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venerdì 22 aprile 2011

Game of Thrones - Ep. 1 "Winter Is Coming"

E' la prima volta che recensisco qualcosa di diverso da un libro. Quando diedi nuova vita a questo blog con le recensioni, pensavo di dedicarmi anche a musica e film, ma poi non l'ho mai fatto.
La visione di ieri sera però, a seguito anche di un piccolo confronto, mi ha scatenato alcune riflessioni che mi piacerebbe condividere con voi che leggete (migliaia di persone, presumo!).
Dopo una trepidante attesa di mesi, è finalmente andato in onda il primo episodio di Game of Thrones (per chi non lo sapesse, la trasposizione televisiva delle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin).
Da giorni i fan inondavano Facebook di commenti entusiasti (dal 17 aprile per la precisione) e io non vedevo l'ora di ritagliarmi un'oretta per piazzarmi davanti alla TV e godermi la puntata incurante dell'inglese (e forte dei sottotitoli).
Il commento a caldo è stato "Beh, cavoli, è fatto proprio bene!". Ho provato un brivido di piacere nel vedere la Barriera, il Parco degli Dei, i personaggi descritti con tanta dovizia e, devo ammettere, presentati con le facce giuste.
Invece le altre persone presenti alla visione non mi sono sembrate molto partecipi. In effetti mia madre e mia suocera potrebbero non aver apprezzato molto le scene gratuite di violenza e di sesso, ma vedere mio marito annoiato (se non schifato) mi ha portata a ripensare all'episodio con gli occhi di chi i libri non li ha letti e che si è trovato di fronte una sequela di scene un po' sconnesse e con dialoghi a dir poco minimali.
Per cui stamattina sotto la doccia mi sono ritrovata a riflettere sul perché un prodotto tanto atteso e osannato potesse risultare non dico brutto ma, ancor peggio, di poco conto per un pubblico senza particolari aspettative.

Con la maggiore obiettività di cui sono capace, posso affermare che il 1° episodio:
  • è lento
  • manca di dettagli dell'ambientazione
  • contiene scene truci, crude e di sesso sfrenato in sovrabbondanza rispetto al  romanzo
  • risulta eccessivamente frammentato
Vediamo di sviscerare un po' questi punti (i primi due li ho trattati insieme).

Anche i romanzi accusano una certa lentezza, soprattutto andando avanti, sia per l'affollamento sempre maggiore di personaggi sia per la passione maniacale di Martin per i dettagli visivi e narrativi.
Eppure il primo libro me l'ero letto tutto d'un fiato, trovandolo appassionante e scorrevole, mentre questo primo episodio, della durata onesta di un'ora tonda, è sembrato infinito.
Come mai, visto che la trasposizione è stata alquanto fedele?
In realtà è proprio per questo motivo.
Martin è molto bravo nell'utilizzare lo show-don't-tell, però lo riserva soltanto alle scene d'azione o maggiormente drammatiche. Ci sono lunghi capitoli in cui il racconto prende il sopravvento sul mostrato, per rendere il lettore partecipe di un'ambientazione a lui estranea e nella quale i personaggi giustamente si muovono e vivono senza farsi domande idiote del tipo "Mamma, ma la Barriera chi l'ha costruita?" "Caro piccolo Bran, terzo dei miei figli, la Barriera è stata eretta da Tizio e Caio e bla bla bla".
La gente conosce il mondo in cui è nata, ma il lettore ha bisogno di alcune informazioni per sentirsi di più "a casa".
Ecco, se questo in un romanzo può essere fatto più o meno magistralmente, e comunque concedendo allo scrittore la possibilità di spostarsi di tanto in tanto dal punto di vista di un personaggio per abbracciare il mondo dall'alto e potercelo descrivere nei dettagli, in un film la voce fuori campo sarebbe un'oscenità.
Però, proprio per questo senso di fedeltà ai romanzi, gli ignari spettatori possono godersi azioni e dialoghi così com'erano in originale, ma rimangono a bocca asciutta sui particolari dell'ambientazione, proprio quelli che ai lettori appassionati avevano fatto venire i brividi, per il connubio intrigante di pseudo-storia medievale ed elementi fantasy centellinati fin dalle prime pagine e poi via via sempre più presenti.
Che significato ha un albero bianco con le foglie rosse? Sembra fare solo scena.
Chi è 'sto nanetto che compare in scena con una donna nuda addosso e un'erezione da competizione? Sarà mica un personaggio serio!
E via discorrendo.
Le scene si susseguono con dovizia di particolari ma senza un contesto che le giustifichi. I dialoghi sono frasi smozzicate con riferimenti continui a elementi che lo spettatore non ha in mano e, forse, non avrà ancora per molto tempo.

Ed eccoci quindi al terzo punto. Si è insistito così tanto sul mostrare e basta che si è addirittura accentuata la presenza di scene crude e spettacolari. Se posso perdonare l'amplesso tra Jaime e Cersei (molto più soft nel romanzo) e la buffonata di Tyrion nel bordello, mi ritengo molto delusa per la superficialità con cui è stata trattata la scena della prima notte di nozze tra Daenerys e Khal Drogo, a mio avviso uno dei momenti più toccanti di tutti i romanzi (ma come si dice, de gustibus...).
E' un peccato che abbiano ceduto alla tentazione di mancare di fedeltà ai romanzi proprio su questi argomenti, mostrando la chiara volontà di stupire e scandalizzare piuttosto che di mostrare un mondo già abbastanza crudo di suo.

Questo si lega in parte al quarto punto. E' vero che nei romanzi si passa dal punto di vista di un personaggio a quello di un altro a ogni capitolo, però la lettura di un libro concede tutto il tempo necessario per entrare nell'ottica di un personaggio, di percepire e annusare l'ambiente in cui si muove, mentre in video è tutto più rapido e il risultato finale è una sequela frammentaria di scene, in cui si perde spesso e volentieri il filo del discorso.
Anche se l'intreccio non è ancora così contorto, è difficile mettere insieme questi primi pezzi del puzzle. Non si capisce bene dove succede cosa e com'è organizzata la società, al di là del fatto che c'è un re e della gente che gli può rispondere solo sì.

Insomma, non sono delusa ma non sono neanche così impaziente di vedere i prossimi episodi. La mia curiosità sulla trasposizione è stata soddisfatta e ora come ora, se proprio sentissi la necessità di un riassunto in vista dei prossimi romanzi, penso che propenderei verso una rilettura dei libri.

venerdì 31 dicembre 2010

Isaac Asimov - Neanche gli dei

Devo fare pubblica ammenda: è il primo romanzo di Asimov che leggo, anzi, è la sua prima opera in assoluto su cui metto le mani.
Devo dire che mi sento parecchio in difetto per essere approdata così tardi su un autore tanto blasonato, ma forse, come sempre, certi libri arrivano quando è il momento giusto per leggerli e apprezzarli a dovere. Sono quei libri che aprono alcune porte segrete dello spirito e danno accesso a luoghi straordinari in cui la mente si perde ammaliata.
Non ho idea se "Neanche gli dei" sia uno dei migliori romanzi di Asimov, ma di sicuro è uno dei più belli che io abbia mai letto. E non perché sia scritto in modo particolarmente magistrale (Asimov è un ottimo narratore ma non al di sopra di tanti altri) o per la sorprendente originalità (anche se si respira sense of wonder ad ogni pagina).
Sono la profondità e l'umanità dei personaggi a renderlo un piccolo capolavoro nell'ambito del fantastico, aspetto così troppo spesso trascurati (e non sempre involontariamente). Decorare i personaggi con vizi e virtù li rende forse meno epici, ma decisamente più eroici.
Il romanzo è suddiviso in tre capitoli, di cui il primo rappresenta il grande antefatto, mentre il terzo ha il ruolo di concludere la vicenda. Entrambi sono ambientati nel nostro mondo, mentre il secondo ci trasporta in un universo parallelo, legato al nostro per via della sconvolgente innovazione tecnologica che fa da motore a tutta la storia.
E' proprio in questo capitolo centrale che il romanticismo e la bravura di Asimov la fanno da padroni. E' commovente, tenero, emozionante. Non importa quanto gli elementi siano estranei alla nostra visione del mondo, quanto Asimov si sia divertito a creare un mondo dove sembra tutto diverso. E' proprio in queste pagine che è più facile immedesimarsi, è l'alienità del contesto associata a sentimenti a noi noti che permette la magia e ci lascia a bocca aperta.
Sfido chiunque (a parte i fisici accademici! ^^) a infilarsi più facilmente nei panni di un fisico accademico piuttosto che in quelli di un padre di famiglia apprensivo e preoccupato che tutti stiano bene. Se poi la famiglia ha una struttura sociale (e fisica) completamente differente da quella a cui siamo abituati, è solo più divertente, no? E ci insegna molto più di quello che ci saremmo aspettati da un romanzo fantastico.

