d'acqua è un saggio (quasi) di divulgazione scientifica (quasi) che cerca di raccontare ciò che l'autore ha scoperto nel corso delle sue ricerche, nella forma di un viaggio nel tempo a braccetto con l'evoluzione .
Innanzitutto è doverosa una premessa:
Schätzing ha studiato Scienze della comunicazione ed ha fondato una sua propria agenzia pubblicitaria, la INTEVI di Colonia. In seguito ha fondato l'etichetta discografica Sounds Fiction. All'inizio del 1990 è diventato uno scrittore, scrivendo numerose satire e racconti brevi.Ecco dunque spiegati i quasi; non siamo di fronte all'opera di un divulgatore scientifico ma di un prepartissimo creativo che ha cercato, cedendo alle lusinghe di un editore, di narrare il suo personale percorso formativo di scrittore e di appassionato, limitatamente alle indagini per Il quinto giorno.
(Frank Schätzing - Wikipedia)
Il risultato purtroppo è di dubbia qualità. La lettura de Il mondo d'acqua mi ha lasciato talmente stranito da rendermi difficile trovare un bandolo dal quale dipanare questa recensione. Di fatto si tratta di un libro disordinato.
Ecco forse il più grave difetto di quest'opera: nonostante la scelta di dividere il libro in tre macrosezioni (Ieri, Oggi, Domani) per dare una parvenza di ordine cronologico alla stesura, l'intento si perde ben presto nel nulla e ci si trova di fronte una serie di capitoli la cui successione pare sempre meno sensata con il procedere della lettura.
Nemmeno i titoli aiutano a raccapezzarsi: la scelta di un approccio morbido alla divulgazione (per essere eufemistici) doveva risultare palesemente fallimentare all'autore con una rapida scorsa all'indice: cosa ci si dovrebbe aspettare dalla successione dei capitoli di apertura?
- La stagione delle piogge
- Terra in vista
- La borsetta dell'evoluzione
- Una cellula fa carriera
- Il sesso
- Palle di neve e materassini gonfiabili
- All'armi!
Credo fosse nelle migliori intenzioni dell'autore rendere il libro comprensibile anche ai lettori più refrattari alle scienze, ma gli espedienti utilizzati per raggiungere lo scopo sono stati decisamente infruttuosi.
In primis al rigore scientifico necessario ad una sana divulgazione, viene anteposta una sorta di ironia che sfocia spesso nella commedia di cattivo gusto (o forse solo di gusto teutonico, il che potrebbe essere la stessa cosa). La ricerca di figure umanizzate come quella di Miss Evoluzione - dipinta come una vezzosa biondina tutto pepe intenta a tirare fuori gli espedienti di adattamento dalla sua borsetta - o come Mr. Anfibius - uno degli anelli mancanti tra i mammiferi terrestri e quelli marini, più volte ripreso come fosse una figura propria e peculiare del processo evolutivo - lasciano decisamente il tempo che trovano.
Idem si può dire di passaggi che sembrano scenette per bambini come quella in cui il Signor Pesce Pigiama e sua moglie (cito) vanno a fare shopping nei negozi di plancton, [mentre] il predatore li segue barcollando e nascondendosi nella scia della signora, così si avvicina a entrambi senza essere visto. [i predatori] "Sono vermente disonesti!", avremmo voglia di commentare [...]".
A volte interi capitoli sono stesi in questo modo, come quello sulle barriere coralline. Carpire qualche informazione realmente utile in questi casi è veramente impossibile. Tanto più che con un'innocenza disarmante Schätzing farcisce le scene con nomi scientifici di organismi che poco dicono sulla loro natura. Sapere che il predatore di cui sopra è un Phycorodus eques o un carangide ci serve a poco, salvo non aver voglia (e possibilità) di tenersi un terminale a portata di mano e consultare il web in cerca di informazioni ad ogni riga. Ma in questi casi, vi assicuro, l'unico desiderio è quello di finire in fretta il capitolo e saltare al successivo, nella speranza sia più interessante.
Già, perchè di fatto alcuni passi sono davvero appassionanti e chiari: quando si parla di geologia, di sismologia e dei fenomeni di onde anomale e tsunami, oppure nei capitoli sui cetacei, o ancora ove sia presente una disamina sugli effetti antropici, sul commercio e lo sfruttamento delle risorse alimentari e idrogeologiche, allora il libro si fa interessantissimo ed appassionante.
Purtroppo anche solo consultare l'indice in cerca dei capitoli interessanti è una roulette russa per i motivi già esposti.
Quindi, libro bocciato? No, non del tutto. Ammetto d'aver tratto un'infinità di informazioni e di spunti di indagine durante la lettura. Ne sono uscito arricchito e sensibilizzato su alcuni temi che il buon Frank, con una partecipe preoccupazione ecologista ma anche con un maturo distacco e senza aperte ed infervorte accuse a destra e a manca, è riuscito a farmi prendere a cuore.
Purtroppo sono stati troppi i momenti in cui ho soltanto desiderato che il libro finisse per potermi dedicare ad altro. La mole non incoraggia: oltre 500 pagine di altalenante seppur competente pseudodivulgazione sono dure da digerire in questa forma.
Se c'è da riconoscere un merito a Schätzing, è certamente quello di aver saputo mantenere una distanza ed una lucidità eccezionale su scottanti temi di ecologia e sviluppo sostenibile, nonchè di aver saputo tracciare senza teatrali allarmismi ma con poca pietà disastrosi scenari di catastrfi geologiche su ampia scala.
Non è facile capire come i dinosauri possano essersi estinti a causa di un meteorite (se si esclude una qualche forma allergica, come proponeva il buon Guzzanti), finchè qualcuno non riesce a mostrarti una vivida immagine delle conseguenze di un simile schianto. Allora tutto diventa chiaro e si comincia davvero a tremare.
In definitiva, un libro per nulla carente nella sostanza ma decisamente poco riuscito nella forma. Consigliato solo a coloro che adorano il mare sopra ogni altra cosa e cercano un punto di partenza per le proprie indagini personali.
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