lunedì 1 novembre 2010

Ester Manzini - L'abbraccio delle ombre

Ci risiamo. Abbiamo un autore (un'autrice in questo caso) alle prime armi, tanta buona volontà, la sensazione di aver tirato fuori qualcosa di nuovo dal cassetto, accenni di un'originalità che soffocano dopo poche righe sommersi da cliché che, a quanto pare, è impossibile spazzare via dal fantasy.
Abbiamo degli elfi (evviva...), elfi rinnegati per la precisione (wow...), che giustamente, vivendo sottoterra, hanno l'aspetto di essere albini (questo almeno ha un senso logico). Ma se ci siamo presi la briga di ridisegnare gli elfi del sottosuolo in una chiave diversa, perché mai andare a ripescare la società matriarcale in perfetto stile drow? Perché sprecare così questo piccolo sprazzo di novità?
E la situazione non cambia proseguendo nella lettura di un romanzo che ha continuamente la pretesa di ribaltare le tematiche classiche del fantasy, non solo non riuscendo a svincolarsene, ma accentuandole come in quasi tutti i romanzi che mi sono capitati tra le mani negli ultimi mesi.
Anche i protagonisti, antieroi dalla fedina penale macchiata, alla fine non si discostano dai mascalzoni intelligenti e simpatici a cui siamo ormai abituati da tempo. Come sa di già visto l'intreccio fra due fratelli che non sanno l'uno dell'esistenza dell'altro ma che il destino (sempre lui, questo guastafeste!) porrà sullo stesso percorso.
E allo stesso modo abbiamo per antagonista il solito cattivone folle e senza scrupoli che gode solamente della disgrazia altrui e cammina nel mondo solo per smania di potere e sofferenza. Non si pretendono personaggi dal profilo psicologico complesso, ma quanto meno mossi da interessi personali quali l'egoismo o l'arrivismo.
E poco conta se il romanzo è scritto in italiano corretto: lo stile è scorrevole ma non a sufficienza da rendere la narrazione fluida e piacevole, così come lo "show don't tell" piange sconsolato nell'angolo impolverato della qualità narrativa.
Ma al di là di tutto c'è una cosa che mi manca profondamente leggendo questa serie di romanzi fantasy: il sense of wonder. Non si viene colti di sorpresa da nessun colpo di scena, gli avvenimenti sono telefonati e una pagina dopo l'altra si arranca apaticamente attraverso una storia che non coinvolge e non cattura nel mondo (poco) fantastico in cui si snoda. E' un vero peccato, perché il fantasy (soprattutto quello italiano) sta perdendo una schiera di affamati lettori che si stanno rassegnando a mangiare le lasagne invece della torta. Non che le lasagne non siano buone, ma noi avevamo voglia di torta...

mercoledì 15 settembre 2010

Robert L. Stevenson - La freccia nera

Troppo spesso tendo purtroppo ad associare l'idea del romanzo d'avventura al racconto fantastico. Inoltre, per mia deformazione scolastica, sono portata a tenere a distanza i romanzi storici, perché da brava capra in materia mi sento sempre sopraffatta dalla presenza di nomi, date e relazioni a me ignoti. Questa volta, dietro spassionato consiglio (arrivato dopo aver aperto e richiuso alla seconda pagina l'ennesimo fantasy ribollente di banalità), ho messo da parte ogni remora e mi sono tuffata tra le pagine di questo testo.
Complici le lunghe ore di inattività dovute alla cura del pupo, la lettura è stata intensiva e scorrevole, fin troppo. Perché mi tocca ammetterlo, è stato uno di quei libri che è finito troppo presto.
Lo stile di Stevenson è talmente piacevole, curato, ironico, ritmato, che la narrazione è un flusso senza interruzione, una corrente che porta la mente con sé lungo corsi imprevedibili.
La storia ricalca con qualche variazione sul tema quella di Robin Hood (anche se in rete non ho trovato alcun riferimento su un'ipotetica ispirazione) e possiede lo stesso sapore avventuroso del Robin di Costner come l'atmosfera giocosa da fiaba del film della Disney: insomma, il meglio dei due mondi, con l'indubbio vantaggio che Stevenson è arrivato un pelino prima! E, per quanto sembri sempre la stessa storia, non la si percepisce mai come banale. I colpi di scena non mancano e non si riesce a mollare la presa sul libro.
Anche i personaggi e i rapporti interpersonali, per quanto possano apparire tali, non sono affatto archetipici. Gli equilibri mutano in continuazione e le convinzioni personali sono in perpetuo mutamento.
Sarà sì un racconto d'avventura, ma di qualità più che elevata. Chissà perché al giorno d'oggi generi come questi vengono spesso relegati al livello del dilettantismo più disperato. Non credo che un genere debba essere meno ricercato soltanto perché destinato a un pubblico giovane o magari poco esigente. Non dovrebbe esistere una letteratura di serie A e una di serie B, in quanto l'autore (come mi sono trovata ad affermare già in passato) dovrebbe sempre e comunque portare rispetto ai propri lettori, non fosse altro che questi sborsano (non pochi) soldi per mettere le mani sul prodotto finale.
E se per alcuni aspetti le colpe sono imputabili agli editori, la mediocrità dell'autore rimane sempre la discriminante principale.
Quindi vi darò lo stesso consiglio che è stato dato a me: se avete voglia di avventura, ma soprattutto se volete leggere un romanzo che vi darà la giusta misura di come deve essere scritta una storia di avventura, leggetevelo e sappiatemi dire.
E se avete problemi con la storia, testi come "La freccia nera" possono aiutarvi molto più di quanto possiate immaginare. Quanto meno la curiosità di andarvi a spulciare wikipedia per capirci qualcosa dovrebbe venirvi!

martedì 7 settembre 2010

George Orwell - 1984

NB: Pericolo spoiler!

Recensire un grande classico è sempre difficoltoso. Si rischia di cadere nella banalità del già detto o, per contro, di sparare a zero cedendo alla tentazione del giudizio contro corrente.
Già accostarsi a un romanzo che viene presentato come un capolavoro mette in moto una serie di pregiudizi sulla sua qualità: ci si aspettano grandi cose ma allo stesso tempo si affronta la lettura con uno spirito critico acuito.
Ecco uno dei pochi casi in cui il testo non solo ha mantenuto ogni promessa, ma l'ha addirittura superata.
Non avevo mai letto nulla di Orwell e non so se gli altri suoi lavori siano scritti con altrettanta maestria, ma sono rimasta profondamente colpita dalla qualità non solo della storia (già preannunciata), ma anche dello stile e della cura del contesto.
Nessun scivolone, nessuna caduta di stile. Già questo dovrebbe essere sufficiente per convincersi a leggerlo.
La stessa cura concessa alla lingua è stata inoltre posta nel dipingere il mondo in cui si muove la vicenda. Angosciante, schiacciante, senza un barlume di speranza all'orizzonte.
Nei giorni seguenti mi sono concessa un altro bellissimo classico, "La freccia nera" di Stevenson (di cui scriverò presto una recensione), e mentre mi godevo questa lettura leggera e scorrevole ho realizzato di quanto siamo abituati a seguire personaggi che, una disavventura dopo l'altra, hanno sempre una porta aperta in cui infilarsi, fosse anche quella della morte.
Invece in "1984" ogni speranza viene disattesa, a ogni disillusione ne segue un'altra, fino allo spiazzante finale, dove, al posto di una fine per quanto orribile e ignominiosa, non rimane altro che una desolazione vuotata di tutto.
Credo non ci si renda conto fino in fondo di quanto sia dolorosamente infame il mondo ricostruito da Orwell finché non lo mettiamo a confronto con gli altri contesti letterari a cui siamo abituati.
Inoltre, da presunta scrittrice (diciamo che ci ho provato e nulla di più), so quanto sia impossibile resistere alla tentazione di lasciare sempre quella famigerata porta aperta ai propri protagonisti e posso solo lontanamente immaginare lo sforzo di dare vita a dei personaggi destinati all'annichilimento e all'umiliazione più profonda.
Quando un autore arriva a sacrificare la propria creatura (cosa che, come King ci insegna in "On writing", è decisamente la più difficile per uno scrittore) per raggiungere uno scopo che sia ben oltre la mera narrazione, allora quell'obiettivo ha ricevuto tutta l'attenzione e il tributo che merita.
Inutile aggiungere considerazioni sull'analisi estremamente acuta e spiazzante dell'influenza che una lingua può avere sulla società o sulle motivazioni puramente economiche alla base di molte delle guerre moderne. Sono sicura che su tali argomenti il web pulluli di discussioni ben più accurate della mia.
Di certo, se il contesto volutamente portato agli estremi può rassicurare in qualche modo il lettore, che si illuderà (e ringrazierà) a ogni pagina di non vivere in una siffatta società, ci sono frasi, apparentemente innocue, che spazzeranno via qualunque senso di sicurezza.
Un piccolo esempio?
Il lavoro pesante, la cura della casa e dei bambini, le futili beghe coi vicini, il cinema, il calcio, la birra e soprattutto le scommesse, limitavano il loro orizzonte. Tenerli sotto controllo non era difficile.
[...] un po' di patriottismo primitivo al quale poter fare appello tutte le volte in cui era necessario fargli accettare un prolungamento dell'orario di lavoro o diminuire le razioni di qualcosa.
 Ricorda qualcosa? Triste ma vero, come cantavano i Metallica.

mercoledì 25 agosto 2010

Neil Gaiman - Il cimitero senza lapidi e altre storie nere

Qualche piccolo brivido, una manciata di risate e tante evocazioni di immagini lontane ma radicate nell'inconscio nutrito da favole e leggende.
Ecco in breve che cosa aspettarsi da questa piccola antologia. Alcuni racconti passano quasi incolori e inconsistenti, ma altri racchiudono delle vere e proprie perle di divertimento e fantasia.
Commenterò in breve ciascuno di essi.

Il cimitero senza lapidi. Un racconto che solo racconto non è. Ricco di spunti, lascia presagire sottotrame interessanti che qui non vengono sviluppate. Una favola col lieto fine solo a metà, che lascia il prurito sulle dita per la curiosità di leggere ancora.

Il ponte del troll. Una buona idea, dal sapore nostalgico di fiaba adulta, ma sviluppata mediocremente. Gaiman sa scrivere molto meglio di così.

Non chiedetelo a Jack. E' uno di quei racconti che chiamo "un quadro in lettere", di quelli che nascono da un'ispirazione, un'immagine, una sensazione, senza la pretesa di una trama che porti da qualche parte. A volte si ha solo voglia di scrivere ciò che si percepisce dando voce alla propria ispirazione. Inquietante al punto giusto.

Come vendere il Ponte di Ponti. Brillante e geniale. Chi può resistere in fondo al fascino di una truffa in grande stile?

Ottobre sulla sedia. Sempre carina l'immagine dei mesi personificati radunati in una locanda o attorno al fuoco, divertente l'idea di questi dodici individui raccolti a raccontarsi storie spaventose come a un campo scout. La storiella di per sé non è male, ma non mi è rimasta particolarmente impressa (ho dovuto riaprire il libro per rinfrescarmi la memoria).

Cavalleria. Una versione decisamente curiosa e innovativa della ricerca del Graal. Plauso per la fantasia di Gaiman!

Il prezzo. Una storia tenera con una buona dose (credo) di autobiografia, forse la più inquietante di tutte, proprio per il suo contesto reale.

Come parlare con le ragazze alle feste. Qui si sfocia nella fantascienza vera e propria. Il brano di suo non racconta quasi nulla, ma proprio l'ingenuità del protagonista, che fatica a cogliere il senso dei dialoghi allucinati che lo coinvolgono, lascia intravedere una realtà aliena discreta, che osserva il mondo con gli occhi del turista. Non mi ha entusiasmata, ma è un'altra prova discreta di originalità, che non guasta mai.

Avis Soleus. Divertente, scanzonato, assurdo. Forse il migliore della raccolta per quanto riguarda lo stile. Scorre veloce e quasi non ci si rende conto di stare leggendo una storia strampalata, che sembra senza capo né coda. Il bello è invece che un capo e una coda ce l'ha e Gaiman non ha avuto certo bisogno dei soliti manuali di istruzioni appioppati al lettore o finali farciti di spiegazioni esasperanti per dare un senso al suo racconto.

Il caso dei ventiquattro merli. Da uno spunto fantastico (il personaggio di Humpty Dumpty di "Alice nel paese delle meraviglie") un giallo coi fiocchi, in un'atmosfera surreale, da favola appunto. La narrazione in prima persona è semplicemente perfetta.

Istruzioni. Affascinante, ma non amo particolarmente questi esercizi di stile, se non all'interno di un contesto che vi dia un senso.

giovedì 29 luglio 2010

Luca Tiraboschi - Faccia di cuore

Avrei voluto recensire questo libro appena letto, ma gli ultimi esami e la tesi mi hanno tenuta occupata la mente in modo incessante, mentre volevo sedermi tranquilla al pc e scrivere con calma. Alla fine il tempo trascorso mi ha permesso di riflettere sull'interpretazione immediatamente successiva alla lettura e sono contenta di poter mettere sul piatto un po' di riflessioni aggiuntive.
Intanto la classificazione canonica mi impone di inserirlo nella categoria "horror", ma di fatto è una storia d'amore.
Soltanto leggendo il romanzo si percepisce come l'orrore sia su un livello del tutto differente da quello che ci si aspetterebbe da una prima presentazione del libro.
L'orrore fisico è sì presente, ma talmente irreale da risultare grottesco e poco tangibile. E' invece l'orrore del contesto a creare un disagio profondo nel lettore, quella sensazione di "tutto sbagliato" a cui si vorrebbe porre rimedio prima che sia troppo tardi. Si avverte la necessità di voler rimettere tutto a posto, un senso di urgenza verso una situazione che prima o poi dovrà precipitare per forza nel caos. E' l'impotenza di fronte a una storia che si svolge davanti ai nostri occhi in una direzione che odora sempre più di disastro.
E il finale non ha nulla di liberatorio. Rimane l'amaro in bocca, la tristezza per qualcosa che non è andato per il verso giusto fin dall'inizio e che non ha avuto vere occasioni di cambiare il suo corso.
Rimangono solo le riflessioni, tante e contrastanti.
Ci sono due genitori e un figlio. Il motore di tutto è, nonostante gli evidenti abomini emotivi, l'amore. Chissà quante volte abbiamo avuto davanti agli occhi esempi di genitori che in nome dell'amore per i propri figli hanno agito in assoluta controtendenza a qualunque logica e a qualunque regola del buon senso. Chissà quante volte ci siamo trovati a deplorarli, a pensare a quelle povere creature destinate a scontrarsi con la dura realtà una volta che l'ala protettiva dei loro guardiani verrà, per forza di cose, a mancare.
Inevitabilmente ci si guarda allo specchio e ci si fa un esame di coscienza. Quanto è giusto fregarsene delle convenzioni per seguire le proprie idee e la propria morale? Quanto stiamo danneggiando i nostri figli costringendoli a uno stile di vita per noi giusto ma lontano da quello "normale"?
Ma soprattutto, se un bambino è felice, non potremmo osservarlo con occhio scevro da ogni stereotipo? Non potremmo godere del suo sorriso senza scandalizzarci di come questo obiettivo sia stato raggiunto?
Io una risposta non l'ho ancora trovata. E già solo per questo ritengo che "Faccia di cuore" meriti molto di più di un'etichetta di "romanzo horror".
Concludo con un commento sullo stile. L'autore tende a ribadire concetti espressi più volte lungo la narrazione, a volte con ripetizioni talmente evidenti e frasi così banali da risultare fastidioso. Da profana, posso immaginare si tratti di una scelta intenzionale, dando al romanzo quell'atmosfera da fiaba che rafforza ancor di più quel senso naturale di distacco che un adulto ha di fronte a una situazione del tutto surreale, ma dall'altro accentua il disagio di trovarsi di fronte a una delle tante fiabe moderne a cui la cronaca ci ha, purtroppo, abituati.

domenica 27 giugno 2010

Mark Menozzi – The King. Il Re Nero

In attesa che il portale Dragons' Lair pubblichi sia la recensione del romanzo che l'intervista all'autore, riporto entrambe sul mio blog, giusto per non dare l'idea che non stia facendo niente in questo periodo, con la scusa della tesi!
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Pensate al tipico libro fantasy di un autore italiano emergente, alla copertina brossurata con il drago dallo sguardo truce o l'elfo in posa “die hard”. Ebbene, “Il Re Nero” si presenta diverso già dal packaging: copertina rigida con decoro astratto, sovracoperta con un bel ritratto del protagonista, bordi delle pagine colorati, e comunque lo giri, tutto si presenta nero (per ovvi motivi!). Anche se potrà sembrare un dettaglio secondario, la cura estetica del prodotto rappresenta, a mio avviso, un valore aggiunto. I libri costano tanto, si sa, se almeno la confezione è piacevole e invitante, si percepisce un'attenzione nei confronti del cliente/lettore.
Ma apriamolo questo libro e vediamo cosa ci racconta e in che modo (rimando alla scheda sul sito dell'editore per la scheda: http://www.fazieditore.it/scheda_Libro.aspx?l=1298).
Intanto tiro un sospiro di sollievo già dalle prime righe, quando mi rendo conto che è scritto bene, non come scriverebbe un Baricco o un Martin, sia chiaro, ma lo stile è scorrevole e le pagine si sfogliano senza intoppi. Storco il naso di fronte ai parecchi refusi (ad esempio soggetti errati o scambiati), alle virgole di troppo che spezzano il ritmo, ad alcune ripetizioni notevoli (la parola “celato” che compare ben quattro volte a pagina 36!), a frasi decisamente poco chiare o errate ("Sirasa si guardava terreo in viso", pag. 475) e mi chiedo se il mondo dei piccoli editori si trovi costretto a fare a meno di un buon editor, relegando la revisione a qualche volonteroso collaboratore.
Nonostante questo, come ho già accennato, il romanzo si lascia leggere ben volentieri e ci si addentra in un mondo che ricalca gli stilemi del fantasy classico (quello di Tolkien per intenderci), ma con quegli aggiustamenti e quelle aggiunte che rendono Valdar una realtà decisamente ricca e piena di sorprese.
Se da una parte abbiamo i sempre superlativi elfi divisi nelle sempre presenti tre sotto-razze (e comincio a chiedermi se sia ormai un cliché veramente inevitabile) e le etnie umane che ricalcano quelle del mondo reale (gli Ardanar a est somigliano ai nostri orientali, i Warantu del sud agli africani, ecc), dall'altra abbiamo un popolo goblin straordinariamente dipinto, con una dignità che ben raramente gli viene attribuita. Nota di merito: l'autore ci ha risparmiato l'ennesimo nano burbero piazzato apposta in mezzo al gruppo per rivestire il ruolo della macchietta.
A discolpa dei tanti archetipi classici, ormai venuti un po' a noia, c'è da dire che Valdar nasce come un mondo per un gioco di ruolo ed è quindi naturale che vi si trovino tanti elementi tipici del gioco stesso. Peraltro l'insieme risulta armonioso e per niente raffazzonato, a differenza di ambientazioni famose in cui ogni trovata viene data per buona fino a ottenere minestroni senza capo né coda.
Ho apprezzato tantissimo i piccoli dettagli, le note di colore e lo studio accurato degli equilibri del mondo narrato.
Per fare un esempio, viene citata a un certo punto la locanda “Covo dei Draghi”, quando fino a quel momento i draghi non sono mai stati menzionati. Si scopre poi che su Valdar gli Antichi Draghi sono ricordati come creature leggendarie proprie del folklore di quel mondo.
Il ritmo diviene poi più lento nell'ultima parte. Mi chiedo come mai si sia corso tanto nei primi capitoli, buttando così tanta carne al fuoco, per poi rallentare in tal modo verso la fine. Man mano che ci si avvicina alle ultime pagine, si avverte la fastidiosa sensazione di tante parentesi che non verranno chiuse (e che la presenza di un seguito non giustifica del tutto).
Vorrei dilungarmi ora su alcune osservazioni (soprattutto critiche) riguardanti lo stile.
Per prima cosa: troppi, troppi, troppi flashback. L'autore ne abusa, nonostante l'utilizzo comunque dignitoso. E' vero che questa tecnica permette di introdurre nuove scene in modo rapido e d'effetto, ma il suo utilizzo non deve mai essere indiscriminato o rischia di perdere la sua efficacia se non di risultare fastidiosa.
Una nota dolente sono poi i famigerati dialoghi in cui i personaggi si spiegano tra loro cose che sanno entrambi benissimo. E' una brutta pantomima che si ripete con triste cadenza nei romanzi degli esordienti (ma non solo!). Citando il blog Gamberi Fantasy (http://fantasy.gamberi.org/): «Personaggi che parlano al lettore invece di parlare tra di loro. Un errore classico: l’autore vuole informare il lettore su particolari che ritiene necessari per la storia e mette queste informazioni in bocca ai personaggi, che sia verosimile o no. È quello che i manuali inglesi chiamano: “As you know, Bob…”» (Manuali 2 – Dialoghi). A questo si aggiunge purtroppo l'immancabile spiegazione del cattivo di turno, che deve far comprendere a tutti i costi le proprie intenzioni ai malcapitati personaggi.
Per finire, ecco un paio di frasi (pescate a titolo d'esempio) che non dovrebbero mai comparire in un testo (quanto meno in un testo che sta leggendo la sottoscritta!) e che denotano, più dei piccoli refusi, la mancanza di un vero editor:
  • Il Varco squarciò il tessuto stesso della realtà (pag. 351) – frase abusata e ormai priva di qualunque effetto (fatevi un giretto su Google cercando “il tessuto stesso della realtà”)
  • Lo sciamano, Sirasa, era pallido come un cencio (pag. 374) – come può un uomo dalla pelle nera diventare pallido come un cencio? Al di là del significato della similitudine, come si può immaginare una scena del genere? L'autore c'è riuscito veramente o avrà scritto di getto senza stare a pensarci?
Se posso essere sembrata estremamente critica nei confronti dello stile, è perché in realtà il romanzo mi ha entusiasmata e l'ho ritenuto meritevole di una recensione accurata e completa.
Era da tanto tempo che non leggevo un fantasy capace di catturarmi e incantarmi in questo modo, portandomi a sfogliare gli ultimi capitoli in piena notte incapace di distaccarmi dallo svolgersi degli eventi. La trama è complessa e ben congegnata, i contenti studiati con cura e i personaggi, nonostante le osservazioni iniziali sui cliché, niente affatto banali. Ognuno di essi vive di una personalità chiara ma intrigante e gli stereotipi sfumano in personalità ben caratterizzate, capaci di sorprendere ed emozionare.
Faccio quindi i miei complimenti all'autore e concludo con una nota: ho apprezzato moltissimo il glossario in fondo al libro, l'ho trovato decisamente un'ottima idea, ma attenzione perché il rischio di spoiler durante la lettura è elevato!

mercoledì 24 marzo 2010

Roy Lewis - Il più grande uomo scimmia del Pleistocene


Questo libro è, a tutti gli effetti, "uno dei più divertenti degli ultimi centocinquantamila anni", come giustamente esordisce Terry Pratchett nella sua presentazione.
E' uno di quei romanzi che continuerò a consigliare a tutti, a costo di risultare insostenibile, ma è sul serio un esempio di ottima scrittura, umorismo inarrestabile e, come se non bastasse, una bella affrescata di quella che è stata l'evoluzione dell'uomo verso il suo ergersi a specie intelligente al di sopra degli altri animali.
Preparatevi a ridere e a rotolarvi nel letto con le lacrime agli occhi (sconsiglio vivamente la lettura a sedere, almeno a fidarsi dello stesso Pratchett!), ma anche a riflettere amaramente sui vantaggi del progresso, inevitabilmente associati ai compromessi più cinici.
Non è la solita patriarcale in stile "si stava meglio prima", ma è un'analisi spietatamente semplice e lucida di quei meccanismi che ci hanno portato a essere ciò che siamo: esemplari di Homo sapiens sapiens.
Lewis non si abbandona a nessuna morale di parte, ci lascia nero su bianco i suoi pro e contro sull'evoluzione dell'uomo. A noi rimane l'onore (e l'onere) del bilancio.

Un'ultima nota. Per quanto si tratti a tutti gli effetti di un romanzo di fanta(prei)storia, con gli avvenimenti di migliaia di anni riassunti nel corso di un'unica generazione di individui, tutti gli elementi presentati non sono né campati per aria né inventati di sana pianta. Non si può certo considerare un testo divulgativo, ma tutto quello che leggerete è quanto più attinente possibile agli eventi ipotizzati dagli antropologi.

lunedì 15 marzo 2010

Jostein Gaarder - Il mondo di Sofia

Der Spiegel, come riporta la quarta di copertina de Il mondo di Sofia, asserisce che "Il mondo di Sofia di Jostein Gaarder è un successo letterario mai visto dopo quello del Nome della Rosa di Umberto Eco".
Se questo è vero mi devo essere perso gli ultimi vent'anni...
Questo genere di lanci pubblicitari da retrocopertina mi fanno sempre sbuffare, tanto più quando il contenuto del libro è meritevole di attenzione al di la del marketing e dell'ingiustificata altisonanza di recensioni inattente o di parte.

E' questo il caso de Il mondo di Sofia, un romanzo caldamente consigliatomi dalla mia dolce metà (fu una delle sue letture adolescenziali) che ieri sera ho tirato a finire facendo notte fonda. Il volume ha una dimensione consistente, forse intimidatoria per il giovane pubblico a cui è rivolto, ma scorre senza intoppi, grazie a uno stile semplice e chiaro, forse un po' troppo concettuale per un ragazzo e un po' troppo infantile per un adulto.
In effetti lo stile di Gaarder non è quello di un letterato; sembra invece che a scrivere sia un papà, o un bonario professore, che punta alla chiarezza prima che alla forma.
Il campo in cui questo romanzo brilla è evidentemente quello dei contenuti: nella forma di un quasi-psicogiallo, l'autore riesce a raccontare in pillole la storia dell'umano pensare. Per chi come me non ha frequentato il liceo (ho un diploma tecnico) è una specie di corso accelerato, ma non per questo frettoloso, di storia della filosofia. Ma ancor più, è un chiaro messaggio su cosa sia di fatto la filosofia. Gaarder ci insegna che siamo tutti potenziali filosofi: il filosofo è colui che si pone un certo genere di domande, non chi studia le risposte date dai grandi uomini nei secoli. Filosofo è spesso il contadino ignorante che non smette mai di chiedersi il perchè della fioritura o il bambino che non da nulla per scontato e indaga cause e motivi, senza fermarsi al mondo dei fenomeni registrabili dai sensi.

Da questo punto di vista il libro è una lettura autofiltrante: se siete il genere di persone che guardano la vita dipanarsi, magari godendone ogni istante, ma non vi siete mai posti domande dal sapore di perchè..., da dove..., verso dove..., a che scopo..., allora probabilmente il libro potrà anche non annoiarvi ma sarà pressochè inutile. Se invece qualcosa non vi da pace e una sorta di fastidioso senso critico nei confronti di voi stessi e del mondo vi costringe a frullare di continuo i pensieri fino a farne poltiglia, allora Il mondo di Sofia vi permetterà di scoprire che non siete soli.

Ma ho detto che questo libro è anche un quasi-psicogiallo: sì, Gaarder ha voluto immergere le lezioni di filosofia che il buon Albero Knox propina alla neoquindicenne Sofia Amundsen, in un'atmosfera onirica e particolare. Attorno ai due personaggi principali orbita un fitto mistero: chi è Hilde Møeller Knag? Sembrerebbe una coetanea di Sofia... sembrerebbe addirittura compiere gli anni lo stesso giorno, il 15 giugno. Ma perchè gli auguri di compleanno per Hilde arrivano fin dal mese di aprile Sofia, pur se le due non si conoscono?
Il legame tra i protagonisti e Hilde diventa sempre più evidente e, nel contempo, più misterioso, finchè Gaarder non decide di farne il movente effettivo di tutto il libro.
Dire di più sarebbe inutile e dannoso, ma sebbene la risoluzione di questo mistero sia ottimamente ritmata ed interessante, ieri notte ho chiuso la copertina chiedendomi se ce n'era davvero bisogno.

Il libro non è così magistrale da imporsi davvero come un must o un classico, pur se merita un posto nella libreria di ogni adolescente per l'ottimo contenuto sulla storia della filosofia. Almeno non più di libri come La chioma di Berenice, di Denis Guedj, romanzo di altissima qualità.
Forse Gaarder ha voluto appoggiare le sue lezioni su uno scheletro avventuroso proprio per renderle appetibili ed assimilabili ad un giovane. In questo caso temo che ad un certo punto l'azione prenda il sopravvento in modo troppo prepotente e che tenda a coprire l'importanza data alle lezioni di filosofia. L'istruzione di Sofia diventa un tema secondario e la concitazione degli eventi impone ad Alberto di tagliare corto, sintetizzando il pensiero dei grandi contemporanei in pastiglie difficili da digerire, pur se spiegate con estrema chiarezza.
Ma il vero problema è che ho immaginato me stesso a quindici anni scorrere rapidamente le sempre più asettiche pagine sui sistemi di Kirkegaard o Hegel per capire il segreto di Hilde, di fatto ignorando l'importante messaggio istruttivo del libro.

Un peccato. Un vero peccato.
Per questo motivo, pur senza assolutamente bocciare questa piccola perla della divulgazione per ragazzi (e non solo) ritengo che le parole dello Spiegel siano assolutamente fuorvianti. La letteratura contemporanea, e con essa i lettori, trarrebbe grande giovamento da un po' di obiettività editoriale.

Consigliatissimo quindi come regalo per un ragazzo un po' cerebrale o sensibile; ma se siete interessati a infarinarvi sulla storia della filosofia e trovare spunti di indagine per le vostre elucubrazioni sull'uomo e sull'universo, Il mondo di Sofia è un ottimo trampolino anche per chi tra gli adulti non ha avuto modo di approcciare questa materia fondamentale.

sabato 27 febbraio 2010

Christian Antonini - Legame doppio

Per maggiori dettagli sul libro, questa è la pagina sul sito Asengard.it.

Ritengo doverose due premesse a questa recensione:
  • considero "Legame doppio" un romanzo scritto mediocremente
  • erano anni che non piangevo tanto leggendo un libro.
Questi due punti sono una sorta di parafrasi del mio giudizio finale: una bella storia scritta poco bene.
Non voglio però analizzare questi due aspetti separatamente, perché ritengo che siano strettamente correlati.

Prima di tutto la storia non è una sola ma, come suggerisce il titolo, ben due. Si tratta di due vicende che presentano punti di contatto e che si sviluppano in due periodi storici differenti.
Al di là dei legami narrativi però, si percepiscono due modi di raccontare che sembrano partoriti da due autori differenti.
La parte moderna è lenta, didascalica, spesso noiosa. Il lettore stenta a sentirsi coinvolto, tanto da attendere con ansia uno sviluppo tragico della vicenda per potersi addentrare nella storia vera e propria.
Le vicende del passato invece hanno tutto un altro sapore. Le descrizioni sono sì dettagliate ma funzionali alla comprensione del contesto, i personaggi sono più mobili, attivi ed emozionanti.
Ma questa percezione non è dovuta a uno stile differente tra le diverse parti, quanto più al fatto che ritengo del tutto superfluo descrivere con minuzie di particolari oggetti e attività del giorno d'oggi.
Se mi è utile (e gradito) venire a conoscenza di come vivevano negli anni '40 perché non ho memoria di quegli anni, dall'altra non mi serve sapere come si accende un PC e come viene visualizzata la finestra di una chat. Se non ho mai visto un monitor acceso e un PC funzionante, di sicuro non saranno delle descrizioni di questo tipo a darmi una mano a comprendere. Mia madre non ha mai imparato a usare il videoregistratore: credo sarebbe più felice di leggere una frase del tipo "inserì la videocassetta e fece partire il film" invece che sorbirsi un elenco di azioni tecniche che di fatto per lei non hanno alcun significato e che non aggiungono nulla alla narrazione.

Allo stesso modo, il romanzo è ricco di frasi ridondanti, che non fanno altro che rimarcare ciò che è stato espresso appena una riga prima. A volte ci si trova di fronte a ben tre frasi diverse finalizzate a esprimere lo stesso concetto.

Anche i dialoghi sono affetti da questa sovrabbondanza di parole. La considero però una pecca minore, perché l'effetto di un dialogo realistico (al di là di quello che possono dire tanti puristi della scrittura) ha comunque il suo perché. Questo non toglie che una sfoltita non avrebbe fatto male all'insieme.

Ecco un esempio per chiarire il concetto.

Pag. 69: "[...]Suono il citofono. Con un'occhiata nell'angolo in basso a destra del monitor, la ragazza colse l'ora: era in ritardo. Non avrebbe fatto in tempo a fare null'altro se non prepararsi. Corse con passo leggero fino alla porta di casa e sollevò la cornetta.
- Sì?
- Sono Bea, mi apri?
- Sì, vieni.
Premette il pulsante e si morse il labbro. Era realmente in ritardo. Ricapitolò rapidamente le cose che si era proposta di fare prima di uscire. Quindi scelse solo quelle davvero importanti. Per prima cosa, non sapendo fino a che ora sarebbe rimasta fuori, era opportuno sfamare il suo coinquilino. [...]"

Seguono altre 3 righe abbondanti esclusivamente dedicate al riempimento della ciotola del gatto.
Insomma, servono davvero tutte queste parole per descrivere una situazione in cui ognuno di noi si è trovato almeno una volta in vita sua? Chi non è mai stato così in ritardo da dover ancora fare tutto prima di uscire di casa? Il dialogo serve veramente?

Eppure, nonostante questo, il romanzo ha un suo ritmo, anche se non costante e a volte veramente mortificato dallo stile.
Per tornare alle premesse iniziali, ho affermato di aver pianto e anche parecchio. Perché la storia è realmente buona, l'idea di fondo originale sviluppata bene e con coerenza. Si intravede il disegno ordinato di chi ha pensato alla struttura generale prima di cominciare a scrivere, non ci sono elementi fuori posto. E tutto questo contribuisce all'immersione del lettore e il suo coinvolgimento emotivo.

C'è da dire una cosa a discolpa di Christian. Sono più o meno le stesse critiche che mi sono trovata a fare al grande maestro Lovecraft. Certo, erano altri tempi e nel frattempo la narrativa ha avuto la sua evoluzione. Ma quando uno scrittore ha una buona storia da raccontare, il resto richiede solo un aggiustamento. Uno stile imperfetto è un difetto migliorabile, la mancanza di fantasia no.

martedì 16 febbraio 2010

Erri De Luca - In nome della Madre

Nota: questo libro è già stato recensito da Noemi qui.

Di ritorno da un fine settimana di trasferta, eccomi a recensire questo libercolo (di fatto un racconto nemmeno tanto lungo pubblicato in solitaria) la cui lettura mi ha impegnato ieri sera, lasciandomi in bilico tra la commozione e la nausea.

Sarò io o sarà la luna ma in questo periodo leggo libri sui quali non riesco a prendere una posizione precisa. In nome della madre è un libro realmente commovente. Parla della gravidanza di Miriàm (Maria) di Nazareth senza parlare dell'avvento del Cristo. Raccontando la vicenda di colei che, almeno nella nostra cultura occidentale, è la madre per antonomasia, percorre il miracolo di ogni madre, di ogni nascita.

Devo ammettere che, aspettando un figlio da poco, questo libro mi ha colpito allo stomaco. Il pregio più grande è quello di saper camminare a passi leggeri sui carboni ardenti della natività sacra - argomento sul quale s'è detto e scritto ormai tutto e il contrario di tutto - prendendosene quasi gioco in favore del più profondo mistero della natività umana, un mistero a cui tutti, prima o poi, ci troviamo di fronte.
Un pregio eccezionale, davvero. Ma forse anche un grande difetto. Sarà per la mia refrattarietà al dogma cattolico, sarà per l'atteggiamento ipercritico e la prevenzione ormai cronica, ma la prima cosa che mi sono chiesto leggendo era se c'era davvero bisogno di scomodare la Madonna per dare a questo libro una ragione d'esistere.

Forse non è così e io m'inganno. E poi ce ne vorrebbero di più di persone in grado di vivere e raccontare la fede come De Luca, con immanenza e semplicità. Il dubbio però mi rimane ed è questo che nausea: perchè, tanto per cambiare, raccontare la storia di quella donna così speciale, il cui figlio è venuto apposta per svelarci che tutti noi siamo ugualmente speciali?
Non so. La figura di questa Mariàm spavalda, quasi arrogante nella sua ragione e nella sua fede, incosciente e forte di questa incoscienza è un tale cliché che ormai mi stomaca. Eppure De Luca ha saputo dare un senso anche a questo, dando una splendida definizione di "grazia"; la grazia della quale Mariàm (come tutti i bravi bambini sanno) è piena.

L'altra cosa che mi lascia interdetto e un po' indispettito, per quanto ammirato, è scoprire di aver dovuto attendere che un uomo, non una donna, scrivesse qualcosa di simile. Prima di essere tacciato di sessismo o peggio: mia moglie è rimasta commossa ed incantata da quest'opera, decisamente più di quanto non lo sia stato io. Quindi non sto elogiando a spada tratta la sagacia dello scrittore masculo.
Invece, mi sono chiesto come mai non ho mai letto o ascoltato nulla di simile nell'opera di una donna. E forse proprio nelle ultime pagine, De Luca mi ha voluto dare una spiegazione tra le righe. Quante volte sentiamo dire che un uomo non può capire il mistero di una nuova vita? Certo, non può viverlo, come non può vivere nel petto, nella testa di un altro uomo, femmina o maschio che sia. Questa menomazione ce la portiamo dentro; a chi importa di più, a chi importa di meno.
Ieri per la prima volta mi sono scoperto a pensare che in parte vi sia una sorta di gelosia intima e sprezzante in questo luogo comune tutto femminile; la stessa gelosia con la quale certe mogli si fanno beffe degli uomini incapaci di cucinare un piatto di pasta col pomodoro. Si lamentano di tutto il genere maschile, portando i loro viziati mariti ad esempio, facendo di tutta l'erba un fascio e dimenticando gli stuoli di grandi chef (uomini) che popolano le cucine di ogni dove. Atteggiamento identicamente maschile peraltro (solo su altri argomenti).

Ieri io e mia moglie siamo rimasti abbracciati a leggere e condividere in silenzio questo mistero; ognuno a modo suo ma vicini e partecipi l'un dell'altra e -assieme- di nostro figlio. Ecco, mi duole un po' che questa splendida emozione ci sia stata regalata da un uomo... sa si esperienza posticcia, di ottima fiction.

In ogni caso, meglio che un libro ti lasci interdetto che indifferente. Quindi, complimenti a De Luca per questa piccola perla che ogni coppia dovrebbe leggere durante la prima attesa.

domenica 14 febbraio 2010

Frank Schätzing - Il mondo d'acqua

Innanzitutto grazie a Samirah per avermi invitato a scrivere in questo suo angolo di web, pur conscia della mia grafomania palesemente dolosa.

Partiamo in quarta con quello che a prima vista viene spacciato per il sequel di uno dei più interessanti best-seller dell'ultima decade: Il quinto giorno, romanzo di raro equilibrio, steso a valle di una massiccia documentazione.
In realtà Il mondo d'acqua è un saggio (quasi) di divulgazione scientifica (quasi) che cerca di raccontare ciò che l'autore ha scoperto nel corso delle sue ricerche, nella forma di un viaggio nel tempo a braccetto con l'evoluzione .

Innanzitutto è doverosa una premessa:
Schätzing ha studiato Scienze della comunicazione ed ha fondato una sua propria agenzia pubblicitaria, la INTEVI di Colonia. In seguito ha fondato l'etichetta discografica Sounds Fiction. All'inizio del 1990 è diventato uno scrittore, scrivendo numerose satire e racconti brevi.
(Frank Schätzing - Wikipedia)
Ecco dunque spiegati i quasi; non siamo di fronte all'opera di un divulgatore scientifico ma di un prepartissimo creativo che ha cercato, cedendo alle lusinghe di un editore, di narrare il suo personale percorso formativo di scrittore e di appassionato, limitatamente alle indagini per Il quinto giorno.
Il risultato purtroppo è di dubbia qualità. La lettura de Il mondo d'acqua mi ha lasciato talmente stranito da rendermi difficile trovare un bandolo dal quale dipanare questa recensione. Di fatto si tratta di un libro disordinato.
Ecco forse il più grave difetto di quest'opera: nonostante la scelta di dividere il libro in tre macrosezioni (Ieri, Oggi, Domani) per dare una parvenza di ordine cronologico alla stesura, l'intento si perde ben presto nel nulla e ci si trova di fronte una serie di capitoli la cui successione pare sempre meno sensata con il procedere della lettura.
Nemmeno i titoli aiutano a raccapezzarsi: la scelta di un approccio morbido alla divulgazione (per essere eufemistici) doveva risultare palesemente fallimentare all'autore con una rapida scorsa all'indice: cosa ci si dovrebbe aspettare dalla successione dei capitoli di apertura?
  • La stagione delle piogge
  • Terra in vista
  • La borsetta dell'evoluzione
  • Una cellula fa carriera
  • Il sesso
  • Palle di neve e materassini gonfiabili
  • All'armi!
... e via discorrendo, oppure da capitoli come Una giornata in città e L'impero dei lampadari a bracci?
Credo fosse nelle migliori intenzioni dell'autore rendere il libro comprensibile anche ai lettori più refrattari alle scienze, ma gli espedienti utilizzati per raggiungere lo scopo sono stati decisamente infruttuosi.
In primis al rigore scientifico necessario ad una sana divulgazione, viene anteposta una sorta di ironia che sfocia spesso nella commedia di cattivo gusto (o forse solo di gusto teutonico, il che potrebbe essere la stessa cosa). La ricerca di figure umanizzate come quella di Miss Evoluzione - dipinta come una vezzosa biondina tutto pepe intenta a tirare fuori gli espedienti di adattamento dalla sua borsetta - o come Mr. Anfibius - uno degli anelli mancanti tra i mammiferi terrestri e quelli marini, più volte ripreso come fosse una figura propria e peculiare del processo evolutivo - lasciano decisamente il tempo che trovano.
Idem si può dire di passaggi che sembrano scenette per bambini come quella in cui il Signor Pesce Pigiama e sua moglie (cito) vanno a fare shopping nei negozi di plancton, [mentre] il predatore li segue barcollando e nascondendosi nella scia della signora, così si avvicina a entrambi senza essere visto. [i predatori] "Sono vermente disonesti!", avremmo voglia di commentare [...]".
A volte interi capitoli sono stesi in questo modo, come quello sulle barriere coralline. Carpire qualche informazione realmente utile in questi casi è veramente impossibile. Tanto più che con un'innocenza disarmante Schätzing farcisce le scene con nomi scientifici di organismi che poco dicono sulla loro natura. Sapere che il predatore di cui sopra è un Phycorodus eques o un carangide ci serve a poco, salvo non aver voglia (e possibilità) di tenersi un terminale a portata di mano e consultare il web in cerca di informazioni ad ogni riga. Ma in questi casi, vi assicuro, l'unico desiderio è quello di finire in fretta il capitolo e saltare al successivo, nella speranza sia più interessante.

Già, perchè di fatto alcuni passi sono davvero appassionanti e chiari: quando si parla di geologia, di sismologia e dei fenomeni di onde anomale e tsunami, oppure nei capitoli sui cetacei, o ancora ove sia presente una disamina sugli effetti antropici, sul commercio e lo sfruttamento delle risorse alimentari e idrogeologiche, allora il libro si fa interessantissimo ed appassionante.
Purtroppo anche solo consultare l'indice in cerca dei capitoli interessanti è una roulette russa per i motivi già esposti.

Quindi, libro bocciato? No, non del tutto. Ammetto d'aver tratto un'infinità di informazioni e di spunti di indagine durante la lettura. Ne sono uscito arricchito e sensibilizzato su alcuni temi che il buon Frank, con una partecipe preoccupazione ecologista ma anche con un maturo distacco e senza aperte ed infervorte accuse a destra e a manca, è riuscito a farmi prendere a cuore.
Purtroppo sono stati troppi i momenti in cui ho soltanto desiderato che il libro finisse per potermi dedicare ad altro. La mole non incoraggia: oltre 500 pagine di altalenante seppur competente pseudodivulgazione sono dure da digerire in questa forma.

Se c'è da riconoscere un merito a Schätzing, è certamente quello di aver saputo mantenere una distanza ed una lucidità eccezionale su scottanti temi di ecologia e sviluppo sostenibile, nonchè di aver saputo tracciare senza teatrali allarmismi ma con poca pietà disastrosi scenari di catastrfi geologiche su ampia scala.
Non è facile capire come i dinosauri possano essersi estinti a causa di un meteorite (se si esclude una qualche forma allergica, come proponeva il buon Guzzanti), finchè qualcuno non riesce a mostrarti una vivida immagine delle conseguenze di un simile schianto. Allora tutto diventa chiaro e si comincia davvero a tremare.

In definitiva, un libro per nulla carente nella sostanza ma decisamente poco riuscito nella forma. Consigliato solo a coloro che adorano il mare sopra ogni altra cosa e cercano un punto di partenza per le proprie indagini personali.

domenica 27 dicembre 2009

Mauro Saracino - La casa del demone


Questa volta scriverò la mia recensione prendendo spunto da quella scritta da Alessandro Girola sul suo blog: Recensione: La Casa del Demone (di Mauro Saracino). Qui potete trovare la trama e un commento che voglio integrare e, in parte, controbattere.

Riguardo ai pregi, sono in buona parte d'accordo con Alessandro.
Lo stile di Mauro è molto piacevole. Il romanzo scorre veloce e diverte senza cadute di ritmo notevoli. Non c'è mai una frase di troppo, mai una descrizione non funzionale, buttata lì per allungare il brodo.
Soltanto nella parte centrale ho accusato un calo di tono. Se fino a quel momento sembra quasi un racconto in prima persona, tanto il punto di vista è centrato sul protagonista, poi l'inserimento di altri personaggi e una maggiore complessità della trama portano il lettore a distaccarsi, a subire la parte dello spettatore passivo invece che quella del "compagno spirituale" del protagonista. E' soprattutto l'approfondimento dell'ambientazione a rendere pesante questa parte, che peraltro non fornisce tutte le spiegazioni necessarie a comprendere a fondo alcune dinamiche del contesto narrativo.
La narrazione ricomincia poi a scorrere, anche se l'effetto iniziale è irrimediabilmente perduto a causa della compresenza di più personaggi.

Un punto su cui invece ho trovato discordanze notevoli leggendo i commenti di vari lettori riguarda la trama. Ammetto di essere una scarsa lettrice di horror (con alle spalle pochi romanzi e racconti di King e poco altro), ma "La casa del demone" mi ha divertita tantissimo, ha saputo creare quel sense of wonder di cui tanto si parla nella letteratura fantastica.
Probabilmente la mia sorpresa deriva proprio dalla mia scarsa cultura del genere, ma in ogni caso alcune pagine mi hanno spaventata e inorridita a sufficienza per ritenere questo libro un ottimo prodotto dell'horror nostrano (nonostante l'ambientazione estera).
I personaggi stessi sono stati una fonte di sorpresa. Il protagonista è eccezionale, il bestione rosso è altrettanto riuscito, così come il povero compagno di disavventure notturne, mentre altri mi sono sembrati un po' scialbi. Si potevano forse approfondire un po' senza per questo sacrificare il ritmo, anzi.

Riguardo ai tanti flashback, mi è sembrato un buon espediente quello di alternare i capitoli, in modo da aggiungere piccoli tasselli man mano che risultavano necessari per comprendere appieno la storia. Ma ritengo anch'io che alcuni di questi capitoli siano troppo lunghi, con dettagli a tratti eccessivi mentre alcune informazioni basilari continuano a latitare. Se da una parte viene mantenuta viva la curiosità del lettore su ben due fronti, dall'altro si rischia di distoglierlo troppo da uno dal filo conduttore principale della storia, mentre i flashback dovrebbero essere funzionali ad arricchire l'altra parte senza farla passare in secondo piano.

Non mi dispiace invece la "sequenza alla D&D". Una volta capito da che parte tirava il fumo, ho sfogliato le pagine stuzzicata dalla curiosità di scoprire cosa mi avrebbe riservato la stanza successiva! Ho terminato il libro alle 2 di notte dopo essere tornata dalla messa di mezzanotte di Natale. Non sarei mai potuta andare a letto senza sapere come andava a finire!

E una volta chiusa l'ultima pagina, sono rimasta letteralmente interdetta. Sospettavo un finale non consono, ma questo mi ha lasciata proprio senza parole e con un pelo di delusione. Per questo non ho potuto fare a meno di contattare l'autore per chiedergli se stesse veramente lavorando al secondo capitolo. Il fatto che sia già pronto e di prossima edizione mi può solo fare piacere. Non poteva mica finire così, eh!

Insomma, se non si fosse capito questo libro mi è piaciuto praticamente in toto. Vi ho trovato pochissimi difetti, molti dei quali appaiono in tutt'altra luce nell'ottica di una continuazione.
Per cui, rimango in attesa e rinnovo i miei complimenti a Mauro!

lunedì 21 dicembre 2009

Uberto Ceretoli - Il sigillo del vento


Comincio subito col dire una cosa: questo libro non mi è piaciuto. Non mi ha annoiata e non ritengo una perdita di tempo le serate trascorse a leggerlo, se è questo che state pensando.
Cercherò di spiegarvi perché lo ritengo un brutto libro e perché, allo stesso tempo, sono contenta di averlo letto.

Per una volta avrò un approccio abbastanza sistemico, perché vorrei riuscire a dare un panorama abbastanza ampio di un testo che ho analizzato sotto più punti di vista.
Sia chiaro, non voglio lanciarmi in alcuna critica letteraria feroce in stile Gamberi Fantasy, anche perché non ne avrei le capacità ma soprattutto l'intenzione. Premetto che non ce l'ho con l'autore né tantomeno con la casa editrice. Questo lavoro di analisi è servito a me per comprendere alcuni concetti sulla scrittura (buona E cattiva) e riporto il tutto qui perché magari qualcuno potrà trarne qualcosa di utile.

Allora cominciamo. Il primo impatto è un prologo dalle immagini poetiche e costruito con una similitudine dietro l'altra. La proprietà linguistica mi pareva buona, per cui ho ritenuto si trattasse di una scelta stilistica. Prima di arrivare alla fine della prima pagina, mi sono invece resa conto che l'autore ha fatto della similitudine un passe-partout. Ogni volta che deve descrivere qualcosa, ricorre a tale figura retorica. Mi sembra una brutta scelta: la similitudine ha un grande potere e va usata per colpire il lettore, non per costringerlo a continui paragoni mentali. Mi rendo conto che la tentazione di imbastire immagini di forte impatto sia sempre in agguato, ma bisogna saper rinunciare a una bella frase se è di troppo (sigh).

E' seguita una breve (brevissima) fase entusiastica in cui i cliché tipici del fantasy sembravano essere stati reinterpretati in modo furbo e originale. Mi è bastato andare avanti di poche pagine per rendermi conto che non solo tutti gli archetipi erano presenti senza molte variazioni, ma che il libro stava prendendo una piega decisamente spiacevole.
Di fatto, mi sono trovata a leggere la narrazione di una campagna di Dungeons and Dragons, cosa che non sarebbe male di per sé (ero in cerca di "becero fantasy" e D&D è il becero fantasy che mi piace!), ma quanto meno vorrei che fosse coerente e scritta bene.
Invece, non solo ho trovato incoerenze e assurdità vere e proprie (se un uomo-giaguaro ritiene un'umana poco attraente per via della diversità, perché mai un nano dovrebbe ritenere un'elfa la creatura più bella dell'intero universo?), ma ogni cosa sembrava tratta pari pari da un manuale di gioco.
Frasi come "incantesimo della palla di fuoco" e "lanciò su entrambi un incantesimo di levitazione", nani che pensano solo a cibo, birra e a incazzarsi con tutto e tutti, elfi belli, bravi e potentissimi, donne tutte bellissime e sensuali, ragazzini che imparano a combattere in un solo giorno di addestramento (soltanto in un caso questo viene giustificato) e via dicendo, tutto questo è un'accozzaglia di cose già viste e ritrite messe assieme senza ragionamento.
Molte frasi sono pressapochiste, le descrizioni sono costruite con una similitudine dietro l'altra e il lessico è generalista e poco incisivo, fatta eccezione per i campi in cui l'autore è esperto. In questi casi sciorina elenchi di termini specifici su armature e sistemi difensivi, per poi utilizzare parole del tutto generiche per tutto il resto. Stona talmente tanto che sarebbe stato meglio, a mio avviso, non scendere nel dettaglio neanche in quei contesti.

Riguardo allo stile, ho trovato invece irritante il sentirmi spiegare ogni singola cosa. Ogni dialogo è composto da una battuta in discorso diretto e relativa spiegazione, come se io lettore fossi troppo stupido per capire lo stato d'animo del personaggio che sta parlando. Forse l'autore ha paura di non essere stato troppo chiaro? Ma si possono scrivere 600 pagine sempre col dubbio di non essere stati molto chiari?

Quello che mi fa incazzare, perché se non fosse chiaro mi sono veramente incazzata a leggere "Il sigillo del vento", è che ogni tanto emergono dei brani belli, spontanei, con un ritmo piacevole, infilati in mezzo a pagine intere di narrazione fastidiosa. Sì, fastidioso è il termine corretto. Perché le parole e il ritmo non assecondano assolutamente ciò che viene narrato. L'autore utilizza termini troppo leggeri per sentimenti profondi e laceranti ("il dispiacere di perdere per sempre i suoi figli") oppure estremi (come "odio") per contesti invece passeggeri. Vengono spese intere pagine per momenti di passaggio e dialoghi a volte inutili, mentre l'intero climax di una situazione dominante viene bruciato in mezza pagina.

Allo stesso modo, ogni tanto sono presenti degli spunti veramente interessanti, elementi carini e divertenti, passaggi nella storia per niente banali, eppure l'originalità viene velocemente sacrificata sotto il macigno della banalità. Non mi lamento dell'eroe dal passato oscuro che sente di volersi riscattare (non c'è niente di male a utilizzare un archetipo come base del proprio lavoro), ma delle frasi scontate, dei passaggi obbligati affinché la storia prosegua in una certa direzione, dei dialoghi senza senso che servono soltanto a propinare al lettore il monologo del cattivone che deve raccontare la propria filosofia di vita.

Eppure, perché dopo tutto questo, dopo aver lanciato il libro sul pavimento arrivata all'ultima pagina, penso di non aver perso tempo a leggerlo?
Perché questo libro mi ha insegnato molto. Mi ha fatto vedere che cosa non va anche nel mio modo di scrivere, così simile a quello di Ceretoli se ripenso ai miei racconti di neanche tanto tempo fa.
Mi ha reso più vigile di fronte a facili scivolate di chi ancora non è un professionista e vorrebbe colmare le lacune con piccoli guizzi di bravura. Ma quanto la tecnica manca, bisogna solo mettersi a testa bassa e imparare, imparare, imparare (e per favore mandate a cagare la Strazzulla la prossima volta che si permette di fare certe affermazioni).
Per questo motivo mi voglio fidare dell'editore che mi ha garantito come il secondo libro della trilogia sia in effetti più maturo e curato.
Ribadisco, se mi sono incazzata leggendo il libro, non è stato nei confronti dell'autore (che tra l'altro ha appena accettato la mia amicizia su facebook e quindi ora può insultarmi direttamente!) né con l'editore, ma soltanto perché mi ha frustrata leggere un romanzo scritto in quel modo.
Non posso non considerare che "Il sigillo del vento" è il primo romanzo fantasy di Ceretoli come il primo romanzo della linea fantasy edita dalla Asengard. C'è sempre spazio per crescere e migliorarsi, per cui ho intenzione di leggere senza paranoia e pregiudizi il seguito.

Ecco, da tutto questo sento emergere una nuova esigenza, ovvero il confronto diretto. Mi farebbe piacere poter parlare con Ceretoli e con altri autori italiani di scrittura. Ma non nei salotti chiusi dei forum dove bazzicano solo gli interessati. Mi piacerebbe un bel confronto aperto su "campo neutro".
Chissà che NovAtlantis non servirà anche a questo. :)

giovedì 17 dicembre 2009

Robert M. Pirsig - Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta


Ci sono libri talmente pregni di concetto da non poter essere trasposti in film, nonostante la storia sia in qualche modo raccontabile sullo schermo. O meglio, diciamo che un film lo si potrebbe anche fare, ma sarebbe un pallidissimo riflesso di ciò che il testo racconta.
Questo romanzo mette insieme narrativa, autobiografia e discussione filosofica in un impasto talmente omogeneo da non poter distinguere dove finisce la competenza di un genere e ne inizia un'altra.
Robert Pirsig racconta di un viaggio in motocicletta con suo figlio (ancora ragazzino) e una coppia di amici, ma racconta anche se stesso, il suo passato a volte ricordato a volte ricostruito, racconta la nascita di una filosofia, il percorso che questa segue dal primo germe inconsapevole alla forma complessa finale (ma mai definitiva).
Devo ammetterlo: è uno dei libri più affascinanti che abbia mai letto e Pirsig è eccezionale sia come autore che come insegnante.
Ha uno stile eccezionale, è capace di tenerti incollato una pagina dopo l'altra con la stessa abilità di un maestro dei thriller. E non ti rendi conto che ciò che desideri con tutte le tue forze è di seguire il filo dei suoi pensieri, srotolarlo insieme a lui per carpire piano piano il disegno segreto di quel qualcosa che sappiamo ma allo stesso tempo non sappiamo descrivere.
E in tutto questo non fa che propinare una lezione di filosofia e storia delle filosofie in un modo talmente appetibile che nessuno si sentirà uno studente frustrato.
La cosa sorprendente non è che presenta sia uno stile che un contenuto di buon livello: non c'è separazione fra le due cose! La qualità (parola che credo imparerete ad amare leggendo il romanzo) è insita nella forma, nel contenuto e nei concetti stessi. Tutto parla di qualità attraverso la qualità.

Ho intenzione di regalare questo libro a mio padre per Natale. Credo che apprezzerà. E' una persona molto cerebrale (a volte forse troppo!) e, cosa che non guasta, ha una bella passione per le moto.
Stavo infatti quasi per dimenticare che oltretutto è una piacevolissima lettura per chi ha fatto almeno un giro in moto abbastanza lungo per fermarsi col culo piatto e le ossa doloranti. Ci sono sensazioni che salgono alla mente immediate e fresche.

Diciamolo: è uno di quei libri che mi sento di definire un capolavoro. Non un capolavoro letterario in sé, ma un'opera straordinaria per una lettrice come me. Il valore relativo spesso va ben oltre quello assoluto, come i piccoli regali fatti col cuore.
Ecco, leggere questo libro è stato un piccolo ma stupendo regalo che mi sono fatta con tutto il cuore.

martedì 1 dicembre 2009

Andrzej Jawień e Karol Wojtyla - La bottega dell'orefice


Ecco un libro che è stato prima di tutto il regalo di una persona cara, che ha voluto comunicarci attraverso di esso l'affetto e l'emozione con cui ha vissuto il nostro matrimonio.
Non sapevo assolutamente cosa aspettarmi, forse un saggio o un racconto breve, invece ecco che mi si presenta davanti una sceneggiatura teatrale.
Incuriosita (e assolutamente ignorante in materia!), ho attraversato le pagine a passo leggero e spedito.
Ci si rende subito conto che è uno di quei libri che puoi leggere tutto d'un fiato per non perdere l'empatia col testo, ma che puoi anche prendere a piene mani, una parola per volta, assaporandola e immergendoti in essa.
Non mi sono trovata particolarmente vicina ai protagonisti né ho potuto condividere del tutto il punto di vista degli autori, ma ho percepito ugualmente le emozioni e le riflessioni che hanno voluto offrire col lavoro della loro penna.

Di fatto, è un testo che mi ha commossa ma a tratti annoiata, emozionata ma in fondo fatta sentire distante. Mi sono sentita un po' disorientata da questa miscela di sensazioni. Di solito un libro o mi prende completamente oppure mi lascia pressoché indifferente.
Suppongo (ribadendo la mia ignoranza) che questo sia dovuto comunque al carattere forte e personale del testo, un'impronta che non lascia spazio a interpretazioni personali e non cede a compromessi col lettore tipici di quei libri che devono piacere a tutti.

Per quel che mi riguarda, più che il piacere della lettura (relativo) ho apprezzato il coinvolgimento emotivo.
Sarà che allora ero ancora felice di sposarmi! :p

martedì 17 novembre 2009

Frank Schätzing - Il quinto giorno


Dopo i piccoli saggi e i brevi romanzi più o meno correlati al tema marino, non poteva mancare questo mattone di mille e rotte pagine, consigliato (leggi imposto) per settimane dal sempre attento marito.
Ero fiduciosa di trovarmi di fronte a un capolavoro e non ne sono rimasta per nulla delusa.
Questo non toglie che non vi abbia trovato i suoi difetti: un'ecatombe di personaggi degna del miglior Martin, alcuni capitoli decisamente lunghi e pesanti (per quanto interessanti e ben scritti), quella sensazione di fastidio per un libro che sembra non finire mai, esternazioni ambientaliste al limite del banale, ripetitive e tutte uguali da un personaggio all'altro.
Ebbene sì, ci sono state sere in cui avrei voluto strappare via qualche decina di pagine per poter proseguire nella storia, invece di perdermi in deliziose ma assolutamente lentissime spiegazioni.
Ma questo è il rovescio della medaglia del lavoro mastodontico che l'autore ha affrontato per creare un romanzo denso di trama e di contenuti.
In realtà la mia parte scientifica si è crogiolata nelle dissertazioni più azzardate e nei collegamenti multidisciplinari inaspettati. Semplicemente la mia parte letteraria voleva arrivare al dunque!

E' quindi evidente come i difetti sopra citati siano in effetti "veniali" o forse più correttamente necessari all'insieme. Soltanto attraverso artifici narrativi come le domande di emeriti ignoranti in materia seguiti da accurate spiegazioni, o il trip mentale di una dei protagonisti verso la fine del libro, è stato possibile per l'autore approfondire argomenti che avrebbero invece supposto conoscenze pregresse da parte del lettore o, ancora peggio, pagine di anonime puntualizzazioni.

Ma al di là di tutto, ho trovato in questo testo un insegnamento esemplare, uno stile che sento di invidiare e, soprattutto, una capacità di documentazione a me sconosciuta.
Sono mesi che il pensiero di raccogliere una documentazione adeguata per i miei scritti mi perseguita e più leggo più mi rendo conto che non se ne può prescindere, a meno che non si voglia scrivere il solito libro colmo di lacune e pressapochismi. E non perché ognuno di noi deve per forza puntare a diventare l'autore da best seller internazionali, ma semplicemente perché è un rispetto dovuto al lettore, quello stesso lettore che pretendiamo legga (compri) i nostri libri rigettando i tanti romanzi superficiali (tirati via, mi permetto di dire) che affollano le nostre librerie.
Lasciare la responsabilità dell'educazione dei lettori in mano agli editori non è solo ridicolo (e non aggiungo altro), ma soprattutto scorretto. Siamo noi scrittori (e mi metto dentro alla categoria per una botta di auto compiacimento) a dover imparare a scrivere bene, per mostrare a chi abbiamo intorno come leggere bene.

venerdì 13 novembre 2009

L. Sprague de Camp - L'anello del tritone


Come preannunciato, eccomi a recensire un libro anch'esso emerso dalla polvere del tempo. Mi era stato consigliato come libro fantasy ad ambientazione sottomarina, ma in realtà, nonostante i richiami al mito atlantideo, non c'entra niente! Ma poco male. ;)

Siamo negli anni '50 e gli scrittori di fantascienza sono ormai a pieno regime. Si scrive di tutto e di più e la fantasia viene lasciata libera di scoprire scenari sempre più nuovi e sconvolgenti.
Ed ecco che uno dei più irriverenti autori di fantascienza decide di prendere in mano materiale eterogeneo legato al mito di Atlantide, alla mitologia greca e a chissà quale altro bacino di leggende, per dar vita a un romanzo che, perdonatemi il termine, è una perfetta presa per il culo sia delle tante teorie stravaganti su Atlantide che delle storie fantasy più tipiche (e spesso più banali).
In questo libro c'è veramente di tutto: dalla magia nera, alle amazzoni, alle divinità che mettono becco negli affari degli umani, alla maledetta profezia contro cui nessuno, nemmeno le divinità stesse, possono opporsi.

Il romanzo è cosparso di riferimenti letterari e mitologici, spesso coi nomi lasciati tal quali o leggermente storpiati.
Ci sono i canoni del fantasy più becero insieme a completi ribaltamenti dei più comuni cliché letterari del genere. I dialoghi a volte sono talmente beceri da far rabbrividire al pensiero che scrittori ben "più seri" abbiano prodotto risultati simili, in un contesto in cui l'ironia non era neanche accennata.

Non credo che leggerò altri libri di de Camp, a parte forse i saggi, in quanto il romanzo, anche se scritto bene, non è niente di particolarmente entusiasmante. E' però carino, scorrevole, divertente, e magari può dare spunti interessanti per chi volesse mettere in piedi una bella avventura per un gioco di ruolo in stile Conan (io non ho detto niente eh!).

giovedì 12 novembre 2009

L. Sprague de Camp - Il mito di Atlantide e i continenti scomparsi


Ci sono libri che rimangono dimenticati nelle librerie per anni, acquistati chissà quando in chissà quale mercatino dell'usato. Non so dove mio marito abbia recuperato questo libro, sta di fatto che quando il mio delirio su Atlantide è arrivato al culmine, me l'ha piazzato in mano e ha detto "Leggi questo e smetti di rompere i c******!".
Sto scherzando ovviamente, ma di sicuro si è trattato di un ottimo input. Fantasticavo sul mito di Atlantide da un paio d'anni, da quando venni a conoscenza del contest "Archetipi", edito da La Tela Nera, che ha dato origine a un'antologia intitolata appunto "Archetipi" (che magari acquisterò, visto il mio interesse per l'argomento).
Da lì è cominciata una serie di elucubrazioni sul mito di Atlantide, su come ricavarne un racconto originale e di stampo fantascientifico.
Problema: ho una cultura quasi nulla sulla fantascienza (cosa che si può notare dal racconto inviato per il contest di "Sancuary").
Ed ecco quindi la necessità di approfondire l'argomento, cominciando a documentarmi da un libro abbastanza generico, così come avevo fatto per i Vichinghi (altro progetto per ora accantonato).

Non vi dico il mio stupore nel trovarmi di fronte a un testo del genere, scritto da un perfetto cinico dell'argomento, ma assolutamente geniale e con una cultura smisurata, non solo sulla mitologia, ma anche su geologia, storia e quant'altro.
Una mirabile ridicolizzazione delle teorie esoteriche, dei castelli di sabbia degli storici, delle strumentali interpretazioni di testi antichi.
Insomma, un libro talmente irriverente e scorrevole da somigliare a un romanzo, col risultato finale di aver dato una scorsa approfondita alle teorie più importanti e/o astruse sul mito di Atlantide, con tanto di riflessioni scientifiche (o forse sarebbe meglio dire razionali) allegate.

Mi è piaciuto talmente tanto, che dietro consiglio di un utente del forum Dragons' Lair, mi sono connessa al sito delle biblioteche della zona per cercare uno dei romanzi di de Camp (dopo aver scoperto essere uno dei più ironici scrittori di fantascienza), "L'anello del tritone". Ma di questo vi parlerò nel prossimo post. ;-)